Eccola la tempesta,

è già nell’aranceto

tra i suoi pomi, le sue rame.

Furente il gelsomino,

a sprazzi, in quella raffica

acuisce il suo profumo,

esacerba il suo richiamo.

È tutto in agonia il giardino

che lui dal padiglione

                            sfiora appena

con i suoi occhi sultani

adusati alle stagioni,

ai loro inganni, consci

dei molti rimescolamenti

dell’unico principio. Ibi ipse est.

(Mario Luzi, Sotto specie umana, Garzanti, Milano 2014, p. 35)

Quelli che, come me, amano piante e fiori, sanno che in alcuni casi bisogna annaffiare e curare fogliame pressoché insulso per gran parte dell’anno al solo scopo digoderne lo splendore per una manciata di settimane. Deve valere proprio la pena allora quel breve tempo di fioritura e di profumo! Così è il gelsomino, a cui Luzi dedica una poesia dai toni drammatici: quel rampicante sta infatti in mezzo alla tempesta, che ne accorcia ulteriormente la già breve fioritura. In realtà di questo non si parla, perché il frangente descritto sembra al contrario potenziarne le qualità (acuisce il suo profumo, esacerba il suo richiamo). Il gelsomino di Luzi è sovrano e consapevole, quasi altero. Ha attraversato già molte stagioni e sa riconoscere le varianti dell’unico principio regolatore. È un anziano dalla vista acuta, capace di vedere al di là dei piccoli drammi di ogni giorno.

Non così il gelsomino che Etty Hillesum descrive in una delle ultime pagine del suo diario (12 luglio 1942): «Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla Tua casa, mio Dio. Vedi come Ti tratto bene. Non Ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma Ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che Tu stia bene con me».

I poeti sono questo ‒ perché anche il diario di Etty Hillesum possiede pagine liriche e lei ambiva a diventare poetessa, se solo fosse sopravvissuta (cfr. lettera a due sorelle dell’Aia, dicembre 1942). I poeti sanno raccontare il mondo che hanno dentro o il mondo che scorgono nelle piccole cose. Piccole e quotidiane come un gelsomino che fieramente resiste dentro una tempesta o che, sfiorito anzitempo per le forti piogge, continua a fiorire e profumare nel cuore di una giovane donna che nella propria intimità ha costruito una casa accogliente quando il mondo ha smesso di esserlo.

La poesia è un sentire insieme intimo e pubblico. Poche parole e tanto spazio attorno, spazio del mistero attorno a quel poco che si è in grado di scorgere, e che si può fissare spesso solo in una parola ermetica e dura – come la poesia di Mario Luzi, sovente molto impegnativa alla lettura. Una parola sospesa finché non trova qualcuno disposto a raccoglierla.

È soprattutto nella qualità estetica della vita che si può dire che «tutto è grazia», luogo di manifestazione del divino nel mondo. Così è grazia il profumo che il gelsomino spande tutt’attorno sul balcone di casa per poche settimane all’anno. Ed è grazia anche il ricordo lontano di una fiaba per bambini, in cui l’eroina si chiamava Gelsomina e beveva solo tè fatto con l’infuso di fiori della pianta di cui portava il nome. È grazia una poesia capace di aprirci i sensi, come una maddalenina. Spalancare la memoria e cucire con un filo frammenti sparsi. Creare una storia per sé e per altri.