Lo scorso 25 luglio è morta ad Oulx Elena Ottolenghi. Ho avuto la fortuna di conoscerla e di esserle amico. Quel giorno stesso avrei dovuto farle visita. Avremmo fatto il solito giro d’orizzonte sul presente con qualche puntata sul suo passato. Era nata il 28 ottobre 1929, e allora nella ricorrenza della c.d. «marcia su Roma», c’era vacanza da scuola il giorno del suo compleanno. Ma all’età di 9 anni, all’inizio della quarta elementare, fu espulsa «da tutte le scuole del Regno». La notizia le fu comunicata da una bidella, non si scomodarono né il direttore, né gli inseganti. Da quel giorno d’autunno fu segnata a dito, e tranne rari casi, circondata da freddezza, diffidenza e indifferenza. Gli stessi atteggiamenti denunciati spesso da Liliana Segre, nelle sue testimonianze. La situazione della famiglia Ottolenghi divenne drammatica nell’autunno del 1943 con l’avvento della repubblica di Salò. Cacciati dalla loro casa di Torino, furono accolti e protetti da contadini canavesani, mentre mobili e arredi venivano stipati in alcuni garage. «E quello fu per me un periodo sereno, mi piaceva fare la contadina con i figli della famiglia che ci ospitava». Proprio in quel periodo e per quella esperienza Elena maturerà le scelte che la porterà nel dopoguerra a frequentare la facoltà di agraria e ad insegnare poi le relative materie all’istituto per geometri. «Tutto sommato», concludeva spesso, «fummo fortunati, grazie anche all’aiuto di poche persone generose, e, a parte qualche difficoltà per riavere la casa, non perdemmo né vite, né beni».
Mi raccontò un giorno di quando, sul finire degli anni ’50, fece parte di una delegazione ufficiale che visitò la Repubblica Democratica Tedesca. Arrivati a Chemnitz (che allora si chiamava Karl Marx Stadt), si trovò da sola a portare il saluto alle autorità locali e disse, senza peli sulla lingua, che lei i tedeschi li odiava, tutti, senza eccezioni. Riproponendo l’irrisolto problema della colpa collettiva. L’imbarazzo fu notevole, come si può facilmente immaginare. Penso al rabbino di Roma Elio Toaff che non volle neppure più sorvolare in aereo il suolo tedesco o a un brano de Il popolo è immortale di Vasilij Grossman: «Verrà il giorno in cui il tribunale delle grandi nazioni dichiarerà aperta la seduta… e sul banco della vergogna accanto ad Hitler dovrà sedersi anche l’uomo con le guance grasse e cadenti… il gran capo dell’aviazione nazista [H. Goering]. “A morte” diranno allora le vecchie con gli occhi accecati dal pianto. “A morte” diranno i bambini che hanno visto morire i genitori tra le fiamme. “A morte” sussurreranno le ceneri di città e paesi bruciati. E con orrore il popolo tedesco si sentirà addosso sguardi di disprezzo e di biasimo…» (p. 45). In quella stessa occasione Elena conobbe un rabbino ungherese che aveva perduto nei lager 16 parenti. Comunicavano in ebraico.
Quando nel 1967 la mozione 4 (di sinistra) dell’allora sindacato unitario dei docenti aderì alle confederazioni, Elena fu tra le fondatrici del sindacato scuola Cgil. Con la pensione intensificò la sua collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza e soprattutto visitò molte scuole per raccontare l’esperienza vissuta ai tempi delle leggi razziali e della guerra. Fu anche presente per parecchi anni alla posa delle «pietre d’inciampo» a ricordo di quanti, arrestati nelle loro abitazioni, furono deportati e assassinati nei lager nazisti. Iniziativa che si deve a un artista tedesco, Guenter Demnig, e che ha portato a rinnovare la memoria di decine di migliaia di persone con altrettante Stolpersteine, in molti paesi europei. Ne voglio ricordare una alla cui posa, se non vado errato, partecipò proprio Elena. Si chiamava Arduino Cremisi e abitava in Via Legnano. Al momento dell’arresto il 13 ottobre 1944, aveva 66 anni. Fu ucciso a Flossenburg dopo due mesi, il 10 dicembre dello stesso anno. Ogni volta che vado alla stazione, a piedi, passo a salutarlo come fosse un amico.
I testimoni ci lasciano, i ricordi e le memorie si appannano, per lo scorrere del tempo e per l’ignoranza delle più giovani generazioni. L’antisemitismo, mai del tutto vinto, rialza pericolosamente la testa.
Foto tratta da: Moked – Pagine ebraiche
https://moked.it/blog/2024/07/25/torino-la-scomparsa-di-elena-ottolenghi-voce-di-memoria/






“Utilissime queste biografie che vi fanno riflettere su tutto il male e il poco bene che è stato ed è intorno a noi. Non si tratta di esecrare e di celebrare; si tratta invece di essere consapevoli che ciò che è avvenuto può ripetersi. Attraverso il ricordo della Ottolenghi, Quaregna con la sua delicatezza ribadisce il messaggio contenuto nelle ultime righe”. (Dora Marucco)
Caro Prof. Quaregna, ho letto il Suo articolo con profonda sensibilità. È davvero ammirevole il Suo impegno profuso nel mantenere viva la memoria di queste persone che mi piace definire “eroi invisibili”. Queste tematiche andrebbero discusse più frequentemente, a tutti i livelli sociali, affinché il tempo non cancelli quei momenti di “orrore” nella speranza che la coscienza collettiva possa finalmente prendere atto degli errori commessi e riflettere sull’importanza del rispetto nei confronti di qualsiasi essere umano.
Con stima e affetto, Any Gheliuc