Si calcola che dal 1942 al 1945 fossero nascosti a Berlino, vivendo in clandestinità, tra i 10 e i 15.000 ebrei. Marie Jalowicz Simon fu una di loro. Non ne parlò per tutta la vita ma, nel 1997, all’età di 75 anni accettò, su insistenza del figlio Hermann, di registrare molte cassette di ricordi che, rielaborate, hanno dato vita nel 2013 a un libro «sensazionale» (così definito dal critico di «Die Zeit», Goetz Aly): Clandestina, una giovane donna sopravvissuta a Berlino 1940-1945 (Einaudi 2015).
Il 22 giugno 1942 Marie, allora ventenne, sfugge per caso ad una retata della Gestapo e decide di vivere nella “illegalità”. Lascia il lavoro forzato alla Siemens e si strappa la stella gialla dagli abiti. «Illegalità? Illegali erano i nazisti, non io. Illegale era infatti il più grande sterminio organizzato della storia dell’umanità. (Io invece) avevo un diritto, quello alla sopravvivenza» (p. 314). Resta orgogliosamente tedesca, una “ebrea tedesca”. E pochi mesi dopo il suo ritorno alla libertà, nel gennaio 1946, a chi le propone di migrare in quello che diventerà lo Stato d’Israele, risponde con fermezza: «Sono già emigrata. Dalla Germania di Hitler alla Germania di Goethe e di Johann Sebastian Bach dove mi sento perfettamente a mio agio». Ed elenca con lucidità le ragioni che l’hanno convinta a rimanere in Germania: «Qui sono nata e cresciuta, qui ho le mie radici, sono stanca di combattere e qui posso vivere una vita senza gravare su nessuno». Dopotutto «i tedeschi hanno ucciso milioni di ebrei, ma erano tedeschi anche coloro che, mettendo a repentaglio la propria vita, hanno fatto grandi sacrifici per aiutarmi» (pp. 315-16). Confutando, tra l’altro, il consueto argomento secondo cui l’orgoglio non permetterebbe di vivere nel Paese delle camere a gas. Resta dunque in questa “maledetta Germania”, a Berlino, anzi a Pankow, il distretto dove ha sede, per un certo periodo, il governo della Rdt, di osservanza sovietica. Si trasferisce, un’unica volta, in un appartamento più grande, in Wolfshagener Strasse, 59, dove – osserva il figlio – «i miei genitori vissero i decenni a venire e dove passammo la nostra infanzia, mia sorella Bettina ed io».
Il 4 aprile 1946 Marie compie 24 anni e si iscrive all’Università. Nel modulo di registrazione presso la Comunità Ebraica, alla voce “occupazione”, scrive: «prima del 1933 studentessa liceale, attualmente studentessa universitaria». Il nazismo come parentesi tragica nella sua vita e in quella del Paese… Concluderà gli studi con laurea e dottorato, e nel 1956 diventerà ricercatrice in Storia della filosofia antica. Inizia così una carriera che la porterà all’ordinariato nel 1973.
Dunque Marie entra in clandestinità nell’estate del 1942, pochi mesi dopo essere rimasta sola per la morte del padre, di professione avvocato. La sua famiglia apparteneva alla buona borghesia, perfettamente integrata nella società tedesca, da generazioni. Il cognome polacco non deve trarre in inganno. Era stato “comprato” da un suo antenato di origine russa, approdato a Berlino per sfuggire ai pogrom. Accadeva anche questo, allora. Insomma Marie apparteneva a quella classe sociale che guardava con un certo distacco, se non disprezzo, i recenti immigrati della diaspora ebraica, provenienti dall’Est europeo, piuttosto poveri e ignoranti e perciò costretti ai lavori più umili. Di questa stratificazione sociale tra ebrei ci dà un quadro fedele e impietoso Irène Némirovsky nel suo ultimo romanzo, pubblicato nel 1940, I cani e i lupi, ambientato a Kiev.
Marie ha bisogno di documenti falsi, rifugi sicuri e sempre nuovi, qualche amico fidato e qualche soldo. Molto sangue freddo per dominare la paura e inevitabili compromessi con i propri principi e con la propria coscienza, resi necessari dalle circostanze estreme in cui è costretta a vivere. Chi l’aiuta lo fa perché non sa che è ebrea (finisce in casa di alcuni fanatici nazisti), o per ideali politici (diversi amici comunisti), o semplicemente per solidarietà umana. L’inizio è drammatico: Marie è indirizzata dal suo medico a una “mediatrice” che la “vende” a uno strano figuro, piccolo imprenditore dalla salute malferma e dalle convinzioni naziste, che la può ospitare per qualche tempo. Fioriva anche questo “commercio” allora, a Berlino. Nel settembre del 1942, dopo aver assunto l’identità di Johanna Koch, amica di famiglia, e con falso passaporto, attraversata l’Austria e la Jugoslavia, raggiunge Sofia con l’intenzione di riparare in Turchia Ma la fuga non riesce e l’ambasciata tedesca in Bulgaria le rilascia un documento che le consente solo di rientrare in Germania, via Vienna.
Tornata a Berlino, siamo a metà novembre 1942: «feci ancora quattro passi in direzione di Alexanderplatz. Era il quartiere dove ero cresciuta, dove avevo sempre avuto molti parenti e amici. Ma adesso non sapevo dove passare la notte… sapevo che non mi rimaneva altro da fare che restare sveglia tutta la notte, vagando senza meta per la città (pp. 131-32). Dopo l’avventura bulgara finita male, riteneva un miracolo che la Gestapo non fosse arrivata alla sua amica Koch, che le aveva prestato le generalità. Per l’inverno !943-44 trova ospitalità dall’anziana signora Blase, presso la quale, diremmo oggi, svolge funzioni di badante, con un rapporto che giova ad entrambe.
Da una radio straniera apprende dell’attentato ad Hitler il 20 luglio 1944. «A questi ufficiali Hitler non piaceva perché era rozzo e plebeo. Non erano veri antifascisti, ma militari conservatori» (Pag. 256). La Germania – sostiene Marie – va sconfitta fino in fondo, gli alleati devono arrivare a Berlino e issare le loro bandiere sulla città. Nell’autunno del 1944 è istituita la milizia popolare (Volksturm) in appoggio alla Wehrmacht e molti inneggiano ancora alla vittoria vicina. Seguirà invece un inverno di terribili bombardamenti. Anche la casa dove si rifugia Marie è colpita, e lei scampa per miracolo.
Finalmente la fine della guerra. Arrivano i russi, poi americani e inglesi. Marie ha il problema di trovare casa e lavoro. La prima la ottiene con grande sollecitudine, efficienza (e qualche sotterfugio) da un ufficio che procurava un tetto a chi l’avesse perduto per distruzioni belliche. Era il suo caso: l’edificio di Prenzlauer Strasse, 19a era stato raso al suolo.
Per il lavoro si reca presso l’Amministrazione comunale che cerca traduttori. «Mi ricevette un sottotenente britannico, che poi si rivelò essere un ebreo tedesco, emigrato all’ultimo momento» (pp. 294-95). L’ufficiale sta facendo colazione con caffè (vero) e pane bianchissimo spalmato di burro. A Maria, abituata, se andava bene, a cicoria e pane nero di dubbia fattura, par di svenire per «acquolina da astinenza». La conversazione si svolge in francese, poi in inglese. Non granché apprezzata. «E poi – sbotta il militare – saprà scrivere a macchina, con due dita». (Sarà comunque assunta per un breve periodo come dattilografa e interprete). «Con un ghigno perfido rovesciò il contenuto di un posacenere stracolmo sui resti di quella colazione deliziosa» e ordinò ad un assistente di portare via il tutto perché ne aveva abbastanza. «Avrei voluto gridare e riempire di schiaffi quel pallone gonfiato. Chi si comporta così – pensai – dovrebbe finire davanti a un tribunale internazionale del popolo ebreo ed essere condannato a una dura pena» (p. 296). Erano arrivati i vincitori con tutta la loro arroganza.







Vicenda quella raccontata da Quaregna degna di riflessioni profonde L’identità tedesca, intesa in senso culturale ed emotiva, prevale sull’antisemitismo nazista e persino sull’identità ebraica. Che vuol dire? Cerchiamo risposte a questo interrogativo.
Articolo attuale che approfondisce l’argomento con obiettiva e precisa narrazione documentando fonti storiche e letterarie della Shoah…da non dimenticare