Registro di scuola / 6

8 maggio

Casini. Ho detto una parolina all’orecchio a Samuele, un mio allievo di terza mentre stava facendo il tema e lui ha abboccato: «Sì, prof, in questo periodo ho tanti casini». Gli rispondo: «Ne parleremo, allora». Pensa e ripensa… l’ora dopo avevo l’ora buca, lo faccio uscire mentre entra il collega di scienze. In men che non si dica Samuele mi racconta con naturalezza − direi: con pudore ma senza vergogna − i suoi casini. Ma quindi… bastava dargli un pizzicotto e lui era pronto a vuotare il sacco? È giusto farlo? So che un insegnante non è uno psicologo. Ma se vedo un allievo che naufraga, che mostra un malessere che si riverbera inevitabilmente sull’apprendimento, resto a guardare? Stupiscono i ragazzi, a volte. Perché in effetti sì, Samuele, in modo delicato e profondo, mi ha raccontato tutto quel che ha vissuto e sta vivendo: psicologa, riflessioni personali anche a volte difficili da afferrare, rapporti coi genitori, scoperta di una malattia ecc. Servirà, non servirà? Approfitto del mio ruolo? Questa chiacchierata migliorerà… i suoi voti finali – tanto per essere brutali? No, non credo. Ma non siamo macchine per produrre voti. Questo, almeno, è ciò che continuo a pensare.

10 maggio

Ricevimento. Mi era già successo all’inizio dell’anno: un genitore chiede di parlarmi alla fine del Consiglio di classe perché di mattina non può venire; lo ricevo e lui mi contesta il voto di geografia su una cartina di storia perché è troppo “stretto”, visto che dovevano individuare la collocazione di 13 luoghi e io ho tolto un punto per ogni luogo collocato erroneamente. Gli faccio notare che quella cartina era il rifacimento di una cartina che avevo già dato insieme ad altre domande, in una verifica precedente: ecco il perché di un parametro così “stretto”. Ma lui sostiene che quella sia la prima volta che ho dato la cartina. Ribadisco che so quello che faccio: e che è la seconda volta. Non c’è verso: dopo un tira e molla senza senso, lo invito a uscire perché non avevo intenzione di farmi dire da lui quello che ho fatto o non fatto. Me ne sono andato con la sensazione, sgradevole, di aver parlato due lingue diverse.

Invece alla fine dell’anno ricevo i genitori di un allievo di prima, un po’ tonto: uno di quei ragazzi che quando gli fai una domanda di qualsiasi tipo ti guardano per un paio di secondi smarriti, qualsiasi cosa gli chiedi, come se arrivassero da un altro mondo. Non è un ragazzo cattivo, anzi: ha proprio la faccia da buono. E tale è. Mi porto al colloquio tutte le prove scritte che ho, per poter parlare coi genitori con esempi concreti. Intuisco cosa mi vogliono chiedere: come mai il figlio va male in tutte e due le mie materie, e non riesce a tirarsi su. Dopo un primo scambio, passo a far vedere una per una le prove per poter specificare meglio da dove deriva la valutazione negativa. La prima prova era sul lessico del cinema: mi dicono che il figlio ha studiato insieme ad altri compagni che hanno tutti preso la sufficienza (lui è stato forse l’unico gravemente insufficiente), e anzi che lui aveva radunato a casa sua e in qualche modo istruito un gruppetto dei suoi compagni. Non ho nessuna ragione per credere che mi dicano bugie, ma è un dato di fatto che le risposte erano sbagliate o molto parziali e che la valutazione non poteva che essere quella. Càpita a volte che nei colloqui chei genitori tirino in ballo lo studio a casa, l’impegno ecc., ma è evidente che nessuno di noi può valutare qualcosa che non vede ma gli viene riferito – poniamo in buona fede. La seconda prova (valutata 4) è un tema di tipo espositivo su Sparta, che avevo dato da studiare insieme ad altri argomenti da cui avrei pescato. Fare un tema significa non solo scrivere cose giuste e sensate, ma scriverle bene: perché appunto è un tema e non una verifica di storia! La valutazione avviene dunque anche sulla forma: lo avevo chiarito in classe. Leggo ai genitori: «Nati (sic!) nel 1220 a. C. nella Laconia dopo la caduta dell’impero miceneo, Sparta era una delle città più potenti del Peloponneso. Si dice che nacque per scelta di Eracle, figlio di Zeus, ed erano destinati (sic!) ad essere i più forti». Mi pare evidente la mancata concordanza tra il soggetto, singolare (Sparta) e quanto vi concorda («nati» ed «erano destinati»). Tecnicamente si potrebbe parlare di anacoluto, ma al di là delle etichette il punto era che il senso della frase non reggeva. Il padre vedendo la sottolineatura dell’errore comincia ad alzare la voce, sostenendo che quello non è un errore grave, e non merita quella valutazione (ovviamente il voto non dipende da questo unico errore). Provo a rispiegare la differenza tra verifica e tema. Si impunta: secondo lui l’errore è veniale. Esasperato, faccio una mossa sbagliata: gli chiedo che competenze abbia per valutare cosa è errore e cosa no. So che non si deve umiliare l’interlocutore, ma mi è venuto spontaneo. La tensione cresce velocemente. La moglie invita il marito a desistere e allontanarsi un attimo. Niente da fare. Insiste. A quel punto faccio quel che non si deve fare: lo mando a quel paese. Lui si altera ulteriormente e minaccia di andare dal preside. Lo invito a farlo senz’altro e dico che non mi sento in dovere di continuare il colloquio. Un collega, presente nella sala ricevimento, mi lancia uno sguardo di intesa. Esco col forte senso di aver sbagliato. Attendo che il preside mi chiami, anche se vedo il genitore fumare fuori del cancello. Una cosa mi è chiara: nulla di quanto è successo deve influire sul rapporto con l’allievo, che anzi cercherò di trattare, come spero di aver sempre fatto, con la massima correttezza. La mattinata va via liscia. Nessun richiamo. Passano una decina di giorni e la madre fa richiesta agli atti per avere copia di tutti gli scritti in mio possesso. Lo faccio con sollecitudine. Mi ringrazia. Lo spiacevolissimo episodio finisce così.

Non posso pretendere di aver ragione, perché insultare non è da persona civile. Devo confessare che non sono un insegnante modello. Faccio cose di cui mi pento. Parlo ovviamente per la mia esperienza, parziale e soggettiva, ma ho l’impressione che il modo in cui molti genitori “difendono” i figli stia diventando un nodo difficile.

10 giugno

Io, postino. 21 anni fa avevo scritto questa lettera ai miei allievi alla fine dell’anno (quanto sono cambiato da allora? non so dire…). L’ho tirata fuori dalla pancia del computer perché continua a farmi pensare. La dedico alle mie allieve e ai miei allievi di quinta di quest’anno, ma anche ai miei non allievi della scuola, e anche a tutti i ragazzi. George Steiner qui dice cose molto giuste… La riporto tale e quale. NB Le parole sono quasi tutte di Steiner.

Cari allievi, oggi la mia ultima lezione con voi è stata particolarmente affannata, avevamo tante cose da fare… E così mi son dimenticato di fare un piccolo discorsetto (discorso, discorso…!) che mi ero preparato prendendo a prestito le parole di un critico inglese, George Steiner, che avevo letto qualche anno fa in un articolo sulla «Stampa» che ho ritagliato. Steiner diceva più o meno così…

Che consiglio posso dare a voi giovani? Anzitutto non buoni consigli, è troppo facile, se mai cattivi consigli.

Il primo: non negoziate le vostre passioni, vivetele. Sì, proprio così. Certo lui parla probabilmente di passioni intellettuali, ma allarghiamo pure il campo. Non fate compromessi: se capite che vi piace una cosa, cercate di coltivarla. Nessuno potrà togliervela. Anche studiare per una settimana un frammento di un poeta latino può donare un momento di felicità incomparabile. Avere una vocazione è una felicità pericolosa, ma senza fine: è la più grande fortuna che si possa avere al mondo. Tutti abbiamo una sete di assoluto, dentro.

Secondo: siate coscienti della fragilità politica e sociale di questa passione. Dovete sapere che Steiner è di origini ebraiche, e quando dice questo ha in mente quello che è successo in Germania, la sua Germania, da cui ha dovuto emigrare in Inghilterra. E si chiede: perché il massimo della barbarie del secolo passato è potuto attecchire proprio nel paese che aveva espresso la filosofia di Kant, o la musica di Beethoven? La shoah, insomma, non è capitata nel deserto, ma in uno dei popoli più colti del mondo. Cosa vuol dire questo? Che evidentemente la cultura, la letteratura, non necessariamente rendono l’uomo più umano. La poesia non salva la vita, non sempre. Il gioco è ancora sempre tutto da giocare, tra umanità e disumanità. Ogni professore orgoglioso di poter insegnare ciò che ama dovrebbe sempre fare un esame di coscienza e chiedersi: oggi, ho difeso il valore dell’uomo? Potevo fare di più? E quando torna a casa dopo aver ascoltato il grido dell’uomo che viene da Shakespeare, dice Steiner, – noi potremmo dire da Montale o da Manzoni, perché anche lì c’è un grido – deve verificare se è ancora in grado di sentire il grido che viene dalla strada, dalla vita. Perché se non lo sente più, è meglio che smetta.

Terzo, e più leggero: imparare a memoria, sì, by heart o par coeur, come si dice. Notte e giorno, con il cuore e non solo con il cervello. Solo così si può essere ricchi. Perché nessuno può togliere ciò che conoscete a memoria. Nessuno. E Steiner ricorda una giovane professoressa che in Russia era stata imprigionata per un nonnulla. Senza luce, senza carta. Per tre anni. Ma conosceva bene i 40.000 versi del Don Giovanni di Byron e se lo tradusse a memoria. E quando uscì, cieca, dettò la sua traduzione, che divenne un capolavoro. Nessun totalitarismo può distruggere la memoria.

E conclude dicendo che esercitiamo (questo plurale mi imbarazza: come posso mettermi al livello di uno come Steiner? ma quel che dice lo condivido in pieno) una professione meravigliosa, pericolosa, molto difficile oggi, ma che contiene una lezione di felicità e di umiltà. E cita uno scrittore russo, Puskin, che ha detto: «Io ho scritto la Lettera. Voi, professori, critici, editori ecc., siete i postini». La differenza – inutile negarlo – è enorme. Ma anche io, nel mio piccolo, mi sento come il postino di Puskin: che felicità poter mettere le lettere nella buca giusta…

Un abbraccio a tutti.

3 luglio

Tentazione. Mettendo in ordine le carte dopo la fine della scuola, un classico, trovo un pizzino, con queste righe: «Stante la situazione di forte difficoltà generata dalla particolare composizione della classe, il sottoscritto chiede di non essere riassegnato alla classe XX per l’a.s. 23/24». No, non ricordavo precisamente ma so che in terza con la classe che è appena passata alla maturità avevo avuto questa tentazione, peraltro poi non messa in atto. Era stato un anno difficile. In particolare ricordo un tema svolto insieme, sulla lavagna. Ricordo che i pensieri che ognuno riusciva a formulare non superavano le due righe. Era stato penoso. Loro si giustificavano dicendo che l’insegnante del biennio non aveva mai assegnato veri e propri temi, ma la giustificazione a me sembrava abbastanza inconsistente, perché conoscendola, so che aveva fatto fare dei lavori propedeutici. Quello che avevo percepito è che il rapporto fiduciario con la classe si era rotto, a un certo punto, e che perciò era facile dare tutte le colpa all’insegnante, anche da parte di chi era magari un po’ meglio degli altri. Mi sembrava di dover costruire quasi da zero, anzitutto il rapporto con la mia materia, l’italiano. E a fine anno mi sentivo stanco e insoddisfatto: se in un anno non c’ero riuscito, come avrei potuto farcela?

E invece… Proprio questa classe è appena uscita dalla maturità come la migliore classe che abbia mai avuto nel mio insegnamento. E pensare che la classe che a me nella memoria pare la più bella deve aver avuto un paio di 100, forse senza lode, questa ne ha avuti ben tre di 100, di cui uno con lode. Un successo che non avrei potuto immaginare negli anni precedenti, anche se l’ultimo anno è stato un po’ diverso… Si tratta di una classe assai con meno di 15 allievi, molto polarizzata: la parte alta, molto ristretta, una piccola parte mediana e poi una parte bassa al limite della sufficienza, e forse anche sotto.

Non credo che i voti dell’esame siano “falsati”. Le tre allieve che hanno preso 100 lo meritano, soprattutto se confrontate con la parte restante della classe. Ho avuto più di una classe migliore di questa, nell’insieme, ma il voto finale è determinato da molti fattori, anche contingenti. La morale della favola dimostra che forse non bisogna mai disperare e darsi per vinti, ma continuare a lavorare. Spero che questa voglia non mi manchi mai. Per ora, almeno, è ancora lì.