Vangelo della 33ª domenica: Luca 21,5-19

L’intero capitolo 21 di Luca [a parte l’aneddoto iniziale sull’obolo della vedova] è un pessimo fritto misto di tre elementi del tutto diversi: (1) figlio dell’uomo, (2) guerra giudaica, (3) persecuzioni, in cui quasi nulla è di Gesù; che il lezionario in modo saggio ha drasticamente ridotto concentrandosi sulle persecuzioni, e di cui Luca stesso, per tenerlo distinto, ha duplicato il punto (1) anticipandolo in 17,22-37.

Tre temi miscelati:

1) Il giorno della venuta del figlio dell’uomo, con grandi e spaventosi segni nel cielo (21,11), nel sole, luna e le stelle (21,25s), con le potenze dei cieli sconvolte (oscurate in Mc 13,24 e Mt 24,29). Gesù può aver detto solo che esso verrà come la folgore; si tratterà di un blitz improvviso (Lc 17,24), come un lampo che guizza e brilla da un capo all’altro del cielo.

2) La guerra giudaica. In Lc 17,23 si dice: «Eccolo qua, eccolo là, non andateci…» [e in Mc 13,21s: «Il Cristo è qui, è là; non ci credete, perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno segni e portenti per ingannare anche gli eletti»]. Ciò mostra la “coloritura” della situazione della comunità palestinese durante la guerra giudaica, in cui sorgevano Messia… da tutte le parti. Si tratta appunto della devastazione-distruzione di Gerusalemme e del tempio: la città santa circondata da eserciti (21,20) e calpestata (21,24). E sul tempio Gesù dice: «Non resterà pietra su pietra…» (21,5-6). Gesù ha sì proclamato la fine del culto templare ma in senso spirituale; che la tradizione ha “colorato” in senso realistico attraverso la prescienza della sua distruzione totale. Ma la conoscenza del futuro è impossibile, sia logicamente sia fisicamente, anche nella simultaneità relativa della teoria della relatività; la predizione del rinnegamento di Pietro col canto del gallo è fiabesca.

Della guerra giudaica si accentuano soprattutto, all’arrivo delle legioni romane, gli sfollati dalle città, in campagna e soprattutto sui monti. «Guai alle donne incinte e che allattano (cioè con figli neonati)» in 21,23, con l’aggiunta solo in Mc 13,18 e Mt 24,20 di «pregare che ciò non accada d’inverno» [in modo ancor più ridicolo Mt precisa che la fuga in montagna non avvenga di sabato per non violarne il riposo], perché soprattutto per tali donne (ma valido per tutti, date le calamità belliche) è molto problematico trovare rifugio in montagna col freddo invernale più intenso.

3) Le persecuzioni: sono chiare in 21,12 sia quelle da parte giudaica («sarete consegnati alle sinagoghe e alle prigioni») sia quelle da parte dei romani («sarete trascinati davanti a re e governatori»), il tutto in un clima ultra-terroristico tipico dell’apocalittica.

Anche volendo interpretare esistenzialmente, bisogna arrampicarsi sugli specchi per trarne qualche insegnamento etico-spirituale. Ma la fede e la speranza cristiana sono realmente liberate oltre che dalla legge anche dal messianismo giudaico, regale o meno: ci possiamo dissociare dal Figlio dell’uomo escatologico, soprattutto se inserito in un quadro apocalittico catastrofico. Ne approfittiamo per trattare il tema del rapporto fra i vangeli e la storia, soprattutto quella profana.

La doppia parabola delle mine: che sonomonete in Lc 19,11-27, saltata nella lettura continua del vangelo, poiché si legge quella più famosa dei talenti di Matteo 25,14-30 nell’anno A.

Abbiamo già evidenziato in passato che i talenti non erano le proprie capacità, le doti in cui si eccelle ecc., anche se così è stata letta nei secoli (sino all’espressione moderna «avere talento»). I talenti e le mine in Luca sono la Rivelazione (dell’AT), che il giudaismo posteriore sino ai tempi di Gesù ha distorto, storpiato, riposto in un fazzoletto (Lc 19,20) o sotterrato (come in Mt 25,18).

Ma la tradizione giudeo-cristiana tipica di Matteo non ha accettato questa condanna radicale della tradizione da cui provenivano gli ebrei diventati cristiani, per cui ha successivamente trasformato i talenti in doti, capacità individuali da far fruttificare [causando e inaugurando così la visione tradizionale], sia esplicitamente con l’aggiunta «secondo le sue capacità» (Mt 25,15; assente nel più originario Luca, e quindi pure nella fonte Q), sia differenziando la consegna con cinque talenti al primo, due al secondo, e uno al terzo, alludendo a una diversa competenza talentuosa. L’errore interpretativo è stato veicolato dal testo redazionale di Matteo. In Luca invece, anche qui più originario, l’uomo di nobile stirpe consegna 10 mine a 10 servi (ossia quasi l’intero ebraismo), una sola a testa senza alcuna gradazione delle doti.

La differenza è che in Luca è stata amalgamata, fusa, incastrata con una 2ª parabola, in modo a dir poco sconcertante. Infatti Luca l’ha rimpolpata col padrone di nobile stirpe che partì per un paese lontano (Roma?) per ricevere un titolo regale e ritornare [saltando il v. 13]. Ma i suoi concittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un’ambasceria a dire: «Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi». Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, disse [saltando al conclusivo v. 27]: «Chiamatemi quei miei nemici che non volevano che regnassi su di loro, conduceteli qui e trucidateli davanti a me». È chiaro lo spunto allusivo preso, dopo la morte di Erode il Grande (4 a. C), dai suoi figli Archelao (ed Erode Antipa), che sono andati a Roma da Augusto per succedere al padre (il paese lontano è l’Italia). Ad Erode Antipa toccò la Galilea e ad Archelao la Giudea, con Gerusalemme e i tanti che non lo volevano.

La resa dei conti. In seguito Roma depose l’inaffidabile Archelao (cfr l’appendice storica), per controllare con un proprio procuratore (Ponzio Pilato) la zona calda della Giudea e Gerusalemme. Ma tutto questo cosa c’entra con la missione di Gesù e il suo vangelo? Il Leit-motiv che le unisce è la resa dei conti: punizione per il terzo servo [ma non erano 10 all’inizio? Una discreta confusione], vendetta feroce contro i concittadini-sudditi.

Proprio all’inizio viene specificato il movente della parabola (v. 11), poiché «essi credevano che il regno di Dio stesse per manifestarsi da un momento all’altro» [lo sognano ancora poco prima dell’ascensione in Atti 1,6 chiedendo a Gesù: «Quando ricostruisci il regno per Israele?»]. Purtroppo il parallelismo aberrante esiste: è sottesa la credenza che Gesù in quanto Messia proprio con l’entrata a Gerusalemme avrebbe dovuto sùbito risollevare le sorti del Regno; e appunto la parabola cerca di spiegare perché ciò non sia avvenuto. Con la sua morte-resurrezione Gesù deve prima (come Archelao con Augusto) recarsi al trono di Dio e là, contro la volontà dei giudei che non lo avevano riconosciuto, prendersi il titolo regale; quindi ritornare come Messia-Re, sovrano degli ebrei, con un terribile giudizio-sentenza punitiva nei loro confronti in quanto nemici. Il regno messianico avrebbe (come in un tribunale forense) nella condanna-castigo dei giudei il suo solenne atto di inaugurazione. 

Ma il regno storico, tanto agognato, non si è insediato, per cui è stato trasformato nel regno celeste (spirituale) del Signore glorioso, come celebreremo domenica prossima nella festa di Cristo re dell’universo.

Appendice storica

Nel grandioso esordio del suo vangelo (3,1ss; i racconti dell’infanzia sono un’aggiunta tardiva non sua) Luca ben descrive la situazione politico-geografica della Palestina sotto i vari regni dei figli di Erode intorno al 29-30 d. C.: «Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, con Ponzio Pilato governatore della Giudea, Erode (Antipa) tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto il sommo sacerdote (al singolare) Anna e Caifa…». Dato che il ministero pubblico di Gesù è durato meno dei tre anni tradizionali (diciamo due), l’anomalo singolare può significare che nel prima anno era sommo sacerdote il suocero Anna, e nel secondo il genero Caifa.

Archelao compare esplicitamente solo in Matteo 2,22. In tale racconto dell’infanzia Giuseppe e Maria già abitavano a Betlemme in Giudea (i Magi in 2,11 entrano nella casa, non nella mangiatoia). In Mt 2,19-23 l’angelo in sogno dice a Giuseppe di rientrare dall’Egitto in Israele, perché sono morti quelli che insidiavano il bambino (cioè Erode il grande). Bisognava però introdurre il “trasferimento” in Galilea; infatti Giuseppe sta per puntare verso la sua casa di Betlemme, ma (avvertito sempre in sogno) giudica minaccioso anche Archelao, il re della Giudea succeduto a suo padre Erode, per cui andò (e non “ritornò”) ad abitare a Nazareth, con la citazione profetica «Sarà (chiamato) Nazareno», che però non si trova in nessun passo delle Scritture dell’AT.