Mentre è sotto gli occhi di tutti la tragedia di Gaza (e della Cisgiordania) un incontro che potremmo definire straordinario si è tenuto a Torino presso il Polo culturale dei Missionari della Consolata, organizzato dal Centro Sereno Regis, dal MIR-Movimento Nonviolento, dall’associazione Volere La Luna e dalla Rete AGITE. Al tavolo dei relatori, una accanto all’altra una donna palestinese di Nablus, Aisha Khatib, segnata per sempre dall’assassinio del fratello diciassettenne ad opera dell’esercito israeliano, e una israeliana, Irit Hakim, scampata per un soffio – da bambina – a un attentato terroristico che prese di mira una scuola nel 1974. Con loro, la giornalista Daniela Bezzi, che l’anno scorso ha curato un bel libro dedicato ai Combattenti per la Pace, movimento di cui entrambe fanno parte, nato oltre vent’anni fa per iniziativa di ex soldati israeliani ed ex detenuti palestinesi intenzionati a lavorare insieme per costruire una prospettiva di pace.
Richiamando in apertura la loro personale esperienza, entrambe sono partite dalla sofferta presa di coscienza dell’assurdità del conflitto a oltranza che stava sempre più imbarbarendo i due popoli. Aisha ha confessato di avere dapprima provato − di fronte al dramma familiare – sentimenti di odio, accompagnati dal desiderio di vendetta. Irit ha ricordato di essersi gradualmente avvicinata in giovane età all’organizzazione “Peace now”, fondata sul finire degli anni Settanta da alcuni pacifisti israeliani tra cui lo scrittore Amos Oz. Ma per entrambe è stata decisiva la fase in cui tra i Combattenti per la Pace – agli inizi esclusivamente maschi – è cresciuta dall’una e dall’altra parte la presenza attiva delle donne. La specificità e la comunanza che in quella sede andava avvicinando donne israeliane e palestinesi le ha aiutate a riconoscersi al di là dei reciproci pregiudizi, a guardarsi finalmente in faccia e a costruire relazioni di condivisione e vera e propria amicizia, arrivando a immaginare un futuro diverso.
Irit ha insistito sul fatto che occorre andare oltre la paura e la rassegnazione che inducono a “restare davanti alla televisione”, testimoni passivi delle dinamiche di guerra. Ha ribadito l’obiettivo di persuadere i giovani a non fare il servizio militare e a rifiutare non soltanto la guerra ma l’occupazione che ne è la causa. E ha denunciato la cecità del governo Netanyahu, che massacra la popolazione civile e tenta di uccidere persino i negoziatori con cui sta trattando.
«Veniamo da società nemiche ma non vogliamo essere nemiche», ha detto Aisha. Sottolineando la differenza di genere, ha notato che per le donne le vittime non possono essere numeri, perché per ogni madre un figlio o una figlia è la cosa più importante in assoluto. E ha dato brevemente la parola anche a una delle sue figlie – che in questi giorni l’ha raggiunta in Italia dalla Polonia – che a sua volta ha detto di avere imparato a uscire dalla logica del conflitto frequentando con altre ragazze palestinesi e israeliane i campi scuola promossi dai Combattenti per la Pace.
Sia Irit che Aisha hanno ricordato lo choc prodotto nelle fila del loro movimento dai fatti del 7 ottobre, ma anche la forte volontà di proseguire con ancora maggiore determinazione nel loro impegno controcorrente, senza arretrare neanche di fronte alle accuse di tradimento che provengono dai ministri di Netanyahu e da Hamas. Riguardo a quest’ultima, Aisha ha osservato che «sono molti i gazawi che la pensano diversamente: perché Islam è Salaam, Pace».
E ha concluso con un appello accorato: «Non ci dimenticate, per favore!». Perché per un piccolo movimento come il loro – che oggi raggruppa alcune centinaia di attivisti dall’una e dall’altra parte, ma ha il coraggio di farsi portatore di una grande speranza − la solidarietà internazionale è davvero fondamentale.





