Spesso sentendo discutere della guerra a Gaza provo un forte disagio che mi lascia sconcertato e senza parole perché molti dei giudizi espressi sono viziati da ignoranza, pregiudizi o condizionati da ideologie che niente hanno a che fare con la tragedia a cui stiamo assistendo da un anno. Per questo ritengo che questo libro di Gad Lerner sia veramente utile, perché ricostruisce la storia del conflitto tra israeliani e palestinesi fin dall’inizio e lo fa con rara lucidità dovuta non solo alla sua intelligenza, ma anche alla sofferenza che gli provoca la guerra (si percepisce a ogni riga) e da qualche rischio personale per le idee che esprime. Condivido completamente il taglio politico con cui giudica i fatti. Nessuna partigianeria, ma una scelta precisa e ferma: la contesa non può finire con la distruzione di uno dei due popoli, un popolo non deve cancellare l’altro popolo. Individua chiaramente l’inizio di tutto nelle due tragedie che pesano e inveleniscono i rapporti tra loro: la Shoah e la Nakba, con la coscienza chiara e dolorosa che della prima i palestinesi non hanno colpa, mentre la causa della seconda è la nascita di Israele e il tentativo arabo di annientarlo. Ma le catastrofi (questo è il significato di entrambe le parole) possono indurire e rendere disumani, ma possono anche far aprire alle sofferenze degli altri. Con questo bagaglio culturale e morale, Lerner ci spiega come nelle due comunità lentamente si siano affermate minoranze estremiste che si rafforzano vicendevolmente, rappresentate dal governo Netanyahu e da quello di Hamas, e come Israele da Stato laico e democratico si stia trasformando in uno Stato religioso, dove la religione è la base per costruire un regime identitario di destra e la rappresentanza palestinese sia passata da quella laica dell’Olp a quella islamista di Hamas. Secondo lui dunque i due popoli sono oggi ostaggi di due ideologie perverse senza vie di uscita se non la guerra. Questa è la parte per me più interessante perché ricca di riferimenti e di brani da opere di politici, pensatori, scrittori di entrambi i popoli. Il confronto e il giudizio politico sulle loro idee chiariscono molte cose.
Interessante è anche la critica all’uso che le parti fanno di parole come genocidio, nazisti, ghetto, pulizia etnica, lager, vendetta, lanciate come offese e accuse e che spesso non fanno che confondere e falsificare una realtà già molto complessa. Questa pratica è spesso usata nelle manifestazioni di sinistra in Occidente.
Come ultimo argomento Lerner rileva lo stupefacente cambio di alleanze. Mentre storicamente gli ebrei hanno diffidato delle destre in cui germogliava più facilmente l’antisemitismo, oggi il governo Netanyahu si avvicina sempre di più a partiti e movimenti di destra (come fa con Trump e Meloni) perché li riconosce simili a lui (ma anche molti della diaspora stanno facendo la stessa conversione), mentre l’antisemitismo si sta infiltrando nella sinistra.
Siamo giunti alla fine del percorso. La guerra scatenata dal feroce pogrom di Hamas e dalla conseguente reazione del governo Netanyahu è stata generata dai due fattori che nella storia sono stati alla base di tutte le guerre: la religione, usata per affermare la propria identità esclusiva e la terra. Ma sulla stessa terra non si possono costruire due Stati basati su due religioni diverse. Un tempo il problema era risolto semplicemente con l’eliminazione di uno dei due contendenti. Dopo un lungo travaglio l’Occidente ha elaborato una soluzione più civile: la costituzione di uno stato laico e democratico che includa e protegga tutte le etnie, le religioni e le idee presenti nel suo territorio. Per questo secondo Lerner «Gaza non è più solo un luogo, è un evento di carattere epocale» perché il mondo, abbandonato il globalismo, tende a rinchiudersi in identità esclusive, e le idee di destra come quelle di Netanyahu e Hamas stanno accrescendo i loro consensi. Gaza è un monito di dove tutto questo può portare.
Al punto in cui è giunta la guerra, riproporre per israeliani e palestinesi uno Stato laico o più facilmente due Stati affiancati sembra un’utopia, ma Lerner spera che dopo tanto sangue, tante sofferenze, tante crisi i due popoli siano stanchi di uccidersi a vicenda e possano emergere personalità aperte e lungimiranti che pure ci sono da entrambe le parti, ma ora sono costrette a tacere. E poi qual è il compito di un intellettuale se non quello di dire con la maggior chiarezza di cui è capace quello che vede? «Non mi si venga a dire che utopie del genere sono meno credibili e più difficili da realizzare delle distopie fondamentaliste schierate sul campo di battaglia: la Grande Israele dei messianici ebrei e la Grande Palestina lembo di una umma islamica. Oggi questi folli propositi sembrano riscuotere più consensi perché assecondano un odio diffuso e non implicano sforzi di cambiamento interiore. Ma resta il fatto che promettono un futuro orribile, oltre che inverosimile. Abbiamo il ragionevole diritto di indicare strade diverse».





