Pubblichiamo la prima parte di un’ ampia riflessione di William Bonapace: un tentativo di ripensare lo Stato di Israele tra teologia e geopolitica e più in generale alcune categorie interpretative con cui leggere le guerre attuali. La seconda puntata verrà pubblicata mercoledì 6 agosto.
La drammatica crisi di Gaza e il clima incandescente nella regione richiedono urgenti percorsi di chiarimento concettuale e linguistico senza i quali i termini della questione restano bloccati in categorie interpretative anguste, spesso usate ideologicamente per giustificare l’ingiustificabile, evitando in tal modo un percorso di analisi che sappia leggere il presente scavando nelle sue contraddizioni. In questo testo quindi vorremmo sottoporre a critica alcuni assunti che vengono usati come ovvi e oggettivi. Intesi come fatti in sé stessi neutrali nel loro riferimento analitico, ma che al contrario sono carichi di valenze ideologiche e strumentali. Ordigni esplosivi non meno pericolosi di quelli reali.
Al di là dei fatti di cronaca contingenti, nell’affrontare l’attuale situazione in Israele e nei territori palestinesi occorre innanzi tutto sviluppare alcune considerazioni generali di carattere teologico-filosofico sul tema politico che sta alla base della prospettiva identitaria dello Stato d’Israele, senza con ciò cadere nella retorica anti ebraica e antisemita, a sua volta inaccettabile e pericolosa. Mi rivolgo quindi, con grande rispetto, in primo luogo agli amici e amiche di fede ebraica affinché mi aiutino a capire alcune loro posizioni che si scontrano con le loro posizioni aperte e tolleranti nel contesto politico italiano.
Trovo difficile comprendere la determinazione da parte di gran parte delle comunità ebraiche di dover sostenere comunque lo Stato di Israele, come se vi fosse un rapporto inscindibile, quasi ontologico, tra l’ebraismo e la nascita di un organismo statuale che si definisce ebraico. Riconosco bene la questione storica, l’orrore della Shoà, l’antisemitismo “strutturale” dell’Europa, eppure concepire lo Stato d’Israele essenzialmente (nel senso di essenziale, eterno, unico) in termini d’identificazione con l’ebraismo è fuorviante epistemologicamente, storicamente e in ultima analisi teologicamente e culturalmente. Certo fa parte della storia del popolo di David, ma ciò non giustifica l’impossibilità di mettere a fuoco le rilevanti contraddizioni politiche e filosofiche di fondo che sono insite in questa vicenda. In particolare non coglierne la dimensione oggettivante che si produce ogni volta che si riporta una dimensione spirituale a quella mondana. Questo è un limite in primo luogo concettuale e quindi reale, come l’esperienza storica ha dimostrato infinite volte. Un pericolo che contribuisce a rendere sempre più difficile la soluzione della crisi attuale, diventando, inoltre, un cinico alibi nelle mani di soggetti senza scrupoli che agiscono in termini di potere e di egemonia, come avviene con qualunque entità statuale che rivendica per sé dei diritti assoluti per volontà trascendente. Lo Stato, infatti, qualunque esso sia, è sempre stato visto dalla cultura liberale, democratica e socialista, come un tema importante, certo, ma complesso e rischioso. Solo in parte una modalità con cui affrontare i problemi della convivenza, ma fondamentalmente un difficilissimo nodo da sciogliere, da maneggiare con cura, evitando ogni assolutizzazione. Una necessità eventualmente, uno strumento da gestire con grande cautela poiché molto pericoloso a causa del potere da esso posseduto dal monopolio della forza insito nella sua stessa natura. Un Leviatano, appunto. Un pharmakon avrebbero detto gli antichi, una medicina e un veleno allo stesso tempo. Ecco quindi la preoccupazione di dar vita a costituzioni, di rivendicare la laicità, di mantenere separati la società civile e le istituzioni e via dicendo. Mai un’entità identitaria o con cui identificarsi. Nel suo seno si annida la violenza, la logica del dominio e dell’UNO, che devono sempre essere contenuti. Infatti la teologia politica, anche quella non religiosa, e/o lo Stato etico sono da sempre il massimo pericolo per i liberal democratici.
Passando alla dimensione biblica, credo che occorra mettere a fuoco che la vera e unica Gerusalemme non può che essere celeste, mai terrena. Il rischio di cadere in un’idolatria è sempre dietro l’angolo (forse anche prima). La spiritualità, di qualunque genere essa sia, non può mai tradursi in un fatto, in una entità data. Questo ragionamento vale per qualunque valore, dimensione trascendente, identità etnica e/o culturale o religiosa. Vi deve essere uno scarto senza il quale è la spiritualità che viene a mancare. «Di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere» diceva Wittgenstein (che era ebreo anch’egli). Tutta la storia della modernità da Locke in avanti afferma con forza la necessità di tenere separati i due piani. Lo Stato dev’essere solo uno degli strumenti per rendere possibile lo sviluppo dell’uomo e della sua libertà a prescindere da ogni appartenenza. Uno strumento, appunto, mai un’essenza. Questo è il grande lascito del pensiero liberale. A volte questo schierarsi sempre e comunque con Israele (anche se con qualche distinguo) ricorda come i comunisti si schierassero sempre e comunque (anche se con qualche distinguo) con l’URSS, come se il comunismo fosse un’entità storica concreta, un fatto atomico direbbe ancora Wittgenstein, mentre esso non può che essere un’utopia, un progetto infinito e indeterminabile. Karl Marx (anche lui di origine ebraica) infatti non aveva mai pensato di definire la società dell’avvenire senza classi. Lo stesso si dica per la democrazia. Essa è incompiuta e indefinibile e in fondo mai definitivamente realizzabile, bensì sempre in una dinamica in divenire e in perenne costruzione (e in perenne crisi). La stessa confusione di livelli con le conseguenti problematiche d’intolleranza e violenza si ritrova nella vicenda storica del mondo cattolico (come avvenuto per lunghi secoli e in parte ancora oggi presente in certe posizioni oltranziste) secondo cui la chiesa di Roma è la presenza di Cristo nel mondo. Guglielmo da Occam nel tardo medioevo ha rischiato il rogo per aver contestato questa visione e Giordano Bruno ha perso la vita, aprendo però la strada al mondo moderno. La spiritualità, i valori, le utopie sono idee regolatrici (Kant), mai realtà fenomeniche. Allora perché continuare su questa strada? Israele è uno Stato politico di matrice in parte illuminista e in parte nazionalista, come qualunque altro presente sul pianeta, e come tale lo dobbiamo giudicare. E come ogni Stato nato dalla cultura occidentale segue e procede secondo logiche che hanno a che fare con Grozio, Machiavelli, Hobbes e via dicendo e ben poco, anzi per nulla, con Mosè o con gli altri protagonisti del testo biblico. Oppure dobbiamo ritenere storicamente e politicamente validi i racconti del re Salomone o di David? Anche in questo caso l’analisi storico critica dei testi (inaugurata da un altro grande ebreo, Spinoza) ci ha insegnato qualcosa a riguardo nel corso di questi ultimi 400 anni. In particolare di non leggerli in modo letterale bensì interpretarli, discuterli, mai definirli una volta per tutte. Figuriamoci oggettivarli in un apparato istituzionale e storico.
Allora il problema al quale dobbiamo tutti rispondere è quello di capire con categorie delle scienze e della filosofia politiche qual è la politica di Israele, quali i suoi progetti geopolitici, come chiederemmo a qualunque Stato. Come si colloca nel quadro internazionale oggi, nel contesto attuale della così detta guerra infinita contro il terrorismo inaugurata dagli USA un ventennio fa e, come indica l’aggettivo, mai terminata e impossibile da concludere? Quale il ruolo che gioca nel quadro post guerra fredda, post globalizzazione liberista e nell’attuale volontà di riscrittura dello scacchiere medio orientale a guida americana e saudita? Come pensa di affrontare la questione palestinese (due Stati -ammesso che sia ancora possibile- , uno Stato multietnico …) e come intende rapportarsi a un mondo arabo che lo circonda (fatto in gran parte da regimi dispotici se non criminali, tutti sostenuti dal democratico occidente)? Come costruire quindi una pace e una convivenza a partire dal contesto attuale e nel gioco tra potenze mondiali e regionali in un rifiuto delle norme e delle istituzioni di mediazione terze? Rispondere a queste domande ci mostrerebbe che le scelte politiche di Tel Aviv poco o niente hanno a che fare con la Torah e solo lontanamente con l’orrore della Shoà, ma con logiche e ambizioni di potenza e di egemonia. E è su queste problematiche che lo si deve giudicare. Su nient’altro. Laicamente.
Come può Israele, che possiede un arsenale atomico di circa 200 bombe, non aver mai accettato di sottomettersi ai controlli dell’IAEA e mai aver aderito al TNP (Trattato di Non Proliferazione Nucleare), ma chiedere ad altri Stati di non fabbricare armi nucleari fino al punto di bombardarne i siti ed eliminare gli scienziati che vi lavorano? Come giustificare il fatto che lo Stato ebraico ha appoggiato regimi terribili come il Sud Africa, ha partecipato a guerre e formato (e continua a formare) eserciti che si sono macchiati di crimini spaventosi rifiutandosi di riconoscere organismi internazionali, tra cui il Tribunale Penale Internazionale? La lista di questioni da porre è molto lunga (come per tantissimi altri Stati, non vi è dubbio, ma questo non assolve nessuno). Non basta dire che Netanyahu è un criminale perché corrotto e arrogante. La questione è che affama e asseta milioni di persone, e, cosa ancora più grave, che la sua politica di espansione e colonizzazione non è un aspetto specifico solo del suo governo, ma una linea politica tracciata dallo Stato d’Israele che lo caratterizza da molti decenni. Sicuramente a partire dal 1967, quando Tel Aviv non ha mai restituito le terre conquistate nella guerra dei Sei giorni come richiesto dalla risoluzione 242 delle Nazioni Unite dello stesso anno[1], e che ha costantemente colonizzato. Tutto ciò con l’aggravante che Israele si colloca all’interno del mondo occidentale, presentandosi come uno Stato democratico e liberale, costruendo la sua legittimità su un genocidio subito. Ragioni queste che rafforzano il diritto proprio di quel mondo che si ispira a quei valori di libertà e che a sua volta nasce dalle macerie del nazifascismo di criticare e condannare le scelte di questo paese come eventualmente di qualunque altro, o forse ancora di più.
William Bonapace
[1] La Corte internazionale di Giustizia nel 2004, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2012 e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sempre nel 2012, hanno formalmente dichiarato Israele come “potenza occupante”. Richard Falk, un importante rappresentante delle Nazioni Unite, ha definito l’occupazione di Israele “un affronto al diritto internazionale” (fonte Wikipedia).
[2] La prima volta che colpevoli rappresentanti di uno Stato sono stati puniti è avvenuto a Norimberga, poi, dopo oltre 50 anni, all’Aja e ad Aruscha. Ed è proprio questa cultura giuridica e questa storia che viene rimessa in discussione da chi rigetta la richiesta di incriminazione di Netanyahu





