Commento al vangelo della domenica 19ª: Luca 12,33-48

Come già ricordato domenica scorsa, l’inizio del vangelo odierno non è particolarmente felice nell’estendere in modo esagerato a tutti i cristiani la vendita dei beni e delle rendite; apparirebbe più logico limitarla ai discepoli più stretti, in termini moderni ai ministri ordinati, comunità religiose, monaci col loro voto appunto di “povertà” ecc.: come in Atti 4,36 il cipriota Giuseppe, soprannominato Barnaba (il futuro apostolo compagno di Paolo), che vende il suo campo.

I mezzi di sostentamento. Tanto più che si usa la dizione standard ta uparchonta  (tά υπάρχοντά, participio neutro plurale), che indica i beni, gli averi, i viveri comuni, le risorse normali [tanto che nella dizione al genitivo pl. ôs ek tôn uparchontôn significa “secondo le condizioni correnti (dello stato attuale)”, ossia “ciò che c’è” al momento].

Non è molto logico privarsi del necessario rischiando di cadere sul lastrico…, bensì condividere tali mezzi quotidiani, in sintesi il “pane”; nell’uso semitico, quindi anche nei vangeli (ad es. nel Pater letto due settimane fa), “mangiare il pane” significa cibarsi più in generale: non solo mangiare il pane…ma anche il companatico con tutto il resto nella commensalità. All’incirca come nell’italiano corrente il pane può significare il fabbisogno vitale (ad es. lo stipendio).

È lodevole in Atti 4,32 il sostegno fra cristiani: «ogni cosa era fra loro comune»; ma anchequi in Atti 4,34 Luca travalica nella sua visione idealizzata dei possessori che sembrano quasi “dover” vendere i campi e le case per deporne il ricavato ai piedi degli apostoli. E se uno bara nell’importo, viene colpito a morte (come Anania e Saffira subito dopo in Atti 5,1ss).

Dio in servizio. Segue (Lc 12,35-40) nel tipico stile escatologico-apocalittico l’esortazione alla veglia vigilante con le lucerne accese in attesa del ritorno del signore-padrone dalle nozze (vv. 35-37), un’immagine del giudizio divino, oppure essere pronti per l’equivalente venuta del figlio dell’uomo per giudicare tutti (alla fine della sezione nel v. 40).

Qui il giudizio è altamente positivo per i servi bravi: addirittura il padrone (signore: kurios) li farà mettere a tavola e passerà a servirli: è un Dio che si pone a servizio degli uomini!

Il clima positivo prosegue  con la parabola dell’amministratore o maggiordomo saggio

a capo di tutta la servitù, che lavora bene nel distribuire le razioni di cibo, per cui verrà messo a capo di tutti i suoi averi.

Dopo tutta questa positività non poteva mancare l’opposto giudizio negativo, anche se pesante con una pena truce per quello che invece picchia i servi (pure in Mt 24,45-51) con botte da orbi fra ubriachi: quest’ultimo il padrone lo farà a pezzi, lo squarterà in due [dichotomêsei; la versione CEI edulcora in modo fin troppo eufemistico con «lo punirà severamente con rigore»]. 

Certo rimane sempre il fatto banale, se non “triviale” di un terroristico grande castigo anche fisico: la concezione classica, plurisecolare nell’immaginario cristiano, che si dovrà rendere conto del proprio operato nel terribile tribunale divino.

La conoscenza di Dio. Ben più interessante è invece l’aggiunta di Lc 12,47-48 (assente in Matteo): «Il servo che, conoscendo la volontà del suo padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche»

Qui traspare nitida nel NT l’idea di “coscienza”: significativa soprattutto se rapportata all’etica oggettivistica dell’AT, come si evince chiaramente dalla storia di Giuda e Tamar (Genesi 38,1-26). Va premesso che allora andare a prostitute non era considerato peccato; la colpa di Giuda è l’incesto con la nuora, anche se inconsapevole perché essa lungo la strada si era travestita da prostituta. Quindi a prescindere dall’avvertenza consapevole e dall’intenzionalità; si poteva ad es. diventare impuri inavvertitamente per aver toccato qualcosa.

Al di là della metafora delle “botte” (con il contrappasso delle percosse punitive ai colpevoli), è interessante la differenziazione nella pena fatta in maniera non casistica [non sulla base degli atti peccaminosi più o meno gravi come nella commedia dantesca] ma dipendente dalla coscienza-consapevolezza (o meno) di Dio, in particolare dalla conoscenza della sua volontà [quindi in particolare la coscienza morale; cfr l’appendice tecnico-scientifica]: per chi non la conosce ci sarà una pena più lieve.

Ossia qui è decisiva la coscienza (o meno) di Dio! (Si potrebbe aprire un lungo discorso circa il rapporto fra credenti e non-credenti, qui presi in considerazione senza disprezzo).

«Sarà tolto anche quello che ha». Il vangelo odierno si conclude col celebre detto: «A chi fu dato molto [diciamo la Rivelazione], molto sarà richiesto»; che è strettamente collegabile con Lc 19,26 (e par. in Mt 25, 29 e Mc 4,25), un passo criptico non sempre compreso: «A chi ha [appunto il messaggio di Cristo] sarà dato, ma a chi non ha [i giudei che hanno rifiutato Gesù e la sua parola rivelatrice] sarà tolto anche quello che ha [cioè la rivelazione dell’AT che essi hanno storpiato, distorto, rimosso, seppellito]; infatti non ce l’hanno più, anche se credono di averla come precisato da Luca 8,18 «…sarà tolto anche ciò che pensa di avere».

Si chiude con «a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più», che allude probabilmente alle funzioni di prestigio, dignità, responsabilità di governo..; bella infatti la variante di San Cipriano nella conclusione di Lc 12,48 che egli legge presumibilmente in un manoscritto greco perduto, e la traduce: «cui plus dignitatis adscribitur, plus de illo exigetur servitutis» [a chi si ascrive più dignità, da lui si esige più servitù]. 

Appendice tecnico-scientifica

Dal punto di vista neuro-fisiologico la coscienza è “intrigante”: mentre di altre funzioni conosciamo la sede cerebrale [area di Broca per il linguaggio, ippocampo per la memoria, cervello posteriore (occipitale) per la vista…], non è (ancora) stata rinvenuta quella della coscienza, probabilmente perché non esiste, o meglio non è localizzata in un unica area, non è racchiusa, “schiacciata” in una zona delimitata in qualche anfratto del nostro cervello. Essa è il risultato di una interconnessione, di una interfaccia fra più “mappe” cerebrali che convergono con tutti i loro strati [6 solo nella neo-corteccia, l’organo infinitamente più complesso dell’universo conosciuto  e di qualsiasi tecnologia umana, anche sofisticata; un’assoluta meraviglia che fa pensare a Dio]. La coscienza è pluristratificata, soprattutto quella morale, in un tutt’uno con la realtà del mondo: infatti spesso siamo sottoposti ad impulsi divergenti, contrastanti, contrapposti in relazione a determinate scelte.

Mentre in italiano c’è un solo termine per “coscienza”, ad es. in tedesco ne abbiamo due: Bewusstsein per la consapevolezza in generale, eventualmente auto-coscienza (Selbstbewusstsein), e Gewissen per la coscienza morale. La distinzione sembra corroborata dal fatto che in certe gravi patologie neuro-psichiatriche si può perdere l’una ma non l’altra.

Ma non c’è bisogno di lesioni cerebrali [o forse sì…in senso metaforico], perché anche a Gaza, in Ucraina e Hiroshima esattamente 80 anni fa, la (sola) coscienza morale si è dissolta in un baratro crudele.

Per quanto riguarda l’intelligenza le ultime ricerche ne hanno modificato il paradigma evolutivo, soprattutto nel confronto con gli uccelli che hanno mostrato di avere capacità cognitive avanzate (con un cervello di 10 grammi fanno più o meno le stesse cose di uno scimpanzè con uno di 400 grammi).

Prima si riteneva che l’intelligenza fosse sorta e comparsa una sola volta in una specie di lucertola di 320 milioni di anni fa quando i continenti erano riuniti in un’unica grande massa. Oggi invece si ritiene che sia emersa più volte seguendo strade indipendenti ma non poi troppo differenti; i percorsi neurali sono i medesimi, ma sono localizzati in regioni cerebrali diverse: nella cresta ventricolare dorsale negli uccelli, nella neocorteccia nei mammiferi. I circuiti di queste due strutture appaiono in momenti diversi dello sviluppo embrionale, in ordine diverso, e sono costituiti da differenti tipi di cellule. 

Possiamo parlare di intelligenze (al plurale): anche gli uccelli ci sono arrivati, per conto loro. Sarebbe significativo in riferimento alla IA.