Vangelo della 4ª domenica di Quaresima (Luca 15,1-3.11-32)
È una delle parabole più lunghe, ben congegnata nella sua bellezza rivoluzionaria, splendida anche letterariamente nei suoi termini: per “uno degli abitanti di quella regione” Luca scrive politôn in 15,15 (genitivo plurale di “cittadini”) e per i “salariati” misthioi; oltre alla lettera agli Ebrei 8,11, politês (abitante, cittadino, la radice del nostro “politico/a”) è usato tre volte solo da Luca nel NT: qui, in 19,14 e in Atti 21,39. E pure “salariati” è usato solo qui due (o tre) volte in 15,17.19 (incerto nel 21).
Grande esultanza. Le parabole vogliono dare un’idea sola; tutto il resto è contorno per evidenziare il culmine, che qui è chiaramente esplicitato per ben due volte: «bisognava far festa perché questo mio figlio [o questo tuo fratello; ripetuto in 15,24.32] era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
L’idea centrale, la pointe di J. Dupont è la grande festa (vestito più bello, anello al dito, calzari ai piedi, vitello grasso) per il ritorno del prodigo nella casa paterna. È il Dio della grazia in tutto il suo fulgore. Si fa festa, senza penitenze e punizioni! Così invece ritiene il figlio minore che pensa di dover pagare addirittura deprivato dei diritti della figliolanza: «Non sono più degno di essere (chiamato) tuo figlio» (15,19.21).
La penitenza è pure “abbozzata” nel riferimento ai salariati, quando il figlio rientra in se stesso e pensa di cavarsela col «Trattami come uno dei tuoi servi», lavorando come un garzone. Per Gesù l’unica condizione (se proprio vogliamo chiamarla tale) ovviamente è quella di “ravvedersi”, pentirsi dei propri errori chiedendo perdono. Poi senza castighi si fa festa, a cui dovrebbero partecipare tutti, compresi i figli bravi con gioia e senza acredine.
Il narratore in 15,13 parla genericamente di vita dissoluta, mentre il fratello maggiore, arrabbiatissimo, dice che ha sperperato tutto [calcando pesantemente la mano] con le “prostitute” (15,30). Il termine pornê (prostituta)ricorre nei vangeli solo qui e in Matteo 21,31s ma in senso positivo: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno». Ricordiamo che ancora ai tempi di Gesù per la logica ebraica andare a prostitute non era considerato peccato; certo una cosa non dignitosa, se vogliamo disdicevole, ma non peccaminosa.
La seconda parte della parabola è incentrata sul “nervosismo” del figlio maggiore, mentre il prodigo esce di scena; ma il fratello maggiore non rappresenta per niente, come a volte è stato detto, i farisei, scribi, sacerdoti, pii (in senso negativo). Egli è invece il figlio bravo che è rimasto nella casa paterna: «Tu sei sempre con me» gli dice il padre in 15,31.
Ma questo è ingiusto! Tutto è funzionale a far comprendere il cuore della parabola, ossia che l’amore di Dio per i peccatori, la misericordia con festa [non un perdono strappato obtorto collo] non è un’ingiustizia per l’altro fratello, ossia per i discepoli, i fedeli, i “pii” (in senso positivo). Tutta la seconda parte della parabola deve rispondere a tale obiezione.
Essa è ben espressa con forza dal v. 30: «Hai ammazzato il vitello grasso per questo tuo figlio che ha divorato tutti i suoi averi con le prostitute».
Il 29a è passabile anche se presenta un padre autoritario-dispotico: «Io ti servo da tanti anni, e non ho mai trasgredito un tuo comando»; sembra quasi un garzone anche lui. Viene trasmessa un’immagine dura di Dio nei confronti dei discepoli più fedeli che stona col resto della parabola.
Ma il 29b è sciagurato: infatti una delle più classiche e comuni obiezioni alla parabola suona: ma perché il padre non gli ha mai dato qualche capretto? Non mai in greco è una sola parola: oudepote che ricorre solo qui nel vangelo di Luca due volte nell’ambito della stessa frase (un hapax sospetto). E prima per ben due volte (dal padre e dal servo: vv. 23 e 27) vien detto «il (ton) vitello quello (ton) grasso» [ingrassato; articolo e dimostrativo sono identici in greco, ma anche in italiano l’articolo viene dal dimostrativo latino ille, illa: quello]. Invece nel v. 30 abbiamo “il grasso vitello” (invertendo i termini, senza il dimostrativo), segno di un’altra mano soprattutto perché prima non si dice una volta sola “il vitello quello grasso” (nel qual caso la variante potrebbe essere casuale, ad libitum), bensì due volte, segno della prima mano originaria. Oltretutto nel 29b il capretto (caprino nel codice vaticano) è pasticciato: nel codice D leggiamo «un capretto “da capre”» [erifon ex aigôn; che scoperta! Ossia proveniente dalle capre, in pratica preso dal gregge]; una precisazione banalmente inutile e ridondante tipica dei glossatori di seconda mano.
Ma comunque il v. 30 evidenzia bene l’obiezione, anche se con durezza irata, mentre il redattore-glossatore che ha inserito il 29b ha rischiato di rovinare tutto, esagerando in maniera disgraziata; perché il lettore-ascoltatore (cioè miriadi di fedeli in 2000 anni) non può che reagire al capretto negato esclamando: ma questa è proprio un’ingiustizia indigeribile.
Alla contestazione (non solo del fratello maggiore, ma di parecchi nel corso dei secoli ai quali la parabola è andata spesso “di traverso”) risponde invece il padre con le belle parole in 15,31: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo», compresi i capretti: per mangiare festosamente un capretto con gli amici non doveva chiedere alcun permesso al Padre.
Il Padre è tenero con ambedue i figli, senza discriminazioni; non bisogna dimenticare che il suo cuore rimane aperto ad entrambi. Ciò non toglie che la festa per il prodigo costituisca la più antica apologetica per il Dio della grazia, in quanto la salvezza è gratuita, incondizionata: un elemento di Gesù spesso dimenticato poiché indigesto, in favore della reintroduzione ad opera delle chiese di condizioni o penitenze di varia natura.
Quindi tralasciando, meglio stralciando sicuramente il 29b, ed eventualmente ma opportunamente omettendo pure il 29a, tutto fila liscio nella grande e splendida rivoluzione del racconto; come nel discorso della montagna Dio è benevolo verso gli ingrati e malvagi: il prodigo è stato sicuramente un ingrato, ma “birichino” più che cattivo.
Chi sbaglia non deve pagare? Il messaggio è talmente sconvolgente che il vangelo (apocrifo) degli Ebrei ha cercato di ripristinare la logica tradizionale (demolita da Gesù) fondendo in pratica la parabola dei talenti (Mt 25,14-30 o delle mine in Lc 19,11-27) con quella del prodigo. Ci sono sempre i tre servi a cui viene affidata una somma di denaro: il primo la fa fruttificare; il secondo la nasconde [attenzione: in Mt e Lc è il terzo], e il terzo, esattamente come il prodigo, scialacqua tutto da dissoluto sperperandolo con le prostitute e le flautiste [sic; si presumono squillo-escort di alto bordo che sanno suonare nel clima musicale di baccanali dionisiaci]. Secondo la classica logica tradizionale il primo viene elogiato, il secondo aspramente redarguito per la sua accidia, solo il terzo condannato: i buoni vengono premiati e i cattivi puniti. Ma il vangelo parla un’altra lingua.
Il Dio della grazia non ha a che fare con le cosiddette “grazie” (ad es. le guarigioni più o meno miracolose, grossi e mortali pericoli scampati), che si presumeva provenissero dall’alto del cielo. Le chiese erano piene di ex-voto: cioè non un voto incondizionato come il celibato per i preti, bensì ex voto suscepto (un oggetto offerto “secondo la promessa fatta”), ossia un voto condizionato all’esaudimento della preghiera-richiesta di aiuto.
Sono felice delle dimissioni del Papa dal Gemelli, ma molto meno felice del fatto che, per rientrare dalla clinica a S. Marta (entrambe vicine nella zona di Roma ovest), abbia fatto un bel giro per andare a santa Maria maggiore (Roma est) a ringraziare la Madonna! Bergoglio ha inoltre riferito un fatto da lui conosciuto personalmente in Argentina, secondo cui un figlio sarebbe miracolosamente guarito nell’arco di una notte perché il padre aveva pregato intensamente durante quell’intera medesima notte. Perché lui solo guarito nella miriade di altri malati con analoghe patologie? Di fronte a tale discriminazione come la prenderebbero i non-guariti con le rispettive famiglie, che forse anch’esse hanno pregato intensamente per il loro congiunto? Questa sì che sarebbe un’ingiustizia, non la festa per il prodigo.






