Un vento esegue
giustizia d’amore.
A misura uccide
chi non ce la fa.
Non serve pietà
se l’io riposa.
Tutto è uno che cresce
che muore. Che felicità.
(Mariangela Gualtieri, “Naturale sconosciuto” in Bestia di gioia, Einaudi 2010, p. 21)
C’è una giustizia mite e dolce, che si presenta nella forma di vento, alito di vita, spirito creatore. Una giustizia che, nella sua dedizione amorosa può anche uccidere, come atto di misericordia, chi non ce la fa.
Benedetto ognuno, che non ce la fa: era già il verso finale del Coro nell’epilogo del Caino della stessa Gualtieri,un testo teatrale dedicato al primo fratricida della storia biblica. I Caino stanno a cuore a non molta gente, tra questi ci sono i poeti e pochi altri.
Quelli che non ce la fanno però sono tanti e non sono necessariamente dei Caino – anche se, in un modo o nell’altro, siamo tutti discendenti di Caino. E se non ce la facciamo le ragioni possono essere tante: una malattia o un dolore, una sofferenza latente che improvvisamente ci toglie il fiato, su sufino alla povertà che ci toglie il pane o alla guerra che ci toglie tutto. Per questo grida il Caino di Gualtieri:
È notte, sopra ogni cosa.
Uno scuro s’impiglia ai musi, alle facce.
È notte. È ancora notte.
Solo un colore sta steso – quale, lo sai.
Eccomi a te – notte
col tuo latte nero
ci addormenti,
strappi via gli appigli e vacilliamo
nelle teste indebolite.
Siamo l’umana specie e tu gridi
a noi le tue ferite terrestri,
gli incendi che squartano
il tuo scuro qua e là.
Ci battiamo con te, notte.
(…)
Non abbiamo capito che cosa?
Cosa vuoi dirci ancora, entità dura
coi tuoi fiati? Cosa non impariamo
e perché rimani stesa e slabbrata?
Ci nascondi che cosa, che cosa sveli?
Restano brucianti le domandi di Caino, persino dopo la benedizione del Coro. Non si dà pace l’umano nella sua angoscia (notte), e nel dolore continua a chiedere conto di quello che non può capire:
E io – e noi – che non ci affratelliamo
e ancora domandiamo
ciò che dovremmo dare.
Ancora siamo qui – chiediamo ancora
d’essere amati da qualcuno.
Cara notte che nascondi quello che siamo –
uno sputo impastato di fango che senza amore si fa deforme –
forse tu duri da allora, notte, da me
dal primo nato umano.
Tutti noi gridiamo nell’angoscia, quando non capiamo e persino un po’ ingenuamente chiediamo – perché a me? perché sopportiamo l’esistenza di tante ingiustizie? Perché c’è chi ha fame? Perché ancora ci si ammazza per la terra? Il dolore sta anche nell’incapacità di sostenere le immagini che oramai ci raggiungono da ogni dove fin troppo facilmente.
Il Caino di Gualtieri trova, forse, una risposta:
Tutto pare in attesa, fra le tue piume nere –
tu – gravida entità – antica scura piaga
scagliaci fuori dalla tua vagina.
Forse, la stanca vecchia specie umana
è soltanto abbozzata – solo un embrione.
Fra poco – forse – verrà
alla luce.
È una risposta poetica, allusiva, che si offre alle nostre tante possibili letture. La stanca vecchia specie umana è soltanto un embrione, non è ancora giunta a maturazione – dice. Non è neppure ancora nata, ma aspetta quel vento mite e dolce per venire alla vita. Il caos attende l’ordine. Caino lo spera. Quel Caino che noi siamo.






