Vangelo della domenica 24ª: Luca 15,1-32

Abbiamo già commentato il prodigo la 4ª dom di quaresima 2025 «La festa per il prodigo è un’ingiustizia?». Nel vangelo odierno è preceduta da due brevi parabole che contengono solo il culmine, l’idea unica che le parabole vogliono trasmettere (la pointe di Jacques Dupont), perché non sono allegorie: ossia la gioia e la festa celebrata con gli amici e i vicini per il ritrovamento della pecora smarrita e della dracma.

Grande esultanza. Nel prodigo invece abbiamo una stupenda e ampia costruzione di contorno sempre per evidenziare la grande festa (vestito più bello, anello al dito, calzari ai piedi, vitello grasso), una sola idea chiaramente esplicitata per ben due volte: «bisognava far festa perché questo mio figlio [o questo tuo fratello; ripetuto in 15,24.32] era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

È il Dio della grazia in tutto il suo fulgore. Si festeggia senza punizioni e penitenze! L’unica condizione ovviamente è quella di ravvedersi, pentirsi dei propri errori chiedendo perdono. Poi senza castighi si fa festa, a cui dovrebbero partecipare tutti, compresi i fratelli bravi con gioia e senza acredine.

C’è infatti un’obiezione a cui rispondere, che la lunga parabola affronta nella seconda parte quando il prodigo esce di scena, incentrata sul “nervosismo” del figlio maggiore (che non rappresenta i farisei, scribi, sacerdoti), bensì è invece il figlio bravo rimasto nella casa paterna.

Ma questo è ingiusto? Il cuore della parabola, ossia l’amore di Dio per i peccatori e la misericordia con festa [non un perdono strappato obtorto collo] non è tuttavia un’ingiustizia per l’altro fratello, più in generale per i bravi, i giusti, i fedeli.

L’obiezione è ben espressa con forza e durezza dal v. 30: «Hai ammazzato il vitello grasso per questo tuo figlio che ha divorato tutti i suoi averi con le prostitute».

Ma il 29b è sciagurato: infatti una delle più classiche e comuni obiezioni alla parabola suona: ma perché il padre non gli ha mai dato qualche capretto per festeggiare con gli amici? Il glossatore che ha inserito il 29b [le motivazioni tecniche sempre nella quarta di quaresima 2025] ha rischiato di rovinare tutto, esagerando in maniera disgraziata; perché il lettore-ascoltatore (cioè miriadi di fedeli in 2000 anni) non può che reagire al capretto negato esclamando: ma questa è proprio un’ingiustizia!

Alla contestazione (non solo del fratello maggiore, ma di parecchi nel corso dei secoli ai quali la parabola è andata spesso “di traverso”) risponde invece il padre con le belle parole in 15,31: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo», compresi i capretti: per mangiare festosamente un capretto non doveva chiedere alcun permesso al Padre.

Il Padre è tenero con ambedue i figli senza discriminazioni, col suo cuore aperto ad entrambi. Ciò non toglie che la festa per il prodigo costituisca la più antica apologetica per il Dio della grazia, in quanto la salvezza è gratuita, incondizionata: un elemento di Gesù spesso dimenticato poiché indigesto, in favore della reintroduzione ad opera delle chiese di condizioni punitive e penitenze di varia natura.

Ma c’è un altra questione da affrontare: come si concilia la misericordia con la grande cena, e i vangeli delle domeniche scorse di giudizio-condanna? [sino allo “squartare” di Luca 12,46 e poi lo “scannare” di 19,27].

Dio che dona gratis la salvezza al peccatore è tipico di una tradizione-fonte peculiare di Luca [solo sua come il buon ladrone, chiamata da alcuni Luca II]; al contrario Matteo ha anch’ egli una sua fonte particolare ossessionata dal giudizio-condanna.

L’ira di Dio. L’idea unica e centrale della parabola della grande cena [Luca 14,16-24, saltata quest’anno perché si legge l’equivalente di Matteo (22,1ss) nell’anno A, ma quella lucana è più originaria], è l’ira di Dio nei confronti dei primi invitati, ben evidenziata dall’inviare due volte i servi per riempire comunque la sala, con poveri, storpi, ciechi, zoppi, che qui non hanno (tanto) un significato morale [come nel vangelo di domenica scorsa], bensì quello di far sfogare la rabbia tremenda del padrone [anche col frainteso per secoli compelle intrare (14,23, “costringili ad entrare”)]. In entrambi gli evangelisti (Lc 14,21 e Mt 7,21) tuona al centro il medesimo verbo “arrabbiatosi” [quando Dupont quasi “urlava” il lucano participio aoristo orghistheis, diventava in volto rosso come il fuoco].

Matteo conclude il banchetto di nozze del re per suo figlio con un altra sentenza pesante per il commensale “beccato” senza la veste nuziale (cfr l’appendice tecnica).

Il dettaglio matteano di “buoni e cattivi” testimonia che non sono necessariamente migliori dei primi. Dupont nelle lezioni romane ci diceva: “Non allegorizzate”: cioè, dato che i primi (ebrei) hanno rifiutato sono subentrati i pagani: i quali forse erano anche poveri, ma non ciechi, storpi e zoppi…Purtroppo Matteo l’ha fatto trasformandola scorrettamenre in una allegoria della storia della salvezza nella scia dei vignaioli omicidi.

Perciò non prima i giudei increduli, e quindi (solo) di conseguenza i pagani credenti: questa è semmai la visione matteana, comunque della chiesa nella storia.

Se proprio vogliamo solo sfiorare l’allegoria, essa è intra-ebraica: tra la cerchia dominante/dirigente farisaica e sacerdotale che si ritenevano pii ma hanno rifiutato il vangelo, e i da loro disprezzati strati inferiori in quanto empi e  considerati senza Dio, il popolino ignorante che non osservava tutte le prescrizioni della Legge ma ha accolto Gesù.

Se uno è umile, riconosce i propri errori e si ravvede [come il pubblicano della parabola col fariseo (30ª dom.), come Zaccheo che vedremo nella 31ª] non ci sono preclusioni alla misericordia: l’amore di Dio è per lui.

Ma se uno è altezzoso, tracotante, arrogante come i capi (farisei, sacerdoti, scribi) che si ritengono i possessori assoluti della verità e quindi disprezzano e/o combattono coloro che la pensano diversamente, su di loro incombe l’ira di Dio.

La parabola è contro i vertici religiosi: quelli ebraici, e attualizzando contro quelli islamici (Iran e altrove), quelli della chiesa ortodossa russa (il patriarca Kirill), ma anche romani quando presumono il possesso assoluto della verità coi loro dogmi e tradizioni pseudo-rivelate.

Possiamo aggiungere ai capi religiosi anche quelli politici, quando non perseguono la giustizia e la pace. Se nella parabola del fico (Lc13,6ss) si porta pazienza per… 4 anni, siamo agli sgoccioli per l’invasione dell’Ucraina e… a metà del tempo concesso per Gaza: la pazienza di Dio sta finendo, e la sua ira incombe su Putin, Netanyahu, e tutti i dittatori sanguinari; come ha lasciato implicitamente intendere il Papa il 9 settembre manifestando la sua “rabbia sdegnata” contro i missili di Israele sul Qatar.

Appendice tecnica

Nel Veronese c’è sì il v. 29 ma senza la parola “capretto” (haedum) perché corrotto: «Numquam dedisti mihi… ut cum amicis meis aepularer» (una corruzione… ”benedetta” proprio nel punto giusto).

Commettevano errori pacchiani: ad es. nel Vercellese e Palatino di Trento in Lc 14,22 (nella grande cena) anziché adhuc locus est [c’è ancora posto] leggiamo: adhuc locutus est [ancora ha parlato (!)]. È ammissibile che i copisti spesso avessero una conoscenza superficiale del greco, ma è intollerabile che un copista trascriva meccanicamente in una regione italica del IV secolo senza conoscere il latino! Ha rimediato saggiamente il non-italico Corbeiense con ut locutus es “come hai detto”, cioè comandato.

Oltre a commettere errori, aggiungevano, spostavano senza andare tanto per il sottile, incuranti degli scompensi che si creavano. Nella versione matteana del grande banchetto (Mt 22,1-13) anche il lettore meno esperto si rende conto dell’anomalia di quello “beccato” senza l’abito nuziale, dopo che erano stata “raccattati” con forza per riempire la sala ai crocicchi delle strade, per le vie della città, lungo le siepi, cattivi e buoni (in Mt 22,10), ossia dei poveracci in buon parte mendicanti. Il fatto è che all’inizio della narrazione in 22,1 si dice che «Gesù riprese a parlar loro in parabole», ma poi ne segue una sola (il banchetto); quasi sicuramente in origine era seguita da quella delle 10 vergini-damigelle (in onore dello sposo), in un contesto perfettamente nuziale per cui ha senso trovare uno senza l’abito adeguato. Ma un glossatore, dato che le 10 vergini hanno un significato escatologico, non senza ragione l’ha spostata due/tre capitoli più avanti nella sezione escatologica (25,1ss) subito dopo quella del maggiordomo con lo stesso significato. Ma non si è preoccupato di colmare il baratro che si apriva con un passaggio redazione (o altro).

Anche nella parabola del fico in Lc 13 non bisogna allegorizzare, cioè ad es. chiedersi chi sia quel tal padrone che ha piantato il fico (Dio?) e il vignaiolo che intercede (Cristo?) ecc., ma solo l’idea della pazienza di Dio.