Dal 22 luglio sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli. Offriremo tuttavia tre volte alla settimana ai lettori una selezione di articoli già pubblicati sul mensile cartaceo nell’ultimo anno o poco più di pubblicazione (giugno 2023). Nei tre lunedì che precedono l’inizio della scuola, dal 19 agosto, riprenderemo il Registro di scuola che era stato interrotto a ottobre e il 30 agosto riprenderemo il commento al vangelo della domenica. Da lunedì 9 settembre riprenderemo la regolare pubblicazione degli articoli. Buone vacanze!
Lo Stato nazionale sovrano è oggi la dannazione della politica. Per un lungo periodo storico è stato progressivo e ha permesso l’organizzazione sul territorio dei vari popoli favorendone lo sviluppo economico, culturale e politico. Per questo ha occupato completamente la carta geopolitica del mondo. Ora però è un’organizzazione regressiva perché è una istituzione politica contemporaneamente troppo piccola e troppo grande. È troppo piccola per affrontare i problemi che incombono sul mondo, come la pace, l’inquinamento, lo sviluppo squilibrato, le migrazioni, i paradisi fiscali, la criminalità; troppo grande per adattarsi ai bisogni e ai desideri delle comunità regionali, che possono essere molto diversificate all’interno di uno stesso Stato.
In realtà la divisione del mondo in Stati nazionali ha un difetto costitutivo. Non tiene conto del fatto che i popoli non stanno fermi, si spostano continuamente sovrapponendosi, mischiandosi, ibridandosi, e questo fin dai primordi in cui gli spostamenti avvenivano solo a piedi o con tronchi scavati. Quindi è molto difficile trovare uno Stato nazionalmente puro, in cui non siano presenti minoranze etniche talvolta molto consistenti che, soprattutto nelle zone di confine, possono essere localmente maggioranza. Per non parlare dell’Africa in cui gli Stati nazionali sono invenzioni coloniali. Così la scusa di difendere la propria etnia oppressa negli Stati confinanti o quella di liberarsi e costituirsi in Stato nazionale è quella a cui si è ricorsi più spesso per mutare gli equilibri esistenti (insieme alla difesa della vera religione e all’incivilimento dei barbari). In realtà sappiamo che lo scopo è generalmente quello di ottenere nuovi territori da sfruttare e popoli da asservire, secondo la logica delle civiltà agricole o industriali che basano la loro ricchezza sulla terra e sullo sfruttamento delle sue risorse.
Il multilateralismo di Kissinger
Ma dagli anni Settanta del secolo scorso, con l’avvento dell’economia dei servizi e dell’informazione in cui l’intelligenza e le capacità personali hanno più importanza della terra e con il rimpicciolimento del mondo, tutto ha cominciato a cambiare. Uno dei primi politici ad avere chiara la visione di questa mutazione, agli albori della globalizzazione, è stato Henry Kissinger, prima Segretario per la sicurezza nazionale e poi Segretario di Stato degli Usa con i presidenti Nixon e Ford. All’inizio degli anni Settanta dichiarò che il bipolarismo Usa-Urss era insufficiente per governare il mondo, solo il multilateralismo poteva farlo. Per questo convinse Nixon a riconoscere la Cina di Mao e chiudere la guerra del Vietnam. Se si fosse incontrato con Gorbaciov, che sosteneva la stessa politica e avrebbe messo alla prova la sincerità delle sue proposte, forse gli eventi avrebbero avuto uno svolgimento diverso. Però notoriamente la storia non si fa con i se e l’occasione e la possibilità di dare delle regole condivise fin dall’inizio alla globalizzazione è stata persa. Infatti Gorbaciov è stato Presidente dell’Urss dieci anni dopo Kissinger, quando ormai il suo paese era in declino, la Cina e l’India all’inizio del loro sviluppo e l’Unione europea solo un progetto. Gli Usa pensarono di poter regolare (o deregolare: così la chiamò Reagan) la globalizzazione secondo i loro interessi.
Così come capita nel destino degli individui, anche in politica non prendere le decisioni necessarie al momento giusto produce effetti negativi non previsti, spesso molto gravi. La globalizzazione senza regole condivise ha causato sviluppo per alcuni paesi e insieme grandi profitti per pochi, crisi, disuguaglianze crescenti, e infine rigetto per molti. Le convulsioni attuali del mondo ne sono diretta conseguenza. Nel frattempo la società mondiale è cambiata profondamente politicamente, economicamente, socialmente, tecnologicamente, culturalmente; siamo entrati in un’epoca storica completamente nuova che richiede perciò soluzioni nuove a problemi mai affrontati prima, come quelli elencati all’inizio.
L’Onu non serve, purtroppo
Su tutti giganteggia l’assetto politico. Ho già detto che lo Sato nazionale con i suoi confini, la sua sovranità, la difesa del suo territorio e della sua autonomia è inadatto al livello di sviluppo e all’integrazione raggiunti dal mondo attuale; la sua impotenza a controllare gli eventi è palese a tutti. Da qui l’inquietudine e lo sconcerto crescenti. Non è però necessario ripartire da zero, basta riprendere seriamente le proposte che 50 anni fa fecero Kissinger e poi Gorbaciov. Un abbozzo di quel che servirebbe già c’è e non è l’Onu, che è figlio della filosofia dell’inizio del secolo scorso, ed essendo fondata su Stati nazionali sovrani e formalmente autonomi non può funzionare allo scopo mentre può invece essere utile come libero foro per dibattiti e proposte. Si pensa all’Onu come Parlamento mondiale, ma i Parlamenti sono composti da partiti non da Stati nazionali, come il Parlamento europeo in cui infatti gli eletti si raggruppano per idee e interessi e non per nazionalità. Molto più promettente è il G20 composto da grandi Stati dei 5 continenti le cui decisioni politiche ed economiche hanno rilevanza mondiale. Un accordo forte tra loro e un impegno a rinunciare definitivamente al demone ora potenzialmente criminale e distruttivo di ottenere l’egemonia sugli altri, può dare al G20 la forma e la sostanza di un vero governo mondiale, permettendogli di assumere i compiti che oggi uno Stato nazionale non può svolgere:intervenire nelle controversie internazionali e nelle rivendicazioni locali per salvaguardare la pace, affrontare l’emergenza ambientale e la criminalità transnazionale, ridistribuire la ricchezza ed intervenire nelle prevedibili crisi ecologiche, affinché nessun continente affondi nella miseria e nel caos. Una volta garantito un minimo di ordine e coesione globali le comunità che vogliono autogovernare il loro territorio, possono svincolarsi tranquillamente dallo Stato nazionale e organizzarsi in modo variabile secondo i loro bisogni. Agli Stati resterà il compito di intermediari tra potere centrale e locale.
Questo è quello che la logica, la storia e l’osservazione del mondo attuale ci suggeriscono dovrebbe essere fatto. Sappiamo però che la ragione non dirige le nostre vite; e tuttavia tutte le volte che l’umanità non si è adattata alla realtà del mondo ha dovuto pagare prezzi molto alti. Questa volta il prezzo potrebbe essere il più alto. Non ci resta perciò che sperare che alla fine si faccia quel che è necessario, se non per intelligenza, almeno per spirito di sopravvivenza.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 497 del foglio (febbraio 2023)





