Vangelo di Pasqua (Giovanni 20,1-10)
Nei prossimi venerdì i commenti ai vangeli domenicali saranno sospesi; riprenderanno con la festa del Corpus Domini (22 giugno, pubblicazione il 20 giugno), con la sola eccezione della solennità dell’Ascensione (1 giugno, pubblicazione il 28 maggio).
Nel brano attuale Maria Maddalena corre al sepolcro, poi torna indietro ad avvisare i discepoli. Ma in 20,11 compare di nuovo: da dove sbuca (sorprende che qui la si chiami semplicemente Maria) se era tornata a casa?
La corsa aggiunta. È chiaro che il racconto originario [del primo evangelista, sigla Ev1] scorreva lineare solo sull’apparizione a Maria saltando dall’attuale v. 1 all’11b; per inserire la corsa dei discepoli il redattore ecclesiale [autore della 2ª ediz., sigla Re2] ha momentaneamente interrotto la storia della Maddalena facendola rientrare al v. 2 per chiamare i discepoli: Pietro e il discepolo che Gesù amava (sempre in un ferreo anonimato). Ma, una volta che i due sono tornati a casa, deve riagganciarsi per far proseguire il racconto sulla donna; lo fa con l’11a: «Maria invece stava all’esterno… e piangeva», che si ricongiunge alla narrazione originaria precedente «Maria piangeva…» (11b): la prova è lo sbucare dal nulla di Maria, e la ripetizione, a strettissimo contatto, del verbo “piangere” (oltre che il chinarsi verso il sepolcro). Grazie a Dio erano maldestri nelle suture, così ci accorgiamo delle aggiunte. Lo abbiamo già ampiamente spiegato nel foglio cartaceo n. 481 nell’articolo Racconti biblici a tre mani.
I discepoli hanno trovato la tomba vuota [fra l’altro senza alcuna sindone, ma solo bende e sudario per il capo!], mentre Maria vede angeli [il “due” manca nel Sinaitico e nel Palatino di Trento]; e non si narra della venuta dei (due) angeli dopo la visita dei discepoli. Chi scrive il v. 12 pensa invece che gli angeli fossero già lì nel sepolcro vuoto con la pietra spostata dalla resurrezione, in attesa di annunciare a chi veniva il “miracolo”. Nessun scrittore, in coda al 7-10, scrive il 12 senza motivarlo; dopo che se n’era andata (v. 2), Maria sarebbe potuta ritornare coi discepoli, ma ciò non viene narrato [bastava poco: «Maria, che nel frattempo era tornata alla tomba…»].
L’inserzione quindi è “matematica”, ma ciò non significa che sia inventata, poiché basata sulle memorie scritte del discepolo che Gesù amava (Gv 21,24a), utilizzate dai due evangelisti, che si chiamava sì Giovanni, come ci ha tramandato Papia di Gerapoli scoperchiando l’anonimato “irritante” del vangelo. L’abbiamo definito di Gerusalemme-Efeso, poiché prima giovane discepolo gerosolimitano e poi leader delle chiese giovannee in Asia minore, ma non è l’apostolo Giovanni di Zebedeo fratello di Giacomo, e non è neppure l’autore del IV vangelo [21,24b: «E noi sappiamo che la sua testimonianza (scritta) è vera»; ma chi scrive qui sono i “noi”, non lui], né della prima grande lettera, bensì ha scritto la 2ª e 3ª lettera oltre alla prima parte dell’Apocalisse sino alle lettere alle 7 chiese [comprese; lui amava scrivere lettere (corte)].
La corsa va quindi scorporata (come del resto fa il vangelo di oggi) dall’apparizione a Maria (opera di Ev1); Re2 ve l’ha incastrata solo per motivi di comodità d’inserimento, anche perché aveva bisogno di una persona che avvisasse i discepoli per far correre insieme Pietro e il discepolo prediletto, onde appianare le gravi divergenze fra chiese giovannee e tradizione petrina, e più in generale pure i forti contrasti fra le chiese giovannee tra loro.
Ai ferri corti. Il motivo è che le comunità giovannee erano ai ferri corti con quelle petrine, sull’orlo dello scisma. I capi giovannei intrapresero una nuova via conflittuale rispetto al giudeo-cristianesimo: pur essendo anch’essi di provenienza palestinese [gerosolimitana come il leader discepolo prediletto, probabilmente di stirpe sacerdotale, perché Policrate di Efeso lo definisce iereus [(ex)sacerdote, ovviamente ebreo], hanno tuttavia trovato in Asia minore nei centri di Antiochia ed Efeso un nuovo campo d’azione con sviluppi molto differenti nella spiritualità, che è entrata in grave disaccordo con le suddette comunità più tradizionali (matteano-petrine in Siria; la Gerusalemme biblica non esisteva più: sui suoi resti era sorta la colonia romana di Elia Capitolina).
L’omonimia (Giovanni) poi ha favorito la confusione e la leggenda della presenza dell’apostolo Giovanni di Zebedeo in Asia Minore, nonché come autore di tutti gli scritti giovannei.
Il discepolo prediletto è stato un fondatore di comunità relativamente indipendenti una accanto all’altra, anche in conseguenza della rapida diffusione, tuttavia tenute insieme dalla sua personalità di grande respiro. Egli infatti nell’Apocalisse scrive a sette chiese, che doveva conoscere molto bene perché sono giudicate in modo assai diverso: alcune comunità sono degne di lodare l’innalzato (che solo in Siria significava il “crocefisso” tout court), altre non sono degne e vengono apostrofate in maniera minacciosa. Basta leggere Apoc. 2 e 3 per aver un’idea del corposo materiale esplosivo che minacciava di far scoppiare le comunità dell’Asia minore l’una contro l’altra [una scissione è menzionata in 1Gv 2,19]. Si insiste tanto sull’amore perché ce n’era… poco.
Si trattava quindi salvare l’unità della chiesa nei conflitti accesi: a tale proposito il giovane discepolo prediletto [un ragazzo fra i 15-18 anni, a seconda che la Passione sia avvenuta nel 30 o nel 33 d. C; se morto nonagenario nel 107, era quindi nato intorno al 15 d. C.] corre ovviamente più veloce di Pietro, pure nel senso simbolico, molto raffinato, del carisma che va più avanti della tradizione; ma pur arrivando prima si ferma e aspetta l’istituzione (Pietro), ed entrando insieme nel mistero vedono e credono.
La crocifissione in Dio. Un altro motivo è antignostico: con la tomba vuota e la resurrezione corporea [verificata da due testimoni maschi perché quella delle donne non valeva] si confuta la dottrina (di un certo Cerinto) sul ritorno a casa, in cielo, a Dio solo dello spirito-pneuma, che ha abbandonato Gesù prima della passione “squagliandosela” nel Getsemani.
Detta così, fa un po’ sorridere; tradotta però in un linguaggio più moderno, la “parte divina” di Cristo non ha e non deve avere nulla a che fare con la condanna, crocifissione, impotenza, debolezza inerme [e pure con la morte; in Cavalleria rusticana il coro pasquale canta: «Il Signor non è morto»]. Ma la teologia cristiana in genere ha fatto proprio la stessa cosa: non ci ha nemmeno provato a pensare il crocefisso come Dio, o meglio a pensare la crocifissione (impotenza, debolezza…) in Dio. La croce-crocifissione non aveva nulla da dire sull’essenza di Dio: è stata solo un necessario “scotto” da pagare per l’assurda soddisfazione, riparazione dei peccati in un quadro espiatorio sacrificale. Il Venerdì santo (soprattutto quello speculativo di Hegel, molto approfondito dal teologo-filosofo tedesco) doveva passare in fretta per arrivare alla svelta allo splendore della resurrezione.
Ha così imperversato per secoli il concetto metafisico di Dio: Dio era l’essere assoluto, onnipotente, “satollo” [che ha tutto da sempre, e per lui non ci deve essere alcuna “mancanza”, considerata un ostacolo alla potenza], immutabile, impassibile, e quindi insensibile e senza pathos amorevole. Un’autentica maledizione è stata scaricata su di lui, per il quale non ci poteva essere nulla di nuovo, senza divenire.
Dobbiamo quindi riprendere il venerdì santo speculativo, ben espresso dal IV vangelo in cui la gloria di Dio e la glorificazione di Cristo avvengono nella croce-crocifissione (quasi un Leitmotiv detto più volte, ma rimosso nella storia). Si possono nutrire perplessità nel tradurre la doxa con “gloria”, poiché si porta inevitabilmente dietro il significato normale in italiano che è esattamente il contrario di quello ignominioso della croce. Ma non è facile: possiamo provare a tradurre doxa con “essenza” o “rivelazione dell’essere”: la croce-crocifissione, con tutto quel che comporta (sofferenza, impotenza, ingiustizia subita, debolezza ecc.), fa parte costitutiva e integrante dell’essenza di Dio, rientra pienamente nella rivelazione-manifestazione dell’essere divino [come nella Trinità del Masaccio a s. Maria Novella a Firenze, col Padre che regge, abbraccia il Cristo in croce (cfr. l’immagine iniziale sopra raffigurata)].
Il vangelo odierno si conclude con «Non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli doveva risorgere dai morti»; anche nel vangelo della Messa vespertina di Pasqua, quello di Emmaus, «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» [Lc 24,27; tanto per cambiare, anche la comunità di Emmaus (Cleofa) era dissidente da quella petrina di Gerusalemme]. Ma dove nelle Scritture ebraiche dell’AT si trovano tali predizioni? A quanto mi consta, c’è solo la sofferenza e flagellazione nel terzo canto del servo (Isaia 50,6), che però non prefigura né il Messia-Cristo, né il figlio dell’uomo, e men che meno il figlio di Dio.
Viviamo in un periodo “disastroso” per il mondo, in cui il neoconvertito (2019) vicepresidente Usa Vance ha citato lo scorso 30 gennaio l’ordo amoris di s. Agostino, secondo cui il vero cristiano deve pensare prima ai congiunti di sangue minacciati dagli stranieri che si accalcano ai confini. La speranza è che il Cristo cammini di fianco a noi (dissidenti come i due di Emmaus, anche se, come loro, non lo riconosciamo subito) per un’alba di resurrezione e rinnovamento ecclesiale, come hanno fatto allora a Efeso e Antiochia scongiurando però lo scisma… da Pietro (e successori).






