In principio fu l’abbattimento dei confini, con l’accordo di Schengen (1985), poi arrivò la moneta unica con il trattato di Maastricht (1992), attuato nei fatti 10 anni dopo, nei primi 11 stati aderenti. La città olandese ha un significato evocativo, Traghetto sulla Mosa, e simbolico. Andare oltre un fiume, teatro di battaglie sanguinose verso un futuro di coesistenza e di pace. Erano cose di comprensione immediata per molti cittadini, influivano positivamente sulle nostre abitudini, sui nostri desideri. Viaggiare con la sola carta d’identità, con una sola moneta. Erano state fatte simulazioni, prima dell’euro. Partendo dall’Italia con 1 milione di lire, solo per le commissioni di cambio, dopo un giro negli altri 11 stati, senza fare alcuna altra spesa, saremmo ritornati con 500.000 lire. In molti lo abbiamo dimenticato. Ricordo l’euforia per l’abolizione dei controlli di frontiera al Monginevro e al Colle della Scala e il rapido degrado degli edifici, specie da parte italiana. Gli umani parlavano un’altra lingua, ma la natura continuava indisturbata. Erano lontanissimi i tempi in cui, nel 1948, a Melezet, durante una gita scolastica, eravamo stati strettamente sorvegliati dai carabinieri durante la raccolta di qualche narciso. Si avveravano i sogni di chi aveva ancora qualche ricordo di guerra. Conquiste semplici che capivano tutti , per un massiccio diffuso favore per la costruzione europea, anche un po’ superficiale. Dopo tutto ci eravamo riabilitati agli occhi del mondo dopo il fascismo e la guerra, proprio aderendo alla Comunità europea.
Ma che l’unione tra i popoli europei fosse un cammino irreversibile cominciò ad essere messo in discussione dopo l’arrivo dell’euro. La prima che ebbe l’intuizione fu Barbara Spinelli con alcuni articoli su «La Stampa»: «Guardate che si rischia il ritorno prepotente degli stati nazionali». Il parlamento europeo rimase a metà del guado, senza iniziativa legislativa, e si rafforzò il potere del Consiglio europeo, dove decidono, quasi sempre all’unanimità, gli stati nazionali e prevalgono i loro interessi più gretti. Con uno strano effetto boomerang, per cui l’Ue risponde poi di decisioni impopolari prese sostanzialmente dagli stati, che così lanciano il sasso e nascondono la mano. La Costituzione europea, dopo la bocciatura, per referendum, in Francia e Danimarca è stata accantonata e si è messo a soffiare un vento sovranista sempre più forte, con la richiesta di meno poteri all’Ue. E trovano spazio anche grandi mistificazioni. Ne è un esempio una recente intervista radiofonica a Giorgia Meloni («Giù la maschera», 27 maggio, Radio1). Di quelle interviste embedded, totalmente disegnate sulle esigenze dell’intervistato. Domande brevi e risposte dilaganti, commenti tipo «Chiarissimo, certo», et similia. Se qualcun altro interviene è subito zittito, senza tanti complimenti. «Insomma ‒ sostiene la Presidente del consiglio ‒ l’Ue deve fare meno cose e farle meglio». Cioè deve avere una politica estera e un esercito comune. Non rompere le scatole con l’auto elettrica e le case coibentate. Due temi (totem nazionali) sui quali è meglio non disturbare gli italiani. Quindi un evanescente rapporto confederativo e nessun “superstato federale” oppressivo con sede a Bruxelles. Il livello di ignoranza e difficoltà della materia è però del tutto evidente. E anche l’inganno. Politica estera e difesa, insieme alla moneta, sono proprio le competenze essenziali che distinguono qualsiasi stato federale, a partire dal prototipo storico, gli Usa. In realtà è fuffa propagandistica e se dovessero prevalere le forze sovraniste è del tutto probabile un lento declino e un sostanziale smantellamento della costruzione europea.
È con questo spirito misto di amarezza e speranza che mi accingo a votare per il rinnovo del Parlamento Europeo, cercando di dare un voto efficace, un voto cioè che non rischi, per il mancato raggiungimento del 4%, di essere attribuito a un’altra forza politica magari opposta alle mie convinzioni personali. Diceva J. Kerry, segretario di Stato con Obama e incaricato dei problemi del cambiamento climatico con Biden (e forse per questo scomparso dall’orizzonte degli eventi): «Voi europei non vi rendete conto di cosa avete fatto dal dopoguerra ad oggi, siete un esempio per il mondo». E una mia ex allieva, incontrata dopo molti anni, discutendo se fossimo diventati cittadini europei: «Lei, professore, certamente lo è: seguendo le sue lezioni, io e i miei compagni che venivamo dalla lontana Romania, ci sentivamo parte di una Comunità».
Il mio impegno per l’Europa è stato il primo, con l’iscrizione al Movimento Federalista nel 1958 e sarà anche l’ultimo. Più che una scelta politica, direi quasi una storia d’amore.






E’ un articolo bellissimo. Una riflessione documentata, ricca di partecipazione ideale ed emotiva. Vorrei che lo leggessero in tanti, non soltanto gli abbonati al Foglio online.
Gent. signora, grazie!!
Lo desideraimo anche noi!
Vorrei solo puntualizzare che parlare di abbonati al foglio online è improprio dato che chiunque vi può accedere, quinfi non c’è abbonamento.
Saluti
Antonello Ronca