Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l’inizio e là è la fine.
E mi spaura il modo, lo schernire per gioco,
che sappian tutto ciò che fu e sarà;
non c’è montagna che li meravigli;
le loro terre e giardini confinano con Dio.
Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani.
A me piace sentire le cose cantare.
Voi le toccate: diventano rigide e mute.
Voi mi uccidete le cose.
(Rainer Maria Rilke)
Il nominare le cose parrebbe l’azione umana per eccellenza, addirittura originaria se risalissimo al mito genesiaco che fa iniziare ogni cosa dalla parola. Secondo il primo racconto di Genesi, l’aver dato un nome è stata responsabilità prima di Dio (Dio chiamò…) per quel che riguarda la «struttura» primordiale composta di luce e tenebre, cielo, terra e mare. Solo in seguito, nel secondo racconto, diventa quindi anche responsabilità umana, quando l’Adam dà un nome a ciò che lo circonda sotto lo sguardo compiaciuto di Dio:
Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome (Gen 2,19).
Nella stessa bibbia ebraica però il nominare può assumere le forme di una presa di possesso, di dominio, di presunzione di conoscenza (la si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta – Gen 2,23). Da qui la ritrosia ebraica sul nome e tanto più sul nome divino (Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio – Es 20,7). Perché quel nominare tracotante è potenzialmente tirannico e violento – uccide le cose, come appunto sostiene Rilke.
La parola nomina le cose, evoca oggetti e sensazioni riportandole alla mente, immagina cose non ancora viste o non esistenti, richiama il tempo passato e perduto. La parola formula concetti, delinea paesaggi, ritrae volti − e chi ascolta o legge si figura tutto senza bisogno di vedere, con la semplice forza di suggestione che la parola possiede.
La parola crea l’idea:
«un’idea senza parola ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita e malnota a noi medesimi che l’abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta» (Leopardi, Zibaldone).
La parola pronunciata o scritta aiuta a pensare:
«Non si pensa se non parlando. Quindi è certissimo che, quanto la lingua di cui ci serviamo pensando è più lenta, più bisognosa di parole e di circuito per esprimersi, ed esprimersi chiaramente, tanto è più lenta la nostra concezione, il nostro pensiero, ragionamento e discorso interiore, il nostro modo di concepire e d’intendere» (Leopardi).
La parola è il nostro accesso al mondo al punto che non possiamo pensare a una cosa se non siamo in grado di nominarla, noi possiamo pensare solo le cose a cui abbiamo dato un nome, ovvero noi pensiamo con le parole che possediamo:
«I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo» (L. Wittgenstein).
Fine artigiano dell’arte del linguaggio, il poeta conosce limiti e valore dell’uso della parola. Se infatti la lingua modella il pensiero, bisogna che la parola sia precisa, scelta con cura, calibrata con attenzione nello spazio occupato dal testo, altresì modulata sul suo valore sonoro. All’opposto di una certa deriva linguistica, che tende alla semplificazione, grossolanità, incuria. In questo senso la poesia sembra quasi il frutto di un universo altro, «gettata» nel mondo come un messaggio in bottiglia.
La parola poetica è una battaglia per la sopravvivenza della lingua, una difesa della forma e del linguaggio e dunque dell’essere. Per questo la poesia è sempre lontana dalla lingua standardizzata, banalizzata e appiattita. Tanto più dal kitsch e dalla volgarità. Secondo il poeta e critico letterario Maurizio Cucchi, la poesia salvaguarda la nostra lingua dall’imbarbarimento a cui va incontro nell’espressione stereotipata, automatica o peggio nel turpiloquio. La poesia infatti «si rende responsabile di ogni minima scelta linguistica: ogni sillaba, ogni segno di interpunzione, ogni pausa devono avere un senso. Il poeta deve poter giustificare ogni sua minima scelta nell’uso della lingua. Nulla, insomma, come in ogni forma d’arte, può esservi lasciato al caso o ai più normali automatismi. Proprio per questo, essendo anche al servizio della lingua, la poesia può essere l’indicatore più attendibile della direzione che la lingua stessa dovrebbe poter assumere per continuare a significare in stretto e irrinunciabile rapporto diretto con il reale e l’esperienza. E dunque per essere davvero lingua viva» (in La parola e la cosa. Saggi sulla resistenza della poesia).
Analogamente l’invettiva in versi di Rilke sembra voler denunciare un uso troppo disinvolto del linguaggio (Io temo tanto la parola) e della relativa presunzione del conoscere (e mi spaura… che sappian tutto ciò che fu e sarà), un sapere tracotante che inibisce la meraviglia (non c’è montagna che li meravigli), impedendo di vedere quello che conta (le loro terre e giardini confinano con Dio). Per preservare quel piacere stupito, occorre mantenere la distanza (state lontani). Per non perdere la bellezza, bisogna saper ascoltare il silenzio (A me piace sentire le cose cantare). Invece. Al contrario, l’atteggiamento più comune è la perdita del senso di alterità, avvicinandosi e toccando. Ma così facendo, appunto, le cose muoiono.
La vita delle cose, il loro cantare, si spegne con l’eccessiva vicinanza: toccarle le rende rigide e mute. Chiamare, sapere e toccare sono i tre verbi centrali di ogni strofa, tre verbi mortiferi che annullano il mistero delle cose. A questi si contrappongono altrettanti modi «poetici» di stare al mondo: temere, meravigliarsi e piacere. Il temere è un verbo teologico (il timor di Dio nel linguaggio biblico dice la dovuta riverenza al divino, la necessità di preservarne l’alterità), la meraviglia è un verbo filosofico (l’atteggiamento da cui nasce la storia del pensiero), infine il piacere è un verbo artistico e letterario (dice la gratuità dell’opera realizzata). Tre ambiti dell’umano, tre modi di esprimersi e di vivere quella delicatezza e leggerezza d’essere. Tre declinazioni di quella postura che, impedendo il possesso e la tracotanza, offrono la poesia della parola, la beatitudine del vivere, la gioia dello stupore.






