Gli ultimi 50 anni sono stati caratterizzati dalla nascita, sviluppo e crisi della globalizzazione, e dallo scontro tra chi ne era favorevole e chi contrario. Due eventi hanno generato il suo rapido sviluppo. Il primo è stata la morte di Mao nel 76 e la conseguente presa del potere del gruppo di Deng nel 78. Deng ha riformato profondamente il sistema comunista, affiancando il capitale privato a quello pubblico e accettando le regole fondamentali del mercato. Il secondo è stato la fine dei regimi comunisti nei paesi dell’Europa dell’Est e infine lo scioglimento della stessa Urss nel 89-91. La finanza occidentale, in particolare il capitale produttivo, ha colto l’occasione favorevole per globalizzarsi. Il rendimento degli investimenti in Occidente era da tempo in declino, per la saturazione di molte produzioni importanti e per la crescita e la forza dei partiti di sinistra e dei sindacati. Grazie alla loro spinta le condizioni di lavoro erano migliorate, i salari aumentati, gli investimenti pubblici erano sempre più ingenti, le tasse crescevano continuamente per costruire lo Stato sociale. La globalizzazione finanziaria ha capovolto la situazione e flussi di capitali si sono spostati dall’Occidente ai paesi promettenti di Asia, Africa, America Latina, per risollevare il tasso di profitto avvalendosi di una forza lavoro sufficientemente istruita. ma che si accontentava di salari incomparabilmente più bassi di quelli occidentali e di trasporti veloci, economici, efficienti. Per favorire la globalizzazione sono sorti due organismi internazionali: il G7, successivamente G8 con la Russia (riunione periodica degli otto paesi più industrializzati), e il Wto (organizzazione per il commercio mondiale), a cui aderivano la maggioranza dei paesi. Il loro compito era quello di abbassare o eliminare completamente i dazi tra gli Stati per favorire lo sviluppo del commercio mondiale.
No global e moderati
Le forze della sinistra sono state sorprese da questa nuova fase storica e hanno reagito in due modi opposti, entrambi sbagliati. Quella più radicale, i “no global”, era fortemente contraria, quella più moderata era favorevole.
I no global hanno subito compreso il pericolo che questa globalizzazione comportava per il lavoro e per il tenore di vita degli operai in Occidente. Le riunioni periodiche del G8, ovunque si verificassero, venivano contestate da grandi manifestazioni a cui partecipavano giovani provenienti da tutti i paesi occidentali. Il punto di massima tensione è stato toccato nel 2001 per la riunione del G8 a Genova. Durante i quattro giorni del convegno si sono susseguite manifestazioni pacifiche e scontri violenti, conclusisi con un morto e con l’assaltato a una scuola in cui dormivano alcuni reduci dai cortei, definito da un poliziotto, durante il processo svoltosi conseguentemente, «macelleria messicana». Dopo questi fatti le manifestazioni si sono diradate e poi fermate. La globalizzazione non si poteva arrestare e la protesta diventava sempre più pericolosa, stretta tra due forze convergenti: la violenza di gruppuscoli determinati a provocare distruzione e caos e il potere politico, pronto ad usare tutta la forza necessaria per impedire le proteste. Meno di due mesi dopo Genova, un commando terrorista ha abbattuto le torri gemelle in cui si trovavano gli uffici del Wto.
La parte moderata della sinistra era invece favorevole alla globalizzazione. Ne valorizzava i lati positivi in fatto di ricchezza globale, di sviluppo per paesi arretrati e anche come fatto di civiltà, perché vedeva espandersi la cultura occidentale a tutto il mondo, con migliori possibilità per tutti i popoli.
Queste due posizioni contrastanti rappresentano bene le due facce della globalizzazione che è capace di aumentare la ricchezza, ma non sa distribuirla adeguatamente (questo è in vero il peccato originale del capitalismo), e senza governo può produrre gravi distorsioni. Infatti è stata messa in crisi dalla sua stessa crescita selvaggia. Il crack finanziario globale del 2008 ha messo in evidenza i pericoli che correva l’economia mondiale e la concentrazione della ricchezza in mani sempre più ristrette ha alimentato un’opposizione sempre più forte nella classe media occidentale. I dazi di Trump, ma già si era percepita l’insofferenza democratica, hanno messo fine a questa globalizzazione cresciuta senza regole.
Il tecnico occidentale e il contadino indiano
Il mondo parcellizzato in zone economiche più ristrette è più povero, più pericoloso e più soffocante per il livello culturale che abbiamo raggiunto. Occorre riprendere il cammino interrotto, ma è necessario governarlo con accordi bilaterali tra Stati o tra grandi zone economiche stipulati per esempio in ambito G 20 o attraverso organismi nuovi appositamente creati.
In questo scenario l’attività delle sinistre si presenta oltremodo difficile ma fondamentale per evitare che il lavoro sia ancora una volta messo all’angolo e gli accordi che si stipulano tra centri di potere favoriscano solo piccoli gruppi o ristrette zone economiche. Il compito dei partiti di sinistra e dei sindacati di unire i lavoratori di tutto il mondo, un tempo utopistico, oggi diventa essenziale: se il capitale si è globalizzato anche il lavoro, se lo vuole contrastare efficacemente, deve farlo. Ma evidentemente spostare capitali per il mondo, dopo che sono state eliminate tutte le restrizioni, è molto più facile che trovare punti di convergenza tra un tecnico occidentale evoluto e un contadino cinese o indiano sottoccupato, sperduto nella vastità della campagna. Ma ora che la globalizzazione è in crisi per le sinistre si presenta un’occasione favorevole. Certo le condizioni e le normative sul lavoro sono ancora molto diverse nelle varie parti del mondo e anche gli interessi appaiono a prima vista contrastanti. Infatti in un primo momento i lavoratori hanno abbandonato la sinistra per cercare nella destra protezione contro la concorrenza dei lavoratori stranieri. Ora però si comincia a vedere più chiaramente che la destra non ha proposte valide per uscire dalla crisi, se non demagogicamente quella di mettere i lavoratori di uno Stato contro i lavoratori degli altri Stati, mentre in realtà li lascia soli di fronte al capitale; e intanto le differenze tra le condizioni di lavoro nelle diverse zone economiche si riducono rapidamente.
La lunga fase di sviluppo del mondo diviso in Stati nazionali si è conclusa con le due terribili guerre mondiali, volerla riprendere, come vuole la destra, è antistorico, inconcludente e molto pericoloso. Solo le sinistre hanno la cultura, la possibilità e le capacità di proseguire il nuovo corso storico apertosi con la globalizzazione. Ma per fare questo, e uscire dall’insignificanza attuale, devono cambiare profondamente; occorre abbandonare le ideologie ottocentesche e le strutture e i modi di operare novecenteschi che hanno dato buona prova, ma che ora sono completamente obsolete. Occorrono coraggio e creatività per inventare strutture adeguate e creare reti di solidarietà e interessi comuni, i più larghi possibili; per esempio potranno cercare l’incontro e la collaborazione dei cattolici pronti a una lettura più avanzata della dottrina sociale della Chiesa.
Costruire una globalizzazione sostenibile i cui benefici vadano a vantaggio di tutti è possibile, e alle sinistre ora spetta il compito di trovare la strada per realizzarla.





