Commento al Vangelo della 26ª domenica:  Luca 16,19-31

L’incipit è chiaro nella contrapposizione fra il ricco che banchetta e il povero Lazzaro, mendicante con le piaghe leccate dai cani; nell’extra-storico avviene il capovolgimento secondo la legge del contrappasso: Lazzaro è accolto nel “seno di Abramo” [l’espressione è un hapax nel NT, solo qui due volte, nel v. 22 e tradotto nel 23 con “accanto a lui”], mentre il ricco Epulone è nell’Ade fra i tormenti delle fiamme.

Una concezione popolare. Ma in greco Ade(s) indica il luogo sotterraneo quale dimora dei morti che vi conducono un’esistenza come ombre (cfr l’appendice tecnica). Solo a poco a poco la concezione del mondo sotterraneo [che chiamiamo Inferi (indifferenziati)] si abbinò al pensiero della ricompensa/punizione: i buoni/giusti vengono premiati sempre ancora nell’Ade anche se separati, e pure i cattivi/empi sono ivi castigati [ma nei modi più svariati come in Dante, non unicamente col fuoco], che chiamiamo Inferno (punitivo).

Una teoria più recente afferma invece che le anime dei giusti subito dopo la morte entrano nella beatitudine celeste, mentre quelle degli ingiusti sono castigate restando nell’Ade, che in questo modo perde il suo carattere di dimora eterna di tutte le ombre, e diventa il luogo della punizione per gli empi (Henoch aethiopicus 63,10).

Soprattutto nell’epoca profetica e poi nel periodo post-esilico la visione degli inferi come luogo tenebroso (sheol/ade) si fuse con quella della cavità infuocata (geenna), come luogo di tormenti e pena solo per i reprobi: sheol risultò equivalente a geenna.

Ma quest’ultima visione non soppiantò la prima, per cui coesistettero in tutto il giudaismo anche tardo sino all’epoca di Gesù e oltre. L’oscillazione si può trovare anche nel medesimo autore, come ad es. Giuseppe Flavio [in Bellum iudaicum II, 163 gli Inferi, e in III, 375 l’Inferno], e nel Vercellese proprio nel vangelo odierno (cfr l’appendice tecnica).

È stata chiamata “concezione popolare media”, perché fonde l’Ade con la Geenna punitiva, che era già in pieno corso all’epoca di Gesù. Ma la Geenna non è detto che sia sempre in associazione col fuoco: in Mt 5,29s; 10,28; Lc 12,5 è sì un luogo di perdizione, ma senza accennare alle fiamme. Mentre invece abbiamo una consunzione infuocata in Mt 5,22 e 18.9; Mc 9,43-49 e Giacomo 3,6.

Un racconto egizio. È ormai assodato che in Lc 16 si tratta di un racconto leggendario diffuso (molto simile pur nelle sue varianti, soprattutto nei nomi), proveniente in ultima analisi dall’Egitto [il ricco veste di bisso, un lino egiziano particolarmente lussuoso], non anteriore al 331 a.C; il manoscritto in nostro possesso è del 100-50 a. C (J. Jeremias). È stato portato in Israele da ebrei alessandrini (da Alessandria d’Egitto) e ha trovato radici nella variante del povero scriba e del ricco pubblicano Bar Majan, raccontato nel Talmud palestinese. È quindi pervenuto alla primitiva comunità giudeo-cristiana palestinese: il cielo e l’Ade sembrano abitati solo da “figli di Abramo”; il ricco chiama Abramo “padre”, che contraccambia con “figlio”, senza minimamente nominare Dio.

Inoltre il racconto esemplare inizia senza lo straccio di un “E Gesù disse, raccontò…” come normalmente avviene nelle parabole [tanto che il manoscritto D ha ritenuto opportuno premettere: «Disse allora anche un’altra parabola…»]. Ma chi lo ha inserito ha almeno avuto il buon gusto (con ragione, poiché probabilmente a conoscenza della sua provenienza dall’Egitto e dintorni) di non attribuirlo esplicitamente a Gesù; paradossalmente appare come la voce di un narratore fuori campo, più di un ebreo della diaspora (il quale evita il nome di Dio) che di un cristiano. La prima parte è semitica (16,19-25), mentre lo stile molto meno semitico della seconda (26-31) è il segno di un’altra mano, la cui aggiunta inizia con l’evidente sutura del v. 26: «Inoltre con tutto ciò…» (tradotto con “Per di più”): il v. 25 costituisce la (prima) conclusione di una versione originaria più corta del racconto a volte utilizzata (forma breve).

Ben difficilmente può essere uscito dalla bocca di Gesù, anche perché egli nella sceneggiatura-contorno delle sue parabole prende sempre spunto dalla vita quotidiana [sementi, operai della vigna, pastori, padri e figli, cene e banchetti..], non da storie fantasiose. Egli semmai forza gli esempi e i comportamenti, ma non va mai nel leggendario. Un’altra caratteristica delle parabole di Gesù è che i personaggi sono sempre senza nome proprio, mentre qui ne abbiamo due: Lazzaro e Abramo (non quello del ricco: Epulone è un soprannome azzeccato della tradizione).

Urge una nuova escatologia. Nel NT non troviamo alcuna descrizione geografica dell’al di là, né alcuna dottrina particolareggiata. Forse è stato proprio tale silenzio sui suoi particolari che ha provocato la curiosità pseudo-devozionale, per completare le affermazioni della Scrittura con fantasie umane. L’Ade fa parte dell’immaginario collettivo dell’epoca; e il demonio non ha nulla a che fare né con gli inferi né con l’inferno! Anzi secondo i Sette palazzi dell’impurità, un trattato di età rabbinica che contiene la più ampia descrizione degli inferi in tutta la letteratura giudaica antica, sono gli angeli [con ai vertici gli arcangeli, quali potenti accusatori senza pietà (menzionati ad es. da Franz Kafka nel Processo)] cheda assassini (così definiti) infliggono i supplizi ai dannati: i quali [anche secondo il libro non canonico di 4 Esdra 7,75-99] risiedono in 7 dimore di profondità progressiva a seconda della gravità delle colpe; e abbiamo pure 7 gradi di gioia per i giusti presso la gloria dell’Altissimo (l’impianto della Divina Commedia è già delineato). 

Occorre abbandonare tali concrezioni antiche e medievali: ne è un sintomo anche il riserbo del magistero su tutta la questione; abbiamo volutamente omesso il tema della Resurrezione perché lo tratteremo la 32ª dom. nella disputa coi sadducei che non ci credevano, poi nella 33ª l’escatologia tutta da rifare.

Appendice tecnica

Il nostro riferimento è Fabrizio Lelli, L’evoluzione del concetto di sheol-geenna nella tradizione ebraica Carrocci ed. 2011; in rete: academia.edu/14853365/L_evoluzione­_del_concetto. Il termine più rappresentativo dell’oltretomba nella Scrittura (vi compare ben 65 volte) è sheol; il sotto-terra delle tenebre e dell’ombra di morte (Giobbe 10,21s), di caligine e disordine, abisso profondo e orrendo, ma senza torture, senza giudizio e pena, in cui vanno tutti (buoni e cattivi), lontano da Dio. I LXX traducono sheol (ad es. Gen 37,35 e Salmo 16,10) con ade: il soggiorno dei morti di Omero e Odisseo; di tutti i defunti (ad eccezione di quelli non sepolti) giusti e reprobi sullo stesso piano, senza condanne e punizioni laceranti (come l’inferno dantesco). Le “anime” vagano in un luogo oscuro e orrido, a volte fra la putredine e i vermi come in Isaia 14,9-15 (v. 11), che racchiude per sempre (Giobbe 7,9s; 16,22) tutte indistintamente (Salmo 89,49) le “ombre” dei trapassati. Questa raffigurazione del VT collima sostanzialmente con la comune concezione babilonese e greco-romana (J. Jeremias).

In Mc 9,43 e Mt 18,8s si parla di fuoco inestinguibile della Geenna; è tale secondo il Talmud Babilonese (Menahot 100a) perché negli inferi si trova… molto legname. Per questo Lelli (p. 109) definisce lo sheol come “inferi in prospettiva terrena”, per la geografia sotterranea antropomorfa (legname, zolfo, vermi…): infatti ogni luogo che presentasse fenomeni vulcanici (risalita di vapori sulfurei, acque termali ecc.) veniva associato alla presenza di un accesso (porta/grotta/antro) all’Ade, come Enea che entra in prossimità del lago A-verno (“senza uccelli”), data l’esalazione di gas dal cratere vulcanico spento. Per gli ebrei il luogo principale d’ingresso negli inferi è a Gerusalemme nella valle di Hinnom [Gehinnom è il nome ebraico della Geenna; cfr Geremia 7.31s e 19.6; negli immediati dintorni a sud di Gerusalemme], in un luogo da cui si leva costantemente una colonna di fumo. Non è un caso che Dante immagini l’ingresso dell’inferno presso la città santa.

Oscilla anche il Vercellese che traduce Lc 16,22s: «…et sepultus est apud inferos. Et de Inferno elevans oculos suos…». Sono adiacenti “inferi” e “inferno”: Girolamo nella vulgata se la cava con un unico sorprendente «et sepultus est in inferno» (!?), direttamente al supplizio istantaneo. Significativo pure quell’apud inferos [presso gli inferi; così anche nel codice Corbeiense]: sembra quasi che solo nell’essere sepolti sotto terra venga “spianata” la strada verso gli inferi più profondi. Forse è questo il motivo per cui i non sepolti non potevano raggiungere l’Ade, come se la superficie terrestre fosse una delimitazione imperforabile, salvo porte/grotte/antri: così si spiega anche perché nel giudaico Mt 16,18 siano stranamente le porte degli inferi [non l’inferno satanico in quanto tale] a minacciare la chiesa pur senza prevalere.