Durante il covid (maggio 2020) il regista Gabriele Vacis ha scritto una riflessione sul teatro in cui sosteneva che bisognava aprire i teatri e tenerli aperti tutto il giorno: «Le prove sono molto più appassionanti dello spettacolo. I maestri del Novecento ci hanno insegnato che quello che c’è dietro alla rappresentazione è prezioso quanto lo spettacolo stesso. Portiamo in scena tutto: le prove, le letture dei testi, l’allenamento… Nel lavoro quotidiano, nel training, nelle lezioni dei maestri c’è tensione, cultura, scoperta comune: c’è tanta bellezza. Smettiamola di tenercela per noi. Da quando lavoro con disabili, studenti, immigrati, gente comune, vivo momenti di teatro straordinari. Il teatro più che creazione di forme è creazione di relazioni tra persone… L’obiettivo sarà la partecipazione comune alla creazione dell’evento teatro. Cogliamo l’occasione per trasformare finalmente i teatri da luoghi esclusivi in spazi d’inclusione».

Dal covid in poi aprire i teatri per vedere le prove è diventato in un certo senso ancora più necessario: infatti ciò che di solito non veniva mostrato al pubblico, ora è messo al centro di molti video. È ormai normale vedere su TikTok persone che si filmano mentre compiono gesti quotidiani, persino lavarsi i denti. Chi lo avrebbe immaginato fino a pochi anni fa? Il teatro al contrario rimane spesso un luogo impenetrabile. È questo il tempo di fare delle prove teatrali un’esperienza condivisa.

Sabato 7 marzo nella sala Pasolini del Teatro Gobetti, un piccolo gruppo di fortunati spettatori ha potuto vedere le prove di un passaggio dello spettacolo che i PoEm stanno preparando e che andrà in scena alla fine del mese. Gabriele Vacis e i giovani attori di PoEM in questi anni stanno puntando lo sguardo sui libri sacri dell’umanità. Dopo l’Antico Testamento e prima del Corano, i Vangeli sono quest’anno il nuovo capitolo di un percorso che interroga ciò che queste scritture hanno ancora da dire oggi, e come possano risuonare nelle coscienze dei più giovani, nel cuore inquieto del presente.

E in sala abbiamo sentito ripetere molte volte − forse addirittura alcune decine − queste frasi, così note da risultare proverbiali per molti, ma non necessariamente per le nuove generazioni. «Quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Non accumulate per voi tesori sulla terra… Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena». Che cosa significano in questi giorni di grande pena per il futuro del mondo frasi come queste di Matteo 6?

E ancora: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci!». Che cosa dicono queste parole il giorno dopo aver visto ministri di culto toccare le spalle di Trump mentre vomita il suo potere di dare la morte?

In scena, nel piccolo spazio in cui si muovono gli attori in un silenzio “religioso”, le parole vengono ripetute tante e tante volte: fino a trovare la sintonia tra corpo, movimenti, ritmo, musica e parole. Perché a teatro parlano i corpi, non la bocca. Se il teatro è pensare col corpo, il problema delle prove non è imparare il testo a memoria (il testo a questo punto è − o dovrebbe essere – memorizzato), ma allenare il corpo ad agire dicendo, o a dire agendo. E ogni tentativo è un prendere una forma, mai soddisfacente, mai definitiva, neppure quando si smette di provare. Andrea ricomincia da capo una, due, dieci, venti volte, mentre Vacis commenta, annota, a volte sbotta, o suggerisce, ride, ironizza; ma tra il regista e gli attori c’è un codice comune: per questo tra lui e i “suoi” attori spesso basta un cenno, il movimento del braccio, un «Qui!… Là!», un «Dai!». Gli spettatori guardano a volte distaccati, a volte partecipi, e soffrono: si chiedono se un regista sia sempre così “cattivo” o se stia anche lui facendo teatro… Se io fossi stato Andrea forse mi sarei messo a piangere a forza di dover ricominciare. Ma in teatro succede qualcosa di unico. Sappiamo che spesso le prove sono “cruente”. Mi conferma Lorenzo: «Non è cattiveria, quella! È energia. Quando si costruisce uno spettacolo o c’è quell’energia lì o noi attori, che siamo pigri, non tiriamo fuori niente». Non so se siano pigri, ma mi sembra che ci sia davvero tanta energia dentro queste prove. In fondo sono passate quasi due ore per provare solo un piccolo passaggio dello spettacolo. Alla fine ci alziamo un po’ stanchi anche noi, ma soddisfatti di aver visto al lavoro l’energia di questo gruppo di giovani attori col loro regista, alla ricerca di una forma. Chiamiamola pure bellezza.

Foto: Carolina Dardano