Commento al vangelo della 15ª Domenica: Luca 10,25-37

È il famoso brano del grande comandamento. Interessante la sequenza diversa nei tre sinottici: nella prima versione, rappresentata da Lc 10,25-28 che saggiamente lo piazza come incipit della parabola del buon samaritano, è solo il dottore della legge a enunciarlo. Certo è lui che chiede cosa deve fare per ottenere (una) vita eterna (e non qual è il primo comandamento, però la sostanza non cambia); Gesù non risponde direttamente ma, con la solita contro-domanda tipica delle dispute, chiede appunto a un dottore della legge (teologo): «Che cosa sta scritto nella legge, cosa vi leggi?». Cioè glielo estrae fuori con socratica maieutica, per poi complimentarsi con lui: «Hai risposto bene, fa questo e vivrai». È un israelita “dottore in teologia” che proclama il grande comandamento dell’amore a Dio con tutto il cuore, anima, mente, forza e dell’amore al prossimo come a se stessi.

Vale più di tutti i sacrifici. Matteo 22,34-40 invece, seconda versione, non soddisfatto che parole così belle siano del dottore della legge [si specifica fariseo; in effetti i dottori e pure i sacerdoti erano in genere di estrazione farisaica], mette invece il grande comandamento in bocca solo a Gesù, senza fronzoli e complimenti finali, ma con un primo epilogo molto importante. «Da questi due comandamenti dipendono [tutta; manca nel Sinaitico] la legge e i profeti», ossia l’AT e, aggiungo io, pure il NT: in pratica tutta la rivelazione, a partire dall’amore di Dio (genitivo soggettivo). Si noti che non era usuale nel giudaismo stabilire “classifiche” nei 600 e più precetti della legge mosaica, considerati sullo stesso piano e quindi tutti da osservare scrupolosamente, senza discernere livelli di importanza. Anzi individuare un nucleo portante e privilegiato poteva apparire come una presunzione che introduceva distinzioni di bassa classifica (al limite dell’empietà) nella volontà divina.

Marco infine (12,28-34) salomonicamente mette il primo di tutti i comandamenti in bocca ad entrambi; dapprima a Gesù che recita lo Shema Israel («Ascolta Israele…» di Deut. 6,4s), poi allo scriba che, complimentandosi con Lui, di fatto lo ripete intensamente con un secondo epilogo significativo: che il duplice comandamento vale più di tutti gli olocausti e sacrifici! È il declassamento (in genere rimosso nel cattolicesimo pietista) del culto templare non solo di Gerusalemme, ma di tutti quelli delle chiese e dei santuari, coi loro riti e precetti, devozioni alla Madonna, ai santi, al sacro cuore, feste patronali [cfr l’appendice pseudo-storica]. I due epiloghi si richiamano strettamente a vicenda.

Una decina di azioni concrete. Segue la parabola del buon samaritano: per brevità sintetica sono state chiamate tutte parabole; ma dalla parabola (in senso stretto) bisogna ricavare il senso che non è immediato [come quella del seminatore; fra 10 domeniche dovremo fare i salti mortali per comprendere il vero significato della parabola dell’amministratore infedele (Lc 16,1-8)]. Invece i racconti esemplari (Epulone e Lazzaro, fariseo e pubblicano, ricco stolto…) ti spiattellano davanti immediatamente ciò che è giusto-buono o meno, con un esempio chiarissimo senza dover effettuare delle deduzioni astratte non immediate. Quindi quella del buon samaritano non è una parabola in senso stretto, bensì un racconto esemplare. Occorre inoltre tener presente che anche allora (come oggi) c’erano stati atti di terrorismo: i samaritani avevano compiuto un attentato sanguinoso nel tempio di Gerusalemme, galilei e samaritani si erano massacrati ecc.

Nonostante questi atti terroristici, Gesù con una colossale provocazione esemplifica l’amore al prossimo in un samaritano, contrapponendolo a quello di un sacerdote e di un levita che passano oltre dall’altra parte (Luca 10,31s): un’altra botta incredibile; è possibile che la parabola sia stata raccontata originariamente ai margini dell’area esterna del tempio all’inizio della strada che partiva da Gerusalemme per scendere a Gerico (10,30). Ricordiamo che i samaritani al tempo di Gesù erano considerati alla stessa stregua dei pagani; quindi non solo e non tanto degli eretici-scismatici (culto sul monte Garizim, che nell’epoca di Gesù non esisteva più), bensì odiati nemici, estranei “imbastarditi” per i 5 popoli con cui si erano mischiati ai tempi dell’esilio, quindi pure idolatrici poiché avevano adorato le divinità dei suddetti 5 popoli, in pratica di un’altra religione: dell”AT riconoscevano solo il Pentateuco. Il samaritano era uno straniero e un bastardo (in senso tecnico-biologico).

Ma veniamo agli aspetti positivi: il samaritano era in viaggio (10,33), quindi probabilmente un mercante, non del posto altrimenti avrebbe portato il “mezzo morto” a casa sua. Egli compie quasi una decina di azioni concrete: gli fascia le ferite versandovi olio e vino, lo carica sopra il suo giumento, lo porta alla locanda prendendosi cura di lui, dà due denari all’albergatore assicurando un eventuale futuro conguaglio… Essendo un mercante, è plausibile che trasportasse olio e vino, ma non che portasse con sé delle bende; nella sceneggiatura immaginaria forse si insinua che abbia dovuto strappare il/un proprio vestito di lino per fasciargli le piaghe.

Se fosse arrivato mezz’ora prima? Come osserva Jacques Dupont, il pur stupendo racconto esemplare non ci dice (purtroppo) cosa avrebbe dovuto fare il samaritano se fosse arrivato… mezz’ora prima, mentre il malcapitato incappava nei briganti: avrebbe dovuto frapporsi, agire con forza (violenza) per legittima difesa dell’aggredito? Sarebbe stato istruttivo per noi oggi sul come reagire, cosa fare, cosa dire (o urlare), cose proporre anche di concreto nel caso delle aggressioni (guerre) odierne!

Sembra esservi una simpatia di Gesù per i samaritani, che a mio parere poteva essere legata ad amicizie e incontri personali, come vedremo nel vangelo di domenica prossima (Luca 10,38-42), in cui Gesù, che sta attraversando la Samaria per andare a Gerusalemme, incontra Marta e Maria. Egli entra addirittura nell’abitazione di Marta in Samaria: è lei la matrona, la padrona di casa che l’accoglie ospitandolo. In Luca [in cui compaiono solo qui; e non c’è l’unzione di Maria (Gv 12,2-8) poco prima della passione] le due sorelle appaiono, sono presentate implicitamente come samaritane! Ma in Gv abitano a Betania (nei pressi di Gerusalemme) e quindi sono giudee, come risulta esplicitamente da tutto il racconto di Gv 11,1-12,3. Chi dei due evangelisti ha ragione? (La mia risposta fra una settimana). Gli altri due (Mc e Mt) non ne parlano mai.

Appendice pseudo-storica

Abbiamo già parlato del vescovo di Albenga Guglielmo Borghetti [commento alla festa di Pietro e Paolo, La liberazione troppo miracolosa di Pietro, inserita il 27 giugno 2025] che ha avvalorato la tradizione di Nicodemo [forse confuso (da un vescovo!) con Giuseppe d’Arimatea] che avrebbe raccolto in un ampolla del sangue dal costato di Cristo, naturalmente finito a Sarzana (il tanto ricercato Santo Graal… si trova sulla riviera ligure di Levante).

Il vescovo Guglielmo il 2 luglio ha pure di nuovo incoronato la statua di Nostra Signora di Pontelungo, affidandole la diocesi in quanto co-patrona. Nell’omelia il riferimento [col privilegio ancora una volta di essere virgolettato su «Avvenire» di domenica 6 luglio] è «ad un gruppo di pirati barbareschi che il 2 luglio 1637 sbarcò con l’intento di saccheggiare Albenga. Ma proprio nei pressi del Pontelungo furono abbagliati da una luce misteriosa e inspiegabile. Spaventati fuggirono verso le loro navi senza attaccare la città. Gli albenganesi lo interpretarono come un evento miracoloso della Vergine Maria di Pontelungo… La luce prodigiosa che sorprese e respinse i pirati dal Pontelungo fu per i nostri padri segno eloquente della maternità premurosa di Maria, segno della Visita di Maria alla città di Albenga per portarle la salvezza del Signore».

Il tutto collegato con la liturgia del 2 luglio che fa memoria della Visitazione della B.V. alla cugina Elisabetta, che era tuttavia di ascendenza aronita (Lc 1,5), cioè discendente dal levita (così definito direttamente da Dio in Esodo 4,14) Aronne, quindi di stirpe sacerdotale [come il marito Zaccaria sacerdote del tempio, per cui ovviamente vivevano in Giudea nel circondario della città santa], mentre la galilea Maria di Nazareth (ben lontano da Gerusalemme) non lo era. Perciò le due madri non potevano essere parenti (quasi sicuramente non si sono mai conosciute); sono state rese tali con la leggendaria Visitazione, per incamerare nell’alveo cristiano il forte (e in origine alternativo) movimento del Battista, “declassato” a precursore.