Commento al vangelo della 30ª domenica: Luca 18,9-14

Nelle ultime domeniche abbiamo letto tre pezzi sulla preghiera, che non si colgono a prima vista perché un po’ distanziati: la prima [dell’unico lebbroso samaritano che torna indietro per ringraziare Gesù] è una preghiera appunto di ringraziamento, di rendimento di grazie [eucharistôn in Lc 17,16, come nelle nostre preghiere eucaristiche (canoni) delle Messe]. La seconda è la preghiera della vedova al giudice iniquo, mentre la terza è appunto la preghiera del pubblicano che in umiltà si confessa peccatore (come nel nostro sacramento della penitenza), a cui però è agganciata quella del fariseo (una quarta), che tuttavia fa l’elogio di se stesso, della propria santità elencando le opere della legge (Torah), riassunte nel digiuno (snobbato da Gesù) e dalle decime (da Lui criticate).

Ognuno vi fa violenza. Quindi è stato notevole l’attacco frontale di Gesù, quale emerge soprattutto dalla necessaria “violenza” (ovviamente pacifica) contro quella Legge che era un vero e proprio sistema socio-religioso: il punto è l’idolatria della Legge che, secondo il giudaismo, Dio avrebbe “creato” addirittura prima della creazione del mondo!

In Luca 16,16-17 leggiamo: «La Legge e i Profeti sino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno vi fa violenza» [«e ognuno si sforza di entrarvi» è la traduzione CEI edulcorata (v. 16)]. «È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino-iota-apice della Legge» (v. 17). Il v. 16 è chiaro, ribadito anche in Mt 11,12-13: «Ma dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. La legge e tutti i profeti hanno profetato sino a Giovanni».

In Luca i vv. 16 e 17 sono uniti, e quindi consentono una più corretta interpretazione; invece in Matteo sono separati, perché l’altro pezzo sullo iota si trova in 5,18s, per di più preceduto dal 5,17: «Non sono venuto ad abolire la legge, ma a dare compimento», ossia il contrario del pensiero di Gesù. Se i detti sono separati si fraintende la Legge come perennemente valida, e di conseguenza non si capisce più neanche perché si parli di “violenza” [se non nel senso assurdo di imporre la Legge medesima]; e non si capisce neanche la frase che ne dichiara la validità solo fino a Giovanni Battista. Ne consegue che al desiderio degli uomini di diventare partecipi del Regno si frappone la Legge come una (contro)forza, un (contro)potere che separa dal Regno: per questo si parla di violenza.

Ossia la Legge è radicata negli uomini in modo molto profondo; è difficile che abbiano fine il cielo e la terra (nostro mondo): ancor più difficile che (de)cada un trattino della Legge. Ma questo è proprio quel che è avvenuto per la Legge (come avverrà secondo l’escatologia giudaica per il mondo). Solo Dio, che può creare un nuovo cielo e una nuova terra [a Lui tutto è possibile (Mc 10,27)], è in grado di dissipare questo potere consentendo all’uomo l’ingresso nel regno di Dio. La questione è che Dio in Gesù l’ha fatto! Ha “smontato” la Legge (come ben hanno capito Paolo e Gv), depredandola di ben di più dei suoi singoli apici: già con la semplice proibizione di giurare (in contraddizione con Numeri 30,3 e altri passi del VT) o con la lunga discussione sul puro-impuro (Mc 7,1-23) è saltato ben più di un trattino della legge, per non parlare delle contrapposizioni nel discorso della montagna in Mt 5,20-37.

La legge salvata dai giudeo-cristiani. Certo è stato un vulnus tremendo per i giudeo-cristiani che hanno cercato di arretrare sulle loro posizioni pregresse (prima della conversione al cristianesimo). Come abbiamo chiamato Luca II la tradizione esclusiva (rivoluzionaria) di Luca, così definiamo Matteo II una tradizione specifica (esclusiva ma ultraconservatrice)) all’interno dell’arcipelago matteano in Siria, che il Matteo finale recepisce inglobandola “democraticamente”, anche se obtorto collo.

In essa si conserva ad es. la classica triade “elemosine, preghiere-standard, digiuni”. Certo il vero compimento della legge consiste nella giustizia, misericordia, fedeltà (Mt 23,23; tipica terna del Matteo II) ma «senza omettere quelle»[ossia la suddetta terna (elemosine, preghiere, digiuni), più il pagamento delle decime della menta, dell’aneto e del cumino: un’altra triade tipica del Matteo II, mentre il Matteo evangelista redattore finale privilegia il n. 7 (sette parabole in Mt 13, sette maledizioni agli scribi e farisei in 23,13-32)]. Risultava comunque indigeribile, impossibile per il Matteo II che Gesù avesse abolito il dovere delle decime (23,23), per cui aggiunge «senza omettere quelle» (cioè le decime e il resto). Hanno optato solo per la loro purificazione (quella del culto del tempio) e segretezza: non fare l’elemosina suonando la tromba, non pregare ostentatamente in pubblico, non digiunare sfigurandosi il volto per mostrare a tutti il digiuno (Mt 6,1-7.16s).

Proprio in questa “violenza” (contro la legge che è dura a morire) abbiamo una delle più profonde e meno comprese parole di Gesù, che illumina al massimo il superamento ultra-faticoso della religione della legge attraverso il vangelo. Infatti, in ultima analisi, qui non si intende solo la legge mosaica in particolare (non si tratta tanto di giudaismo), bensì del giuridismo-legalismo più in generale nel quale anche le giovani chiese pagano-cristiane sono ben presto in parte ricadute: il “sì” dei pagani alla legge non significa più “giudaismo”, ma “moralismo”.

Per salvaguardare le opere della legge (che devono rimanere) si è quindi puntato solo e tutto sulla denigrazione della superbia, arroganza del fariseo: «chi si esalta sarà umiliato…» nel vangelo odierno è una ricorrente (ripetuta pure in Lc 14,11) frase volante tipica delle conclusioni redazionali.

Naturalmente con “Legge” non si intende il (nostro) diritto positivo e codificato, soprattutto in epoca moderna; e ovviamente ad es. il “Non uccidere” e il “Non rubare” (quinto e settimo comandamento dell’antica Legge mosaica) rimangono validi. Il punto focale è invece la rivoluzione portata da Gesù contro la Legge come intesa dai gruppi dominanti di allora (farisei, sadducei, sacerdoti, scribi, dottori); cioè l’avversità, ostilità, contrarietà di Dio nei confronti della pietà farisaica e più in generale della religione giudaica con tutte le sue pretese.

Sovranismo. Non c’è un passo nel Matteo II con un minimo di apertura ai pagani (paragonati ai pubblicani). Il vero, autentico maestro/scriba (che tira fuori cose nuove e vecchie, in Mt 13,52) secondo il Matteo II è uno che sa unire l’antica legge giudaica coi comandamenti del Vangelo; secondo lui Gesù non ha pensato di abolire la Torah, bensì solo (anzi) di completarla, di portarla a compimento.

Matteo II ha una soluzione “diplomatica”, per non dire contraddittoria: da una parte riconosce che l’amore è l’essenza della legge, ma dall’altra è scomparsa la magnanimità nei confronti del cristianesimo di origine pagana (guardato con sospetto); per Matteo II la salvezza è legata a Israele e la Torah (mosaica) conserva fondamentalmente la sua validità.

Il Matteo finale ha incamerato il punto di vista (dal suo predecessore Matteo II) che Gesù al tempo della sua vita terrena si sia attenuto fondamentalmente solo agli Israeliti (10,5-6), ma egli non la vede come l’ultima parola di Gesù. La donna sirofenicia/cananea costituisce già una prima eccezione a che Gesù si stato inviato (solo) alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 15,24). Anche l’altra (sempre in 10,5-6) di «non andare fra i pagani e non entrare nelle città dei samaritani», trova il suo contrappunto di contrasto in 21,43 [alla fine dei vignaioli omicidi (rifiuto d’Israele ed entrata dei pagani al posto di Israele) «vi sarà tolto il regno e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare»], e un’altra accentuazione contrastante nella missione al mondo della conclusione del vangelo, prima in Mt 24,14 e poi in 28,19. Ossia l’uscita dall’Israele geografico.

Per fortuna che i sovranisti “nostrani” sono analfabeti delle Scritture, altrimenti avrebbero parecchi passi a cui aggrapparsi.

Appendice tecnico-esplicativa

Venivano osservate in modo terribilmente esatto non solo tutte le prescrizioni della legge scritta di Mosè ma pure quelle della tradizione orale (cosiddetta Halacha), una raccolta delle usanze religiose intesa come spiegazione del Pentateuco, considerata anch’essa vincolante al pari della tradizione biblica.

In Giuseppe Flavio si legge che i farisei hanno tramandato al popolo un gran numero di prescrizioni che non sono scritte nella legge di Mosè; questo è il motivo per cui i sadducei le rigettano non sentendosi obbligati a quelle che derivano solo oralmente dalla tradizione dei padri (sic).

I dottori presentavano come obbligatoria la loro casistica sino a domande ridicole, come ad es. se si potesse (o meno) mangiare un uovo fatto di sabato. I farisei mettevano spesso tassativamente in pratica le rigide prescrizioni sulla purità-purificazione, che di per sé erano vincolanti solo per i sacerdoti.