Prima di morire, l’11 luglio scorso, Goffredo Fofi ci ha lasciato questo libro su Alex Langer, nel trentennio della sua morte volontaria, 3 luglio 1995. Vi sono contributi di Gad Lerner, Peter Kammerer, Daniel Cohn-Bendit, e otto Scritti scelti di Langer. Ci soffermiamo sullo scritto di Fofi (pp. 69-110), che prende il titolo dalle ultime parole di Langer: «Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto».

Ciò che era giusto. Eredità e memoria di Alexander Langer (Alphabeta Verlag, Bolzano 2025, pp. 227, euro 17) sono memorie della lunga conoscenza tra Fofi e Langer, attorno al cinema di montagna, al Sessantotto, a Lotta continua: «Ci volevamo bene». Una tra le sue più vive amicizie, come Mauro Rostagno e Luca Rastello, torinese. Alex non voleva solo “cambiare il mondo” (come Marx), ma “cambiare la vita”: piantare la carità nella politica. Non solo inserire, ma piantare, e si ispira a Leopardi: «tutti fra sé confederati estima /  gli uomini, e tutti abbraccia» (La ginestra). Langer era ugualmente attaccato alle sue radici regionali e alla sua ambizione bilinguistica, cosmopolitica: «ohne Grenzen». Voleva essere ponte, «non perché si spera, ma perché si ama, e la carità è il centro di tutto, più della speranza e della fede».

Vedeva come uno dei pochi veri profeti del secolo il prete e filosofo Ivan Illich. (Ricordo di averlo visto e salutato a Camaldoli, col tumore in faccia che lo avrebbe ucciso, nel 2002; e. p.). Per Langer l’azione non deve trascurare il pensiero, ma il pensiero senza azione cambia poco. Nella nuova barbarie, nei sistemi di dominio dei paesi ricchi, voleva «la rivolta, se necessario di pochi, ma in funzione di tutti»: una vocazione «profondamente cristiana e limpidamente laica».

Goffredo Fofi giustifica la propria retorica, in questo ricordo, «perché viene dal cuore, ed è un modo di piangere». Ricorda gli altri suicidi come Jan Palach a Praga, davanti ai carri armati sovietici, ricordato ancora oggi in piazza san Venceslao, e i monaci asiatici nella guerra del Vietnam. Non fu una scelta “privata”, ma una più vasta delusione, la rinuncia di Alex a quanto la vita ci ha dato e a quanto le abbiamo dato: «differenze che è arduo stabilire e persino pensare».

Quelli, come Alex, hanno cercato giustizia e libertà per gli oppressi, «e la loro (la nostra, infine) è stata una guerra civile». Decisamente pacifista, Alex come altri, ma non altrettanto decisamente nonviolento, «ben conscio della violenza dei poteri in lotta tra loro, e pure degli aspiranti al potere». Una sconfitta mondiale, dice Fofi: «Alex morì perché prigioniero di contraddizioni insolubili, esistenziali, ma soprattutto politiche: gli egoismi tornavano a prevalere e gli opportunismi a regnare». Una generazione sconfitta: aveva provato a ribellarsi al destino che per essa voleva il Capitale, e ora veniva soggiogata dal suo potente sistema pedagogico per controllare le coscienze. Occorre reagire alla disperazione che ha sopraffatto Alex, e continuare a lottare.

Langer non incontrò mai Capitini, con dispiacere di Fofi, ma lo lesse tanto da capire il pacifismo non come mera difesa della pace, ma come ripudio della violenza in tutte le sue forme, convinzione anche sua, espressa con vena poetica-religiosa nello scritto su San Cristoforo (in questo volume, pp. 127-32). Fu affascinato dall’esperienza di don Milani. Tradusse in tedesco la Lettera a una professoressa. Nel movimento del ‘68 si sentì più vicino a Lotta continua, e sembrò esaltare una violenza liberatrice nell’organizzazione dei “servizi d’ordine”, in difesa dei cortei da polizia e parafascisti. Il movimento si frammentò, non senza ambiguità. I servizi segreti, non solo italiani, fecero fallire il “compromesso storico” tra classe operaia e mondo cattolico.

Goffredo Fofi aderì, più o meno direttamente, a Lotta continua, soffrendo che fosse assai lontana dalla persuasione nonviolenta di Capitini, ma sentiva che anche Langer (membro autorevole sebbene eterodosso) condivideva lo spirito e il profondo bisogno di far coincidere i fini giusti con i mezzi giusti. Langer si trovava molto più nel cuore del dilemma, rispetto a Milani e Capitini: avevano ideali comuni ma diverse modalità di agire. Langer era coinvolto non tanto nell’educazione alla buona politica, quanto nella pratica di una politica diversa e nuova, pur dentro un contesto tradizionale.

Di fronte alla guerra nella ex-Jugoslavia, Langer visse una partecipazione emotiva intensissima. Accolse, con tutti gli avvertimenti del caso, l’ipotesi di un intervento militare sotto l’egida dell’Onu, per impedire i massacri, per portare aiuti. Anche per Capitini, come per Gandhi, nonviolenza non è stare a guardare, ma significa intervenire attivamente, sì, ma solo all’interno di un «solido e generoso programma di ricostruzione del dialogo e della democrazia», scrisse Langer. Ci furono divisioni nel movimento pacifista, angosce nelle nostre coscienze. «La serenità di Alex ne fu colpita. Tali difficoltà influirono sulla sua solidità psicologica, non su quella morale e intellettuale».

A giugno ‘95 Alex mandò a Goffredo Fofi l’articolo, quasi un testamento, L’Europa muore o rinasce a Sarajevo (in questo volume, pp. 161-70). In quel periodo propose al Parlamento europeo, di cui era membro (dal 1989, rieletto nel 1994), un documento Per la creazione di un corpo civile di pace dell’ONU e dell’Unione europea.

Tutti hanno le loro ragioni. Ma sono molto diverse le ragioni dei forti da quelle dei deboli, di chi ha e può da chi non ha e non può. Alex aveva compreso questo. Intanto, un tempo di speranze e di lotte di un’intera generazione, era finito. Era il 1994. Il capitalismo dimostrava nuovi mezzi, vecchie e nuove astuzie, per condizionare le coscienze.

«L’affermazione del Giusto e del Bene quasi mai è rispettata dalla Storia. Sì, anche di questo è morto Alex», conclude Goffredo Fofi.