Pubblichiamo la seconda parte dell’ampia riflessione di William Bonapace sul conflitto israelo-palestinese. La prima puntata è stata pubblicata lunedì 4 agosto.

Veniamo adesso agli altri punti che vorrei trattare. Il primo è il rifiuto di dichiarare ciò che avviene a Gaza come un genocidio. Prima di sviluppare la questione, vorrei in via preliminare contestare che ciò che sta avvenendo a Gaza possa essere definita una guerra. Una guerra infatti viene combattuta da due avversari, ma in questo caso non si può certamente considerare la mattanza in atto come un confronto armato tra contendenti, ma come un’azione indiscriminata contro un popolo intero, senza discernere tra civili e militari in un quadro di punizione collettiva. Comportamenti che violano le regole e il diritto internazionale umanitario (DIU), definito e regolamentato in precise disposizioni ormai da oltre un secolo e mezzo (1864; 1949; 1977; 2005).

La categoria di genocidio

Ma veniamo alla questione “genocidio”. Vorrei qui riportare la definizione giuridica del lemma adottata dall’ONU: “atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso” (1946), e sottolineare che è a partire da questo principio che sono stati condannati dal Tribunale Internazionale dell’Aja nel 2015 e nel 2017 all’ergastolo Milosevic (morto prima della sentenza), Mladic, Karadzic e altri 18 imputati a pene comprese tra i 35 e i 18 anni di carcere. In quel caso i responsabili erano accusati di 8.325 omicidi, compiuti nella cittadina di Srebrenica nel 1995. In realtà i morti furono circa 12.000, ma i loro corpi non furono mai trovati. Sono dichiarati dispersi. Nessuno ha mai contestato questa sentenza e meno che mai la definizione di genocidio. Neanche la Serbia, che ha consegnato i criminali al Tribunale. Perché allora non si può definire genocidio l’azione militare a Gaza, dove i morti al momento superano i 60.000 e si costringe alla fame e alla sete circa 2.000.000 di persone? La cosa è ancora più grave, lo ripeto, dal momento che Israele è un nostro paese alleato. Immaginiamoci se fosse successo il contrario. Gli israeliani avessero ucciso 1200 palestinesi con un’azione militare (cosa successa più volte) e come risposta i palestinesi avessero raso al suolo una città israeliana, ucciso oltre 60.000 persone e affamata la popolazione sopravvissuta. Come sarebbe stato definito tale atto? Di cosa sarebbero stati accusati i palestinesi? Come avrebbero definito l’accaduto gli israeliani?

Passiamo quindi al punto successivo: l’azione criminale del 7 ottobre da parte di Hamas (organizzazione negli anni passati sostenuta anche dai servizi segreti israeliani contro l’OLP).

Dire che tutto è cominciato a partire da questo ignobile eccidio è una falsità storica e politica. Il 7 ottobre si colloca in una vicenda storica che dura da molti decenni e che ha visto massacri spaventosi nei confronti di palestinesi da parte o in collaborazione con l’esercito israeliano e non solo (Settembre Nero in Giordania da parte dell’esercito di Damasco, nel 1970 con circa 4.000 morti, Sabra e Shatila in Libano nel 1982, il cui numero impressionante delle vittime non è stato mai definito − solo per fare qualche esempio), occupazione delle terre e l’espulsione di palestinesi, repressioni durissime delle proteste con centinaia e centinaia di morti, bombardamenti indiscriminati su Gaza negli anni passati, la costruzione di muri e l’arresto e la condanna a migliaia di anni di carcere di resistenti palestinesi (tra questi 320 bambini dall’età compresa tra gli 8 e i 12 anni). Insomma ricondurre tutto alla fatidica data del 7 ottobre è davvero scorretto. Ovviamente non si tratta di difendere Hamas. Sono dei pericolosi e fanatici criminali, ma sono anche l’orribile risultato di 80 anni di non soluzione del problema. L’effetto di una società sfaldata e senza alcuna speranza. Prodotto della disperazione e dell’odio. Ed è da questo che dobbiamo partire, dall’orrendo fallimento di questa lunga storia che attraversa queste terre. In caso contrario si perpetua all’infinito una cultura di sangue e distruzione e dalle macerie di Gaza non può che emergere un sentimento di vendetta e così fino a quando uno dei due popoli verrà definitivamente liquidato.

La categoria di terrorismo

Vorrei però aggiungere un’altra considerazione che ci aiuta a definire e chiarire i termini della situazione e nominare i fatti e i protagonisti. Il lemma che viene adoperato come categoria esplicativa in sé stessa considerata autoevidente, passepartout per giustificare ogni azione militare, è quello di terrorista. Non vi è dubbio che l’azione di Hamas è stata un terrificante atto che può giustamente collocarsi in questa definizione, ma il problema non si esaurisce qui. Secondo l’uso comune il terrorista è un soggetto non statuale che opera violenza contro civili inermi. Quindi terrorista è l’azione dell’11 settembre a New York e via dicendo. Se invece massacri vengono compiuti da soggetti statuali, come, per capirci, da eserciti regolari, le cose cambiano e i termini utilizzati sono altri, tranne nel caso degli Stati che consideriamo nostri nemici – gli Stati canaglia − e quindi non vere entità statuali che in tal modo possono “legittimamente” essere distrutte. Se si esclude quindi quest’ultimo caso, che viene agito con modalità e forme cinicamente strumentali, tutto viene legittimato e giustificato. Dobbiamo invece affermare con determinazione che gli Stati possono essere terroristici[2], non solo i soggetti non statuali. Eppure un missile che uccide 100 persone in una sola volta non produce lo stesso effetto morale e giuridico di un individuo che con una bomba ne uccide 10. Anzi, il militare che ha dato l’ordine, o il politico che ha autorizzato l’azione, non viene definito come un criminale, mentre l’individuo di un gruppo informale che commette un massacro viene descritto come un mostro, come il male assoluto, quasi un’entità ontologica, da annientare. Ad esso poi si contrappone manicheisticamente il Bene, di cui noi siamo i depositari. Causa ed effetto di una sorta di statolatria che non è mai venuta meno e di cui si deve sempre diffidare. Eppure come giudicare i bombardamenti inglesi ininterrotti per giorni e notti intere su Dresda nell’aprile 1945, città senza contraerea e piena solo di profughi a pochi giorni dalla capitolazione finale della Germania? Come leggere l’azione americana e inglese sulla città di Falluja nel 2004 compiuta con armi di distruzione massiva sia convenzionali che chimiche che ha letteralmente raso al suolo tutto il territorio urbano con un numero impressionante di morti? L’11 settembre poteva giustificare quest’azione? Forse solo con riferimento alle rappresaglie naziste e fasciste contro i civili durante la lotta partigiana si usa la categoria del terrorismo. Ma non sempre e non senza fatica, in fondo questi militari facevano parte di eserciti regolari e indossavano delle divise e non facevano altro che ubbidire a degli ordini. Proprio come Eichmann (sic!).

C’è quindi un aspetto problematico che ha a che fare con la questione del terrorismo e con la figura retorica del terrorista di cui abbiamo accennato e che negli ultimi anni ha preso una piega molto pericolosa. Quella secondo la quale con certi individui non si può combattere una guerra con tutte le regole previste dalle norme internazionali. Il conflitto in questi casi è contro potenze maligne e criminali con cui l’unica possibilità di rapporto non può essere altra che la loro definitiva eliminazione fisica. Le guerre si trasformano quindi in operazioni di sradicamento del nemico che dev’essere annientato e il territorio bonificato. Il conflitto diventa quindi assoluto, senza regole e senza pietà. E poiché questi individui si nascondono tra i civili, tutto diventa legittimo e anche i non combattenti si trasformano in nemici da neutralizzare. La guerra in tal modo diventa uno sterminio dove diplomazia, trattative e quant’altro perdono del tutto di significato. Non ci sono prigionieri o garanzie (si pensi solo ad Abu Ghraib o a Guantanamo). Questo è avvenuto in Afganistan, in Iraq, in Cecenia e ora a Gaza, ed è ciò che regolarmente viene teorizzato dagli stati maggiori quando parlano di guerre asimmetriche. Uscire da questo quadro concettuale e di agire bellico è estremamente urgente e necessario, più che mai con lo sviluppo di armi quali i droni e l’intelligenza artificiale, come abbiamo visto anche sul terreno in Libano e nella Striscia.

Alla luce di queste considerazioni se l’azione del 7 ottobre è a tutti gli effetti un atto criminale e terroristico, l’intervento israeliano a Gaza lo è a sua volta, con un’aggravante che è durato e dura per un periodo infinitamente più lungo e le cui finalità non erano e non sono solo di terrorizzare la popolazione, ma hanno a che fare con la riscrittura del medio oriente in un quadro temporale di cui non si vede la fine e in cui il ruolo e la presenza del popolo palestinese resta preoccupantemente incerto.

La vera questione che credo si debba porre oltre a dibattere se l’intervento israeliano sia o meno un genocidio (io penso di sì) o solo (si fa per dire) un crimine di guerra (come se questa definizione potesse ridimensionare la gravità delle azioni dell’esercito israeliano, sic!), sia domandarsi perché il mondo così detto civile non sia riuscito a dire una parola definitiva su quello che stava e sta avvenendo. Si sente solo balbettare qualche parolina che invita cautamente alla moderazione, sempre però con voce ferma nel giustificare legittimo l’intervento armato dell’esercito ebraico. Mai una parola di pace, mai un’azione per affrontare il dramma dei profughi o proporre qualche soluzione per una fuoriuscita dalla logica del massacro. Ecco, questo è il vero punto rispetto al quale si trova sempre qualche giustificazione per restare in silenzio. I governi europei e spesso, purtroppo, anche molte comunità ebraiche, si preoccupano solo del fatto che, secondo loro, gridare troppo forte contro l’intervento israeliano possa riattivare antisionismo, mentre è proprio il silenzio che lo rafforza. Nello stesso momento le stesse autorità europee e oltreatlantico continuano a finanziare e inviare armi a Israele contribuendo in vario modo alla delegittimazione delle Nazioni Unite, ridotte a semplice spettatore marginale. Come se non bastasse hanno permesso agli USA di decidere da soli forme e modalità con cui distribuire gli aiuti umanitari (e abbiamo visto come!) coordinati da organismi privati dipendenti da Washington. Un quadro desolante fatto di viltà, di ipocrisia e complicità.

«Il tempo di essere neutrali è finito»

Sarebbe importante riflettere sulla deriva della politica in Israele (non solo della destra estrema), sulla visione che ha del suo collocamento nell’area, dei suoi rapporti con gli USA e sulle sue prospettive di politica internazionale. Oltre e al di là dello stesso sionismo, che in sé stesso non è necessariamente bellicistico o razzista. Lo può essere, ma non lo è necessariamente. Ma in fondo non sta lì la questione. Dobbiamo finalmente pensare a Israele come un qualunque paese e un qualunque Stato del mondo, che ragiona secondo i suoi interessi geopolitici in un momento storico dominato dal caos e dalla ridefinizione degli equilibri mondiali, e quindi osservare e giudicare il ruolo che Tel Aviv riveste e che intende giocare, adesso, in questo momento storico e in quei territori. Quale spazio vuole occupare, con chi e con quale visione politica.

Con riferimento a queste ultime considerazioni, vorrei concludere affermando che questa guerra e quella contro l’Iran assieme a quella in atto in Ucraina richiedono di ripensare anche altre categorie interpretative, mettendo in evidenza i limiti di quelle utilizzate in termini politici e morali (come quella coraggiosa visione di Papa Francesco sulla terza “guerra mondiale a pezzi”, o a quelle  espresse dagli stati maggiori sulla lotta contro il terrorismo o, ancor peggio, contro i nuovi Hitler e le forze del male) e non guardare sempre e solo al passato (lasciamolo fare ai vari nazionalismi e integralismi), ma riflettere sulle strategie globali delle grandi e delle piccole potenze in cui gli equilibri internazionali sono saltati ormai da oltre trent’anni degenerando progressivamente e in cui nuove soggettività statuali ed economiche rivendicano spazi e ruoli. Ragionare di come uscire da questa situazione d’impasse e pensare a come ridefinire percorsi di pace e cooperazione evitando di scivolare in una escalation pericolosissima, restituendo un ruolo di primo piano alla politica e alla diplomazia. In particolar modo agli organismi internazionali oggi delegittimati e sconfessati. Un’impresa titanica, purtroppo, ma se continuiamo a sperare che siano i Leviatani (e in particolare gli USA, la Russia e la Cina) i soli a operare in questi contesti possiamo solo prepararci al peggio. Debbono essere le soggettività della società civile ad agire. Gli Stati lasciati a sé stessi continueranno a ragionare in termini di potenza, d’interesse e di convenienza. Solo la forza che parta dal basso, che abbia a cuore le vite degli uomini e dei popoli può spingere verso un’altra strada… se non è già troppo tardi. Come ha scritto Anna Foa su La Stampa qualche giorno fa «il tempo di essere neutrali è finito». Diamoci da fare.

William Bonapace