Strano questo dibattito preelettorale sulla riforma sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo prossimi. A sentire i sostenitori del sì, parlano i fatti. Occorre attuare compiutamente la riforma del processo penale di tipo accusatorio, introdotto dal nuovo codice di procedura del 1989, garantendo i diritti del cittadino in base all’art. 111 della Costituzione, per il quale «ogni processo si svolge in contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale» (c. 2, 1a parte). Di conseguenza concorsi e carriere separate tra pubblici ministeri e giudici e, a cascata, due diversi Consigli superiori della magistratura. E assegnazione della competenza per le sanzioni disciplinari, ora al Csm, a un organo nuovo: l’Alta Corte Disciplinare. Per cui qualcuno ha subito ironizzato che questa riforma non sarà certamente a costo zero. Si aggiunga che la formazione di questi organi di autogoverno avverrebbe prevalentemente con sistemi di sorteggio, anziché di elezione, come avviene ora. Ciò nel tentativo di evitare o ridurre la formazione di gruppi di potere in grado di monopolizzare le funzioni dei vari organi, come è accaduto in passato, anche con pesanti degenerazioni (vaste programme, a mio parere). Tutto qui, dove sta lo scandalo?

Dai sostenitori del no si risponde segnalando una serie di indizi che nasconderebbero ben altre intenzioni rispetto a quelle ufficialmente dichiarate. E in premessa: il metodo è stato inaccettabile. Sosteneva Piero Calamandrei che «quando si tratta della Costituzione, i banchi del governo devono essere vuoti». La competenza è esclusivamente parlamentare. È accaduto esattamente il contrario. Il progetto di riforma, governativo, lacunoso e mal scritto, non ha potuto essere modificato nei quattro passaggi in Camera e Senato (art. 138, c. 1), ridotti a puri adempimenti burocratici.

In generale sarebbe in gioco una riduzione dell’indipendenza della magistratura, attraverso la prospettiva di assoggettare i Pm al potere politico. Quest’ultimo determinerebbe così la “politica criminale”, cioè quali reati perseguire con priorità. Attualmente ciò è almeno formalmente impedito dal principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112). Nei fatti e nell’impossibilità pratica di osservare quest’obbligo, le scelte di “politica criminale” sono fatte in autonomia dalle Procure, cioè dagli uffici dei PM. È poi del tutto assodato che le nuove norme non incidono affatto sul normale funzionamento della giustizia che ha “ben altri problemi”, il primo dei quali è la lentezza dei processi, per tacere della gravissima situazione delle carceri e di tutto l’aspetto dell’esecuzione delle pene che dovrebbero tendere «alla rieducazione del condannato» (art. 27, c. 3).

Tra accuse alla magistratura e timori di una deriva politica

Altri preoccupanti indizi emergono dai documenti accompagnatori della riforma, da dichiarazioni di esponenti del governo e da reazioni, talora scomposte, di politici di maggioranza ad alcune recenti sentenze. Nella separazione dei poteri la magistratura, secondo queste prese di posizione, avrebbe invaso il campo dell’esecutivo per cui andrebbe ricondotta con questa riforma “a più miti consigli”. Il campo del no teme in sostanza che questo non sia che il primo passo per sminuire le funzioni del “terzo potere”, cui ne seguiranno altri ben più sostanziali, in linea con una tendenza di riduzione della democrazia in Europa e nel mondo, che vede sempre più spesso e in molti stati uno scontro tra politica e giudici.

Il dibattito ha negli ultimi tempi assunto toni sgradevoli con cadute di stile e prese di posizione discutibili da entrambe le parti. Ciò ha indotto ad intervenire persino il presidente Mattarella, che con il consueto garbo istituzionale ma con altrettanta fermezza, in varie sedi, ha richiamato tutti all’esigenza del più assoluto rispetto e della reciproca correttezza.

Tutto ciò premesso, va detto che gli schieramenti non sono così compatti. Alcuni giudici sono favorevoli, alcuni avvocati, anche di grande fama, contrari. Così alcuni illustri esponenti del Pd, professori di diritto costituzionale, contro la linea del partito, sono per il sì. E così accade in campo avverso, forse in maniera, più cauta e felpata, per il no.

La nostra presidente del consiglio non perde l’occasione di farsi impartire lezioni di diritto costituzionale comparato. L’ultima è quella del Presidente della Confederazione Svizzera che, in relazione al ritiro dell’ambasciatore italiano a Berna al riguardo delle indagini per la tragedia di Crans Montana, ha garbatamente fatto notare che, nel suo Paese. vige la separazione dei poteri e che quindi l’esecutivo di cui è capo non può interferire con le competenze del potere giudiziario che indaga sul caso.

Non sarà poi sfuggito il parallelismo, ad esempio, tra la reazione di Trump alla sentenza della Corte suprema americana sui dazi e l’analogo atteggiamento della premier Meloni contro il tribunale di Palermo, con attacco personale al Presidente Piergiorgio Morosini per aver indennizzato la nave di una Ong soggetta ad un sequestro illegittimo. Detta un po’ grossolanamente la magistratura rema contro il governo, e siccome quest’ultimo persegue l’interesse nazionale, i magistrati prendono le vesti di «nemici della patria» (cfr. Andrea Chenier, nell’opera di Umberto Giordano). C’è da essere preoccupati? Direi di sì.

Ma altri fatti accaduti nel mese scorso ci invitano a riflettere sulla necessità della riforma: alludo alla vicenda di Rogoredo dove un assistente capo di polizia è accusato di omicidio volontario nei confronti di un giovane pusher marocchino, probabilmente per necessità. Il Pm ha agito molto bene, smontando la messinscena dell’imputato nel tentativo di depistare le indagini. E altrettanto bene ha agito la polizia chiamata alle indagini su un collega. «Occorre modificare l’articolo 109 della Costituzione togliendo alla magistratura la “disponibilità diretta” della polizia giudiziaria», aveva recentemente affermato il vice-premier, ministro degli esteri e segretario di Forza Italia (nonché noto gaffeur) Antonio Tajani. È lecito un dubbio: se l’ulteriore riforma richiesta da Tajani fosse già stata in vigore, le indagini sul caso Rogoredo avrebbero potuto svolgersi con la stessa cura e rapidità?

In chiusura vorrei ancora fare un paio di considerazioni. L’alto livello di tecnicismo del quesito referendario impedisce a molti di prendere una posizione sul merito della riforma. Ragion per cui fatalmente il voto assumerà l’aspetto di un pronunciamento pro o contro il governo. In una prospettiva politica generale una vittoria del sì aprirebbe all’ipotesi di un successo del centrodestra anche alle elezioni politiche del 2027 e allora non sarebbe più azzardato parlare, in Italia, di «rischio regime». Una vittoria del no avrebbe l’effetto di rimescolare un po’ le carte, con qualche prospettiva di cambio di maggioranza nel 2027 o addirittura di chiusura anticipata della legislatura per il timore dell’attuale governo di un lento e pericoloso declino rispetto alle sue fortune future.

Ciascuno decida secondo coscienza.