Commento al vangelo della domenica 17ª: Luca 11,1-13 (Pater noster)

Il vangelo inizia col Pater: il “nostro” non c’è in Luca, ma è sottinteso. Lo trascriviamo con in parentesi quadra le aggiunte di Matteo, che sono da considerarsi in linea di massima opera sua; provenendo dalla fonte Q, Luca non aveva nessun plausibile motivo per ridurlo.
«Padre [nostro che sei nei cieli], sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno. [Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra]. Dacci continuamente il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati (debiti) come anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre (abbandonare) nella tentazione [ma liberaci dal male/maligno]».
Dio situato nell’alto dei cieli è tipico di Matteo, con la sua volontà che “domina” ovunque sulla totalità; come nel Credo il «Dio onnipotente…signore del cielo e della terra».

Livello 1: si noti che sia nel Credo (il che è grave) sia nel Pater non v’è alcun accenno all’amore di Dio; per la “plebe” era più importante lo strapotere divino. Non è forse un caso che non esista il verbo “amare” in tutti i dialetti del Nord-Italia (compresi gli Abruzzi; non ho ancora controllato quelli del Sud). È sottinteso il Dio che si manifesta nella forma del dominio, quasi un equivalente del «Non si muove foglia che Dio non voglia». Siamo nel primo livello più arcaico del Dio onni-pervasivo: nulla di ciò che accade si sottrae alla suprema e onnipotente volontà che presiede al corso degli eventi.
Dio però non manda le disgrazie-tragedie (con questa endiadi riassumiamo tutti i dolori e le avversità della vita) e men che meno come punizione per i peccati: affermato in Gv 9,1-3 per il cieco nato («Né lui né i suoi genitori hanno peccato..»), ma purtroppo ribadito dal redattore ecclesiale (seconda ediz.) del quarto vangelo in Gv 5,14 quando Gesù reincontra il paralitico guarito alla piscina di Betsaida: «Non peccare più perché non ti accada qualcosa di peggio» (un’aggiunta sciagurata per un povero paralitico da 38 anni).

Livello 2: In esso Dio non le scatena, ma può preservare dalle disgrazie-tragedie; è lo schema dell’intercessione, in cui ci si rivolge prevalentemente alla Madonna o ai santi perché ammorbidiscano il Padre celeste pensato come un “vecchio” burbero.
Così interpretiamo pure il peirasmos (tentazione) nell’ultima domanda del pater; dato che non conosciamo il termine aramaico qui usato in Q, privilegiamo (cautelativamente) il suo primo significato in greco, che non è quello moralistico della tentazione seduttiva [essere attratti dal male, dai vizi, dal sesso…; questo è solo il terzo senso nel dizionario del Rocci]: ossia appunto proteggerci dalle disgrazie-tragedie, come ben chiarito dall’aggiunta di Matteo “liberaci dal male/maligno”. Anche qui cogliamo di ponêros il primo significato, che non è la sua personificazione nel demonio/diavolo/satana (anche qua è il terzo senso nel vocabolario), bensì le ineluttabili tonalità tragiche dell’esistenza. È più il male “patito” per le avversità che quello “inferto” dalle iniquità umane.
La natura può essere molto maligna, checché ne dica l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI che l’ha divinizzata, o Paola Muller in Perché il male? E da dove viene? su «Avvenire» del 23 luglio2025, la quale sostiene nella scia di Agostino che anche il male fisico rientra nell’ordine della provvidenza, in quanto può essere orientato ad un bene maggiore, purificando ed educando. Una totale assurdità, come quella di Elena Löwenthal che, nel recente dibattito con Vito Mancuso e altri sull’AT, sostiene, ignorando l’ermeneutica biblica, che bisogna “prendere o lasciare” il tutto in blocco! Quindi dovrei “accettare” il fatto agghiacciante (come rilevato con sdegno da Aldo Bodrato) che Dio abbia fatto morire il neonato primogenito di Davide e Betsabea perché frutto di un adulterio (2 Samuele 12,15ss).

Livello 3: il vangelo, con la parabola dell’amico importuno, prosegue in maniera incisiva ma pedante nel “chiedere (a Dio) per ottenere con certezza”, e nell’affermare che comunque Egli ci possa dare cose buone; senza escludere quelle spirituali, si intendono soprattutto quelle concrete, con l’esempio del padre che dà ai figli (come in Mt 7,11ss) i doni buoni del pane, pesce, uova…
Si raggiunge il martellante apogeo in Gv 14,13s e Mc 11,24: «tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato».

Luca si rende conto che tutto ciò non è realistico (anzi non è vero), per cui effettua uno dei suoi pochissimi cambiamenti; egli è molto fedele ai testi a lui pervenuti: ci ha consegnato senza battere ciglio “Chi non odia i suoi genitori…non può essere mio discepolo» [Luca 14,26 che vedremo nella Dom. 23ª]. Ma qui non se la sente e nella chiusura lo modifica in: «darà lo spirito santo a coloro che glielo chiedono». Luca apre così la strada ad un rapporto (solo) spirituale, che raggiungerà il suo culmine nell’epoca moderno-contemporanea.

Livello 4 odierno: la tesi centrale e portante consiste nel non-intervento di Dio a livello molecolare-energetico, a livello di massa-energia nella storia dell’universo e dell’uomo. L’opera e l’azione del Dio non invasivo si situano a livello spirituale/informazionale (come nella Rivelazione).
Occorre superare altresì altri elementi ben chiari a Bonhöffer: ossia lo sforzo di riservare a Dio un determinato spazio, metterlo cioè nei buchi della conoscenza (il ruolo mitico del Dio tappabuchi); inoltre il concepire la trascendenza come la soluzione dei problemi non ancora risolti, nonché la ricerca e lo sfruttamento della debolezza dell’uomo come dimostrazione della sua dipendenza da Dio.
Abbiamo la contestazione dell’agire causale di Dio a livello fisico-materiale nel decorso del cosmo e dell’umanità, cioè il rifiuto radicale del Dio invadente la natura e la storia, che costituisce l’elemento centrale e decisivo della religione mitica, ma non necessariamente della fede cristologica. Bonhöffer scrisse: Vor und mit Gott leben wir ohne Gott:: «Con e al cospetto di Dio [rapporto puramente spirituale] viviamo senza Dio» [il suo non interagire con la causalità energetica. In questo senso va inteso Etsi Deus non daretur (come/anche se Dio non ci fosse)].

Dal mondo mitico a quello storico. Il mondo, pienamente autonomo, non è dipendente da potenze celesti numinose, come non è pilotato da forze divine sovrannaturalistiche. Il mondo mitico viene abbandonato in favore del mondo storico.
Potrebbe però sorgere un’inquietudine, ben espressa da Armin Kreiner, Dio nel dolore, Sulla validità degli argomenti della teodicea, Queriniana-Brescia 2000, p. 106: «Ma se Dio non può trattenere la bomba che uccide [come in Ucraina e a Gaza], né deviare una pallottola sparata contro un individuo [secondo Trump invece sì], né bloccare l’auto che mi viene addosso…, se non è capace di intervenire su questi eventi sarà poi in grado di ridare la vita ai morti? E di assicurare la vittoria assoluta sul male e su ogni sventura, e di trionfare sulle sciagure e sulla sofferenza?».. Possiamo abbozzare un timido “Sì”, perché tutti questi fatti escatologici e soteriologici sono spirituali.

La questione cruciale diventa la forma insuperabilmente oggettivante del linguaggio mitico, mediante la quale la cultura epocale antica (Bibbia compresa) descrive la presenza e l’azione del divino. Il mito induce la reificazione del divino nell’oggettività mondana dell’accadere. Ma il fatto che l’azione di Dio sia proposta a livello oggettivistico e naturalistico è insostenibile per la scienza e la filosofia degli ultimi secoli; secondo Bonhöffer è Dio stesso che ci spinge a questo riconoscimento.

Dio non può. La mia tesi (aggiuntiva) è che Dio non interferisca in modo energetico-causale perché non può per necessità metafisica, e non perché non vuole, come invece ha fatto una certa tradizione del passato (e ancora nel presente) col suo lasciarsi scacciare dal mondo. Ma “il lasciarsi scacciare” presuppone ancora un “non-volere” anziché un “non-potere”, quindi un autotrattenersi, autoescludersi, come l’autolimitazione ebraica della shekinah tramite una sovrana decisione (senza eccezioni) presa fin dall’inizio della creazione per rispetto del libero arbitrio. Ma esso vale solo se Dio fermasse la mano che sta per colpire, e non per un malato che chiedesse a Dio di guarire; se la guarigione avvenisse, non ci sarebbe alcuna violazione del libero arbitrio.
Quindi Dio non può agire a livello fisico per necessità ontologica (che è tale in assoluto) e non perché non vuole; anzi forse vorrebbe contro le atrocità umane: comunque si adira come accentuato spesso nell’AT. Se intendiamo la causalità come condizione necessaria e sufficiente all’occorrere di fatti ed eventi, allora Dio non causa alcunché e non influisce materialmente su nulla.