Commento al vangelo della 22ª Domenica: Luca 14,1.7-14

Il vangelo odierno contiene uno dei brani più belli del NT [Lc 14,12-14 sull’invito a cena dei poveri, molto amato dall’amico compianto redattore del foglio Dario Oitana che lo citava spesso].
È tuttavia preceduto da un passo non troppo brillante, con l’esortazione a non scegliere i primi posti perché potrebbe arrivare uno più ragguardevole e quindi essere costretti ad arretrare con vergogna (μετά αισχύνης): aischunê (vergogna) è un apax, che si trova solo qui negli scritti lucani, assente pure negli altri vangeli [presente 4 volte nelle lettere e una nell’Apocalisse].
È un apax anche «Amico, vieni-passa più avanti» (cfr l’appendice tecnica). Tutto ciò segnala una probabile aggiunta secondaria, che tuttavia non va intesa in senso razionale, occidentale moderno, poiché si potrebbe obiettare che si tratta di falsa umiltà, in quanto si raggiunge il medesimo obiettivo dei primi posti (biasimato da Gesù anche in Lc 20,46) con l’espediente-escamotage (più o meno ipocrita) di andare a mettersi all’ultimo posto; per poi essere chiamati dal padrone ad avanzare suscitando l’ammirazione di tutti.
Tuttavia la… tattica non è del tutto esclusa: è il tentativo (scivoloso) di esemplificare certi aforismi “volanti” come qui «chi si esalta sarà umiliato» (e viceversa), e quello di domenica scorsa «gli ultimi saranno primi» (e viceversa).
Il senso dell’esempio è invece che chi si valuta piccolo e minimo (come un bambino) in vera umiltà, a lui Dio dà/darà un posto d’onore nel suo regno.

Invitare solo poveri a pranzo. Molto più importante è quel che segue sulla scelta degli invitati a pranzo (Lc 14,12-14), che non è una parabola, bensì una schietta indicazione, un imperativo etico.
«Quando offri un pranzo od una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, [perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto invita] bensì dei poveri [storpi, ciechi, zoppi], e sarai beato-felice perché non hanno da ricambiarti. Ti sarà infatti retribuito nella resurrezione dei giusti». Le parole fra parentesi quadra sono un’aggiunta: la prima per chiarire meglio l’assenza dello scambio, la seconda per attrazione sbrigativa (non c’è la congiunzione “e” fra storpi, ciechi, zoppi e neppure l’articolo iniziale) della parabola seguente della grande cena [in cui invece ci sono ben 4 congiunzioni fra i vari gruppi e l’articolo all’inizio; la commenteremo brevemente domenica prossima anche se saltata dal lezionario per passare all’inquietante «chi non odia i genitori…» di Lc 14,26, in quanto viene letta la parabola equivalente ma più sontuosamente grandiosa di Matteo 22.1ss (un banchetto di nozze per il figlio del re) nella 28ª dom. dell’anno A]. Qui invece sono in gioco solo i poveri, e dato che Dio li invita alla propria mensa, sedendo eventualmente con Abramo (Isacco e Giacobbe) come il povero Lazzaro, fai lo stesso anche tu.

Il premio è la beatitudine. Anche “retribuire, retribuzione” sono qui un apax in Luca, e pure assenti nel resto del NT ad eccezione della lettera ai Romani: cfr l’appendice tecnica.
Infatti in tutto il primo cristianesimo, diversamente dal posteriore modo di pensare greco e pure medievale, il contraccambio non è il motivo, la ragione e il fondamento dell’agire; bensì la ricompensa (se proprio vogliamo chiamarla tale) è la speranza, collegata all’azione nei confronti dei più poveri, di essere felici nella cosa in quanto tale, nel consequenziale allineamento con la perfezione dell’agire divino. La ricompensa è nella felicità dell’imitazione divina: «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» di Matteo 5,48, e in Luca 6,35 «fate del bene…e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’altissimo». Se proprio vogliamo parlare di premio, esso è una condizione, l’essere figli di Dio, non un “pagamento”: non si ama il prossimo per poi guadagnarsi il paradiso. Essendo la felicità della cosa in sé (accoglienza dei poveri) e l’intima conformità all’agire divino forse un po’ troppo astratte, sono state allora frequentemente espresse e concretizzate con la categoria popolare ma impropria della retribuzione.

Solo i giusti risorgono? Anche l’espressione secca e ristretta «nella [e non “alla”] resurrezione dei giusti» (en tê anastasei tôn dikaiôn in 14,14) è qui un apax assoluto nell’intero NT (se non mi è sfuggito qualcosa).
C’è sì anche in Atti 24,15 ma nella dizione completa “resurrezioni dei giusti e degli ingiusti” cioè di tutti i morti, come si dice numerose volte nel NT (circa 75 includendo oltre al sostantivo anche il verbo “risorgere”); quindi intendendo quella, divenuta classica, di una resurrezione “neutrale” di tutto il genere umano, per poi passare solo dopo al giudizio retributivo differenziato: una differenziazione però contestata da Gesù nella parabola dei braccianti a giornata (Mt 20,1ss).
Le resurrezione dei (soli) giusti è un apax inverso rispetto a quelli già citati che evidenziano un’aggiunta tardiva; qui invece al contrario designa un dato molto antico e originario del cristianesimo primitivo, se non di Gesù stesso, poi abbandonato e rimosso.

Anche l’altro sostantivo per “resurrezione” egersis [che utilizza la metafora dello “svegliarsi” mentre anastasis quella di “alzarsi”] è un apax (inverso) che ricorre solo in Mt 27,52s: «dopo la sua resurrezione» (quella di Cristo), quando escono dai sepolcri molti corpi di santi morti (per la precisione “dormienti”, lo stesso termine usato da Luca 22,45 per i discepoli addormentati nel Getsemani). Per fortuna “E apparvero a molti” a Gerusalemme [un’aggiunta sciagurata che storicizza] manca nel glorioso manoscritto Sinaitico, per cui si sorregge un’anticipazione simbolica di quella escatologica, ma solo dei santi (giusti, buoni).
Sembra, come in certi passi paolini, che a risorgere siano solo i giusti; personalmente la trovo una bella idea suscettibile di essere ripresa dal cristianesimo primevo e approfondita.

L’ossessione del giudizio. Concludendo, se proprio vogliamo parlare (impropriamente) di ricompensa-premio-pagamento, ciò consiste nella felicità della cosa in sé (amore del prossimo, in particolare del povero) e nella resurrezione in sé senza successive retribuzioni aggiuntive, paradisiache o infernali.
Esse fra l’altro sono in linea con la nostra interpretazione di Matteo 25,31ss: “Il celeberrimo Matteo 25” nel foglio cartaceo n. 483 (Ottobre 2021). La parabola originaria contiene solo i “benedetti” e termina con l’accoglienza dei giusti (stop in 25,40). È un’aggiunta posteriore tutta la parte relativa agli “altri”, a quelli di “sinistra” che non vengono mai definiti, diciamo i non-giusti in quanto non hanno praticato le opere di misericordia. È l’inserzione di una tradizione giudeo-cristiana all’interno dell’arcipelago matteano in Siria, ossessionata dal giudizio, che però hanno almeno dilazionato nel futuro remoto rinunciando definitivamente all’imminente parusia (2ª venuta di Cristo).
Infatti le cosiddette “nuove parabole”, quelle presenti solo nel vangelo di Matteo, a parte le due brevissime della perla e del tesoro nel campo, sono tutte di giudizio duro: zizzania, rete dei pesci, 10 vergini, servo spietato: un debito con Dio di 10.000 talenti (una somma enorme, equivalente ai nostri milioni-miliardi) ce lo possono avere oggi solo gli stragisti Putin e Netanyahu…

Appendice tecnica
Essa riguarda gli apax, cioè termini che si trovano solo una volta negli scritti lucani e più in generale nel NT (al massimo due volte).
«Amico, passa più avanti»: προσανάβηθι (imperativo di prosanabainô) ανώτερον. Il primo è presente solo qui nell’intero NT, e anôteron solo qui in Luca 14,10, oltre ad Ebrei 10,8.

Il sostantivo contraccambio-ricompensa, ανταπόδομα è presente solo qui in 14,12, oltre a Romani 11,9; e il verbo ανταποδούναι (retribuire) è presente qui in 14,14 due volte (all’infinito e al futuro), e in Romani 12,19 in cui [quale citazione di Deuteronomio 32,35: «Mia sarà la vendetta e il castigo»] il Signore dice in maniera…carina «A me la vendetta, sono io che ricambierò (o darò la retribuzione)», come reso correttamente nelle vecchie traduzioni, mentre l’ultima versione CEI del 2008 l’ha scorrettamente edulcorato con: «Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo».

Se si avverte il bisogno di edulcorare, perché non stralciare nelle letture domenicali tutte queste espressioni, nonché i terribili racconti di stampo apocalittico vendicativo? Per secoli sembrava che il centro del cristianesimo fossero i Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Ricordiamo che fino al concilio Vaticano II negli esercizi spirituali era quasi d’obbligo la predica terroristica sull’inferno.