Vangelo del battesimo di Gesù (Luca 3,15s.21s)
Il racconto del battesimo di Gesù in Luca mostra differenze notevoli rispetto a Marco e Matteo, e non (tanto) per la «forma corporea» della colomba. Invece nel IV vangelo esso è incredibilmente assente, anche se il Battista proclama: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui» (Gv 1,32), ma senza narrare il battesimo. Ciò non è solo dovuto all’imbarazzo, ben espresso da Matteo 3,14 che mette in bocca a Giovanni: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te»; ho la netta sensazione che questo sia il modo del quarto evangelista per esprimere i suoi dubbi, o per lasciare aperte certe questioni scottanti.
Lo fa anche in altri casi: ad es. nel vangelo ci sono solo guarigioni ma nessun esorcismo; qui più che un dubbio è una velata critica a tutta l’attività esorcistica. Sarà importante domenica prossima nel commento al vangelo delle nozze di Cana, nel cui testo originario super-simbolico il primo evangelista (non il redattore successivo) lascia aperta la questione se sia avvenuta o meno la trasformazione chimica dell’acqua in vino, perché per lui marginale e non rilevante.
A parte la caratteristica tipicamente lucana di un Gesù orante, clamorosamente non è il Battista che battezza Gesù [come negli altri due sinottici e nell’iconografia tradizionale], poiché Giovanni è già in prigione (Lc 3,20: qualcuno se n’è accorto?). Gesù riceve il battesimo per ultimo, dopo che tutto il popolo è stato battezzato, ma non si dice chi siano i battezzatori: presumibilmente i discepoli del Battista (vedi l’appendice conclusiva).
Vedere una voce. Come già intuito da Wellhausen, nella fonte originaria in aramaico la “voce” è il terzo (anche se lontano dal verbo reggente) complemento oggetto in accusativo (fônên), dopo i cieli e lo spirito, retti dal verbo vedere-percepire, che in ambito semitico può essere sia con gli occhi che con le orecchie, una captatio audio-video. In questo primo caso solo Gesù percepisce sia lo spirito che la voce.
Ma il traduttore in greco (e quindi di conseguenza anche in Mc e Mt) ha ritenuto improprio «vedere una voce» (troppo duro tale accostamento linguistico) e ha quindi posto idealmente (poiché nei manoscritti non c’è la punteggiatura) il punto dopo il «discendere su di lui» [nel testo greco, nella versione italiana dopo “colomba], e iniziato una nuova frase con «E una voce dal cielo» [con la voce nel nominativo fônê, altrimenti non lo si capirebbe senza la punteggiatura], ma lasciandola immutata in un nominativus pendens (sospeso) senza predicato verbale o nominale come nel Sinaitico; tanto che i manoscritti seguenti hanno compensato inserendo un verbo: «vi fu», o «si sentì», o «si fece» [Matteo ha reso ancor più chiara la nuova frase con un «Ed ecco…»]. In questo secondo caso (intermedio) solo Gesù vede lo spirito ma tutta la gente sente la voce.
Luca invece ha tagliato la testa al toro eliminando il verbo “vedere” e utilizzando la sua tipica costruzione impersonale «accadde, avvenne che…», che gli consente l’infinitiva greca coi tre accusativi e tre infiniti passati al (medio)passivo. In questo terzo caso lucano la folla intera vede la colomba e sente la voce.
Io oggi ti ho generato. Ma qual è la frase che si sente? Cosa dice esattamente la voce? Nelle nostre Bibbie compare la stessa in tutti e tre i sinottici: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» Ma la fonte propria di Luca ci fornisce in 3,22 la versione più originaria, testimoniata dal codice D e da una quindicina di manoscritti, oltre che da una serie di scrittori/padri della chiesa (tra cui S. Agostino che così lo legge): «Figlio mio sei tu, io oggi ti ho generato». L’espressione si trova anche nella lettera agli Ebrei 1,5, proclamata nella seconda lettura della terza Messa (quella del giorno) di Natale, e nel Salmo 2,7.
Questo ha fatto da supporto alla nostra tesi di una cristologia adozionista dello spirito nel battesimo: Gesù è adottato da adulto come figlio di Dio all’inizio della sua vita pubblica, non prima; una concezione primeva che non aveva ancora una storia della nascita (senza quindi l’Incarnazione classica e senza il “Dio bambino”): una riflessione teologica iniziale senza far ancora perno sugli eventi del neonato Gesù.
Andrea non era il fratello di Pietro
Per non ripetere cose già spiegate e approfondite negli ultimi due commenti sino a scomodare la teoria della relatività, oltre che nel commento sempre alla festa del battesimo dello scorso anno [vangelo del battesimo di Gesù, Marco 1,7-11, in data 7 gennaio 2024 con l’immagine della fonte Q], concludiamo con un’ampia appendice personale: se ha ragione Luca con l’imprigionamento anticipato di Giovanni, mi piace pensare (lasciatemi l’istinto) che sia stato Andrea, allora ancora discepolo del Battista (Gv 1,35.40), a battezzare Gesù, anche perché è stato “snobbato” dai sinottici a favore di Pietro, Giacomo e Giovanni: ad es. nelle nostre Bibbie il sottotitolo al c. 5 di Luca spesso suona: «La chiamata dei primi quattro discepoli» (per corrispondenza inerziale con gli altri vangeli), ma in Luca 5 i chiamati sono solo tre: Andrea non c’è.
Un certo mistero circonda Andrea, nome tipicamente greco, del tutto a-giudaico come Filippo: non è un caso che entrambi facciano da… interpreti a Gesù nel suo incontro con un gruppo di greci (Gv 12,20-22). Filippo (non Andrea) era comunque un nome usuale in Palestina, come il tetrarca dell’Iturea (Lc 3,1; il fratello di Erode Antipa), la cui moglie non fu Erodiade, contrariamente a quanto dicono i sinottici, bensì sposò (probabilmente in seconde nozze) Salomè. Lo so benissimo che i vangeli non sono delle biografie della vita di Gesù, e ne accetto le creazioni-invenzioni letterarie, ma non su personaggi della storia profana alterando gli eventi, le parentele e trafile matrimoniali, e pure i tempi [lo vedremo più avanti nei dettagli]: per ora è sufficiente ricordare che l’accasamento di Erodiade e della figlia Salomè presso Erode Antipa è del 36 dopo Cristo; quindi ben dopo la morte del Battista, che non poteva perciò accusare il tetrarca della Galilea di un adulterio non ancora avvenuto! La decapitazione di Giovanni ha ben altre cause che vedremo (Erodiade non c’entra).
Queste retrodatazioni sono “fastidiose”, come pure le parentele inventate ad es. sulle due madri: ma la galilea Maria di Nazareth ed Elisabetta sulle montagne della Giudea (vicino a Gerusalemme) non si sono mai viste né conosciute.
Dubito inoltre che Andrea fosse il fratello di Pietro: nell’elenco di Atti 1,13 è al quarto posto dopo Giovanni e Giacomo, slegato da Pietro. In Gv 1,44 leggiamo: «Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e Pietro». Il mio intuito mi suggerisce che Pietro fosse invece di Cafarnao (il centro “logistico” della missione di Gesù, come in Mc 1,29 nella guarigione della suocera), mentre Andrea di Betsaida (senza alcun legame familiare fra i due), sulla sponda nord-orientale del lago di Tiberiade, ai confini con la Decapoli (una confederazione di 10 città istituita da Pompeo nel 64 a. C.), quindi un territorio greco-romano. Andrea sembra mezzo greco-pagano; è quasi impensabile che il galileo Giovanni, il padre di Simon-Pietro secondo Gv 21,15-17, abbia dato ad un suo figlio un nome greco, perché il nome allora era importante, e non come da noi oggi “accidentale”, italiano o straniero che sia.
Ma allora perché è stato reso fratello di Simone? Come Lazzaro che all’inizio del racconto originario in Gv 11,1 non è il fratello di Marta e Maria, bensì solo uno dello stesso paese (vicino di casa, amico di famiglia finché vogliamo, ma non fratello). L’hanno fatto probabilmente per giudaizzare del tutto Andrea, in quanto non era opportuno che un mezzo pagano-straniero facesse parte dei presunti 12 (in sintonia con le 12 tribù genuinamente israelitiche), un’invenzione-creazione gerosolimitana post-pasquale, inesistente come istituzione nel ministero storico di Gesù, ma ivi retrodatata: altra alterazione imbarazzante.
Gesù non ha mai voluto 12 gerarchi e men che meno la monarchia assoluta di Pietro e successori: «Uno solo è il vostro maestro, signore e guida (il Cristo), e voi siete tutti fratelli» (sullo stesso piano; Mt 23,8-10 e Gv 13,13s). Il papa e i sinodi insistono spesso sulla fratellanza-fraternità, ma il termine “democrazia” è ancora un tabù nella chiesa, con la sua struttura gerarchico-signorile sotto la regia dei “prìncipi” con la porpora, e nella contrapposizione fra cristiani che solo comandano (vecchi maschi) e cristiani che solo obbediscono (le donne e i giovani).






