Di fronte agli sviluppi delle tragiche vicende dell’Ucraina e della Palestina (contesti profondamente diversi) in varie sedi si sono azzardati confronti. Si è osservato, ad esempio, il doppio standard della reazione da parte dell’Unione Europea: un’Unione che a seguito dell’invasione russa ha inviato grandi quantitativi di armi al paese aggredito, mentre a Gaza si è ben guardata dal fornire qualsiasi mezzo di difesa dai bombardamenti che l’hanno ridotta in macerie, e anzi ha proseguito la propria collaborazione militare con Israele, lasciando a pochi suoi membri persino l’iniziativa simbolica del riconoscimento dello stato palestinese. Diciannove pacchetti di sanzioni – assai costosi − contro la Russia. Neanche uno contro Netanyhau.
All’interno dell’Unione, poi, il nostro paese è tra quelli in cui il doppio standard è apparso più evidente, non soltanto per quel mancato riconoscimento, ma perché la Presidente del consiglio lo ha teatralizzato in sussurri e grida: urla e indignazione contro la Flottilla, timidi balbettii di fronte ai quotidiani massacri della popolazione civile. D’altronde – per l’Europa, ma specialmente per quanto riguarda l’Italia – sarebbe il caso di ricordare un altro scenario, quello del Nagorno Karabakh, in cui nel 2023 l’intervento dell’Azerbaigian ha costretto alla fuga e alla migrazione centomila armeni di religione cristiana: una pulizia etnica avvenuta nel più assordante silenzio della comunità internazionale. Nel caso dell’Italia, un silenzio tutt’altro che casuale: con le sanzioni antirusse, proprio l’Azerbaigian è divenuto nostro fondamentale fornitore di energia. Nel caso del nostro governo, quindi, più che di doppio standard, potremmo parlare di «tre pesi e tre misure».
Le trattative
Ritornando a Gaza e all’Ucraina, altre domande sono state poste. Ci si è domandati, ad esempio, perché nessuno in Europa abbia contestato che si trattasse con Hamas, mentre da più parti si era ritenuta improponibile una trattativa con Putin. Più equanime è parsa la Corte Penale Internazionale, le cui condanne hanno investito – insieme a Putin – il Premier israeliano e alcuni suoi ministri, e i capi di Hamas.
Ma la domanda decisiva è un’altra: perché le pressioni di Trump hanno costretto Israele al negoziato e all’accordo, mentre si sono sinora dimostrate inefficaci con la Russia? La risposta pare evidente: gli Usa sono il principale alleato strategico di Israele, che non ce la farebbe senza il loro sostegno militare, economico e politico. Qual è, invece, il principale alleato strategico della Russia? Oggi più che mai, la Cina. Ne consegue, a detta di molti, che finché Pechino continuerà a fornire a Mosca il suo sostegno, la guerra continuerà. (Ma se ci ha portati a questo – ovvero a consegnare il nostro futuro alla Cina – perché gli strateghi dell’Occidente non hanno fatto tutto il possibile per prevenirla e scongiurarla? Si trattava di un esito prevedibile).
L’azione nonviolenta
In questo quadro, cosa fanno a Gaza e in Ucraina gli operatori di pace? Innanzitutto, l’azione umanitaria, che è sempre azione di pace e – come ripeteva Gino Strada – non conosce bandiere: un’azione umanitaria in cui molti hanno generosamente sacrificato la vita. In secondo luogo, per quel che riguarda la Palestina, un’iniziativa collettiva – quella della Flottilla − che ha scosso le coscienze e fornito un esempio emblematico di lotta nonviolenta, lanciando al mondo un forte messaggio di denuncia e di pace. In terzo luogo – e altra buona notizia – i dati che segnalano come sia in Russia che in Ucraina (ma persino tra i riservisti israeliani) cresca ogni mese il numero degli obiettori, dei renitenti alla leva e dei disertori: che è importante ricevano sostegno e accoglienza, perché forse – con la loro disobbedienza – prefigurano un’umanità migliore.





