Il 2 novembre 1975, cinquant’anni fa, ci lasciava Pier Paolo Pasolini. Lo ricordiamo con la recensione di un libro (poi diventato film) non tra i più noti ma certamente notevole.

Nella primavera del 1968 l’editore Garzanti pubblica Teorema di Pasolini. Nell’estate viene presentato al Festival del Cinema di Venezia l’omonimo film, alla cui sceneggiatura il regista aveva lavorato negli stessi mesi in cui scriveva il romanzo. Ma già nel 1966 si era a lungo impegnato nella stesura di un omonimo testo teatrale, una tragedia in versi rimasta incompiuta. È quindi evidente la particolarità di quest’opera nel suo percorso artistico: non si tratta soltanto dell’ultimo lavoro narrativo portato a termine da Pasolini, ma di un’elaborazione condotta attraverso generi e codici diversi, dove il linguaggio cinematografico si sovrappone a quello teatrale, mentre nelle pagine del romanzo la poesia si alterna alla prosa quasi lirica del racconto.

Tuttavia la novità eversiva di Teorema non si limita al mix linguistico e al doppio binario compositivo del libro e del film. Pasolini definisce il proprio libro (oltre che uno scandalo) una parabola e al tempo stesso un referto: «il nostro, più che un racconto, è quello che nelle scienze si chiama un referto: esso è dunque molto informativo […] Inoltre esso non è realistico, ma è al contrario emblematico… enigmatico…». Oggetto di una diagnosi impietosa è una famiglia della borghesia milanese – padre imprenditore, madre annoiata, figlio e figlia in crisi adolescenziale e una colf d’origine contadina – che riceve la visita di un misterioso Ospite, un giovane sconosciuto che emana un fascino straordinario e sconvolge le loro esistenze. Nessuno resiste alla sua sensualità innocente e alla sua attrazione: e dopo la sua partenza ognuno andrà incontro a esiti sconcertanti.

In definitiva, sembrano emblematici lo sfaldamento dell’istituzione familiare e il crollo di tutto il mondo dei doveri, mentre il referto denuncia il male incurabile da cui è affetta la classe borghese. Viene messa a nudo la sua ipocrisia (ovvero «la principale regola del gioco, che consiste nel non scoprirsi mai»), e ciò avviene, osserva Pasolini, per un’irruzione del sacro: «Una storia religiosa: un Dio che arriva in una famiglia borghese: bello, giovane, affascinante, con gli occhi celesti. E ama tutti: dal padre alla serva. Teorema, come indica il titolo, si fonda su un’ipotesi per absurdum. Il quesito è questo: se una famiglia borghese venisse visitata da un giovane dio, fosse Dioniso o Jehova, che cosa succederebbe?».

In questa prospettiva si comprendono i riferimenti – sin dall’esergo – al libro biblico dell’Esodo, al tema del deserto e alla figura dell’apostolo Paolo (cui Pasolini dedica, proprio nel maggio ’68, la sceneggiatura di un film, non realizzato per difficoltà produttive). Ma non meno importanti appaiono altri echi e riferimenti letterari: in primo luogo a Rimbaud, di cui l’Ospite si mostra appassionato lettore; e poi nei versi conclusivi, in cui il padre (dopo aver ceduto la fabbrica agli operai ed essersi denudato nella Stazione Centrale) s’inoltra nel deserto metropolitano, emettendo un urlo che evoca insieme il dipinto di Edvard Munch e la più nota poesia di un maestro della beat generation, Allen Ginsberg.

È impossibile dire che razza di urlo

sia il mio: è vero che è terribile

− tanto da sfigurarmi i lineamenti

rendendoli simili alle fauci di una bestia –

ma è anche, in qualche modo, gioioso,

tanto da ridurmi come un bambino.

È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno

o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.

È un urlo che vuol far sapere,

in questo luogo disabitato, che io esisto,

oppure, che non soltanto esisto,

ma che so […]

Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa

questo mio urlo voglia significare,

esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.