Al turista che in una calda sera di primavera sbarca all’aeroporto di Habana – dopo dieci ore di volo sul Boeing 777 di Air France proveniente da Parigi – può accadere di attraversare su un taxi le periferie della città tra le pozzanghere di un recente temporale e osservare come persino lungo gli ampi viali l’illuminazione scarseggi. Su una delle arterie che avvicinano al centro, sosta una lunga fila di automobili che paiono posteggiate: l’autista fa notare che si tratta di un campionario significativo del parco-vetture della città, in cui prevalgono i veicoli di fabbricazione russa anche se si vanno moltiplicando quelli cinesi – e tra questi il suo taxi. Poi si scopre che in realtà si tratta di un’interminabile coda, in cima alla quale – dopo oltre un chilometro – s’intravvede una stazione di “gasolina”.  Altri distributori sono invece deserti perché hanno esaurito la benzina.

Il problema degli approvvigionamenti energetici (aggravato dalla crisi del Venezuela, principale fornitore) è il primo in cui ci si imbatte, anche se non nuoce granché al turista, nemmeno quando si registrano – fuori dalla capitale – più o meno frequenti interruzioni dell’elettricità. Le case particular che offrono ovunque ospitalità sono spesso dotate di un generatore di corrente e la cortesia dei cubani riduce al minimo il disagio dovuto ai black out.

Rientrano – queste case, una sorta di bed and breakfast – nell’ambito della parziale apertura all’economia privata che vide la luce già negli ultimi anni della presidenza di Fidel, confermate in seguito dal fratello Raùl e dall’attuale presidente Diaz-Canel. I loro tre ritratti compaiono qua e là su giganteschi manifesti su cui campeggia a caratteri cubitali la scritta: Somos continuidad. Un  messaggio che probabilmente intende suonare rassicurante, dire che lo spirito della rivoluzione non è morto e magari riversare sui suoi successori il credito del lìder maximo: la cui leggenda permane in qualche misura – se ne ha conferma ancor oggi – persino tra i critici del regime (o tra gli scettici e i disillusi, che sono forse la maggior parte).

Dagli alti edifici ministeriali che circondano la Plaza de la Revolucion – su cui troneggia il monumentale pinnacolo in memoria di José Martin – ti osservano invece le effigi del Che (accanto alla scritta ‘Hasta la victoria siempre’) e di Camilo Cienfuegos. In quella scenografica spianata di cemento si tennero per decenni le celebrazioni della rivoluzione socialista che culminavano nel discorso del Presidente. Oggi vi sostano le lunghe Chevriolet tinta pastello – rosa, gialle, celesti – che per venti o trenta euro scarrozzano per un paio di ore il turista attraverso i luoghi pittoreschi della città. L’alternativa è il meno caratteristico ma panoramico Habanabus a due piani, che percorre il celebre lungomare – il Malecòn – e ti porta sino all’immenso Cemeterio de Colòn  e alle spiagge di Marina Hemingway frequentate dallo scrittore (come la Boteguita del Medio che fu testimone delle sue epiche bevute).

Se chiacchieri con gli autisti o con i proprietari delle case particular, scopri che il tempo felice rimpianto è quello degli anni Settanta e Ottanta, quando gli accordi commerciali con l’Urss consentivano un relativo benessere. Il risveglio fu brutale: a causa della gravissima crisi, a metà degli anni Novanta molti fuggirono verso la Florida su zattere improvvisate, spesso andando incontro alla morte in mare. Gli spazi aperti all’iniziativa dei privati favorirono una graduale ripresa, che ebbe il suo culmine negli anni di Obama con la riduzione del bloqueo statunitense (che nuovamente si strinse come un cappio al collo dell’isola con l’avvento di Trump, che ha ricollocato Cuba nell’elenco degli stati terroristi).

La convivenza tra l’attività privata e l’economia di stato si avvale spesso, come è facile immaginare, di zone d’ombra e di taciti accordi. Senti dire ad esempio che il proprietario di una piantagione di tabacco “dà allo stato il novanta per cento e tiene per sé il trenta. Matematica cubana!”. E’ vero che lo statalismo evidenzia, come di consueto, i suoi limiti: nelle cafeterias di stato non devi aver fretta. Come altrettanto vero è che la tarjeta di stato continua a garantire a ogni cubano alcuni generi di prima necessità, mentre l’istruzione anche universitaria è gratuita, come lo è l’accesso alla Casa del Doctor che persino nei più remoti villaggi offre quotidianamente visite mediche (il guaio, a causa del bloqueo, è la scarsità dei medicinali, che ora si cerca di far pervenire tramite organizzazioni e turisti).

Peraltro, tra le conseguenze indirette dell’embargo si osserva anche la crescita di una economia del riuso. Data la scarsità delle materie prime e la difficoltà di importare, ogni prodotto vive molte vite: non solo le auto d’epoca che ancora circolano in gran quantità grazie al paziente lavoro di molti meccanici dilettanti e procacciatori o costruttori di ricambi. Si incontrano spesso negozi che recano nella vetrina un cartello: “Qui si comprano cellulari rotti e televisori rotti”.

Riguardo ai commerci attuali, sta intanto tornando la presenza dei russi, seppure non paragonabile ai tempi dell’Urss. Ma sono specialmente in crescita le relazioni con la Cina: oltre che per i veicoli, anche nel settore degli impianti fotovoltaici e dei pannelli solari, sempre più importanti vista la carenza di energia. E non mancano scambi con paesi europei a cominciare dalla Spagna, mentre su vari edifici si segnalano progetti di cooperazione con il Canada e con il Giappone.

Per strada non vedi quasi mai polizia o gendarmi o soldati, ma i cubani ti spiegano che ovunque, sin nei luoghi più sperduti, ci sono ‘vigilanti’ (d’altronde, nel cuore di Habana un museo presenta il lavoro prezioso svolto dai Comitati di Vigilanza costituiti all’indomani della rivoluzione). Qualcuno osserva che ciò contribuisce a fare di Cuba il paese meno ‘insicuro’ dell’America Latina: ma subito aggiunge – a ragione – che c’è un’altra causa, ed è il livello elevato di scolarizzazione.

La campagna vittoriosa contro l’analfabetismo rimane forse il merito maggiore che quasi tutti riconoscono a Fidel. Aver portato sin nelle zone rurali le scuole – e l’elettricità, grazie alla nazionalizzazione – rimane una pietra miliare della Cuba rivoluzionaria. Per il resto, i messaggi del Partito suonano oggi retorici e lontani, specialmente alla generazione più giovane che stenta a vedere prospettive di autorealizzazione e sogna di emigrare. Anche se nella capitale puoi imbatterti, la sera, in uno spazio un po’ alternativo come la Fabrica de Arte, dove ragazzi e ragazze si ritrovano in gran numero a fare musica e cinema, e si tengono concerti e improvvisate jam session tra esposizioni di grafica e foto e prodotti artigianali, mentre sulle pareti scorrono i fotogrammi di Buster Keaton o del Grande dittatore di Chaplin (e in un angolo, accanto alle locandine dei registi italiani, scopri pure una citazione di Italo Calvino, nato nei pressi di questa città nel 1921).

Atmosfere diverse si respirano a non molta distanza nei locali che accolgono le esibizioni del Buena Vista Social Club, ove si danno appuntamento comitive di stranieri provenienti dai quattro angoli del mondo – neozelandesi, scandinavi, sudamericani: e i musicisti, i cantanti e i ballerini sono artisti capaci di coinvolgere tutti in una serata allegra, vitale, spensierata, in cui persino le canzoni che parlano di nostalgie e tristezza vi lasciano una carica euforica di energia, antidoto ai dolori del mondo. Come altro antidoto – un po’ più malinconico, forse, ma a suo modo ipnotico – è l’aria di famiglia che aleggia nella piccola Casa de la Trova di Trinidad, dove ogni sera un’orchestrina intrattiene gli avventori – un sigaro fra le labbra, un bicchiere di ‘ron’ tra le dita – ai ritmi della musica tradizionale (la ‘trova’, per l’appunto), E qualcuno se ne ha voglia si mette a ballare. E c’è pure, lì in mezzo, qualche italiano e qualche italiana che lì si sono trasferiti.