Registro di classe 2023-24 / 1ª puntata
Riprende oggi con questa prima puntata il Registro di classe che era rimasto interrotto, dedicato all’anno scolastico 2023_2024.
1° settembre
La nuova sala docenti. La novità di quest’anno è la sala prof. Io ne avevo avuto una piccola anteprima gli ultimi giorni d’agosto, quando ero passato da scuola, ma con l’inizio dell’anno la sala viene ufficialmente inaugurata, per così dire. È spoglia per ora, mancano gli armadietti (per quanto dovremo aspettare?). A dire il vero non è una sala… ma tre sale: una con i computer (una dozzina forse, per 180 insegnanti: sempre troppo pochi) e due fotocopiatrici, una esclusivamente per il ricevimento parenti, allestita con isole, e una stanza più piccola per fare da deposito dei libri che ci danno in saggio. Tutto è stato tinteggiato di giallo: i corridoi e le aule. La dislocazione è al centro dei tre edifici che costituiscono la scuola. Non si tratta solo di restyling (che pure ci voleva), ma di una specie di atto “politico”: bisognava eliminare le sale docenti delle due scuole precedenti che sono state fuse, e costruire uno spazio nuovo, equidistante tra gli edifici estremi delle due ex scuole, dove invece si trovavano le vecchie sale prof, per fare in modo che i docenti di tutte le sezioni si trovino insieme, con ciò che questo comporta. Quante volte un docente che insegna in una delle due ex scuole ‒ prima di questa fusione delle sale docenti ‒ è dovuto andare nella sala docenti dell’altra ex scuola? Può anche darsi mai. Oltretutto ci andavano alcuni minuti per arrivarci. Le due scuole fuse continuavano a mantenere le loro sale docenti separate. Dalla fusione delle scuole alla fusione delle sale docenti sono passati 7 anni! Ma una sola scuola può avere due sale distinte? Secondo me, no. Certo, non avverrà nessun miracolo, ma almeno guardandoci in faccia riconoscerò qualche collega in più che non insegna nelle sezioni in cui insegno io. Questo non potrà che fare bene alla scuola. Ma c’è un problema: i bagni per i docenti sono rimasti nell’altro edificio, vicino alla vecchia sala docenti, anche se ne stanno allestendo di nuovi, in un corridoio parallelo, non vicinissimo. Aspetteremo.
10 settembre
Quasi un’aggressione. La scuola inizia male. Il genitore di una allieva bocciata adesso, nel recupero del debito, chiede di vedere i professori delle materie che doveva recuperare a settembre. Concordiamo di riceverlo insieme, io come coordinatore: sembra aggressivo, è bene fare fronte comune. Il collega di matematica ha meno di 30 anni, ma è molto deciso: sa fare bene il suo lavoro. Alla collega di scienze non manca l’esperienza. Eppure sembra che non basti mai, in certi casi. Il padre si presenta in modo aggressivo: noi non dovevamo bocciarla! La figlia ha studiato tutta l’estate e non meritava questa punizione – dice lui. Nessuno contesta il mancato studio, a dire il vero. Il problema è che l’esito non è stato sufficiente in nessuna delle due materie e dunque l’allieva non poteva che essere bocciata. Non ci sono stati molti dubbi. Il padre insiste: dice che l’abbiamo illusa, che ci siamo presi gioco di lei, che il professore di matematica non ha corretto bene la verifica… Io faccio da spettatore perché nel merito non ho nulla da dire, ma osservo che la discussione sta diventando poco sensata. Il collega di matematica si spazientisce e apre il suo pc facendogli vedere i punteggi parziali della verifica di recupero e dando ragione in modo analitico della valutazione. Niente da fare: il padre sostiene che tanto valeva bocciarla a giugno e pretende di saperla più lunga. A volte sembra quasi che spinga il banco verso di noi, che faccia pressione. Interviene la collega di scienze con una battuta: «Ma lei, che pensa di sapere tutto, che studi ha fatto?». Il padre in questione è rumeno, e la battuta suona subito male. C’è il rischio a questo punto di passare dalla parte del torto: infatti il padre inchioda la collega a questa infelice frase, dandole della razzista. Certo, è difficile mantenere la calma in questo tipo di situazioni. Tira e molla, alla fine il padre se ne va: «Tanto vedo che non si può più fare nulla» (come se bocciature e ammissioni fossero oggetto di trattative…). Spiace quando capitano queste scene: si capisce anche il dispiacere della famiglia, ma non il tono. Del resto, il padre nel corso dell’anno non si era mai fatto vedere. Ha aspettato la bocciatura per venirci a dire che non sappiamo fare il nostro mestiere! A dirla tutta, il padre non ha tutti i torti: a volte un Consiglio di classe intuisce (anche se può sbagliare) che l’allieva/o non ce la farà a settembre, e sarebbe meglio per lei/lui passare un’estate serena e poi ricominciare seriamente. Ma vuole dare un’ultima possibilità, e in certi casi addirittura neutralizza la terza insufficienza, la meno grave, proprio per far concentrare l’allievo su due materie. Se bocci a giugno, sei cattivo; se bocci a settembre, sei cattivo: esiste una soluzione “giusta”?
2 ottobre
Tu sei speciale. «E siamo a 25. Tu che sei speciale… Tu che sei solare… Tu che sai amare… Tu che sai sognare… Tu… Semplicemente tu. Perché i tuoi prossimi 25 siano sempre speciali per te. Auguri, amore infinito. Grazie d’esistere». Chi scrive questo messaggio su istagram a un mio exallievo è la sua Mamma (seguono tre cuoricini). Sono forse solo io a trovare quasi morboso questo attaccamento delle mamme ai loro pargoli in età non più infantile? Sì, il rapporto è molto cambiato in questi decenni: a una sommaria inchiesta, nessuno dei miei coetanei mi risulta abbia mai ricevuto dediche del genere dalla madre, e questo non significa che non ci fosse un buon rapporto, magari anche intenso. Cosa importa a me insegnante di un fatto privato come questo? Che forse la scuola (e poi il lavoro) rimane l’unico ambiente in cui la persona non viene trattata anzitutto col filtro dei sentimenti, e perciò una considerazione anche severa o almeno seria da parte dell’insegnante può facilmente essere scambiata come una mancanza di comprensione degli allievi. Magari mi sto sbagliando. Certo che un bel 3 per un compito mal fatto è un modo diverso di esprimere l’idea che «tu sei speciale»… Per questo si sente spesso dire che i ragazzi sono stressati, a scuola? Che allenamento hanno a un approccio meno affettivo (e affettuoso) alla realtà?
28 ottobre
Delusione. Alla fine a vedere La Bohème di sera sono venuti solo la metà degli allievi di quinta: 10 su 20. Sono deluso. Ho fatto carte false per poter portare la classe a vedere questo spettacolo al Teatro Regio: quanti miei colleghi avrebbero voluto portare le loro classi? Ho visto classi di bambini delle elementari contenti: forse sarebbe stato più facile convincere dei bambini! Non credo che sia il costo dello spettacolo ad averli dissuasi: un biglietto a 20 euro… c’è da leccarsi le labbra. Per convincerli gli mostro i prezzi “normali” (non quelli per le scuole): il biglietto più economico costa 65 euro. Che sia allora la difficoltà dell’opera lirica? Ci siamo preparati sull’opera: 10 giorni prima siamo andati a teatro in orario scolastico e la musicologa del Regio è stata bravissima, come sempre (non è la prima volta che faccio questo tipo di attività), e ci ha raccontato l’opera, ci ha fatto ascoltare i passaggi salienti, l’ha contestualizzata nella storia e nella letteratura, e nella produzione di Puccini. E poi è un’opera famosa, di grande presa! Eppure il mio entusiasmo ha dovuto scontrarsi con la realtà. Ho anche fatto brutta figura con l’organizzazione del teatro, perché ho dovuto allargare gli inviti ad altre persone (non potevo sprecare questa opportunità). Ma mentre di mattina gli allievi sono obbligati a svolgere le attività proposte (e perciò hanno seguito la lezione in teatro), e quindi sono culturalmente recettivi, di sera non li ho potuti obbligare. E dire che con questa classe fin dalla terza ho proposto con successo altri spettacoli, anche di sera. Niente, si è rotto qualcosa, forse. Peccato per loro, peccato per me, un’occasione mancata. Anche se non per tutti. Qualcuno, forse, ricorderà. Non tutte le ciambelle vengono col buco.
30 ottobre
Voto unico. Dobbiamo assegnare il credito a un allievo proveniente da una scuola paritaria del sud. Sono un po’ prevenuto, lo ammetto. Quando vado in segreteria per prendere in mano i documenti della scuola di provenienza, mi colpisce che l’unico voto indicato per tutte le materie, tranne la condotta, sia 8. È come se in quella scuola non avessero neanche fatto lo sforzo di assortire le valutazioni: 8 per ogni materia, e tanto basti. A volte bastano dati esterni come questo per misurare la serietà di una scuola. L’allievo fatica all’inizio a “ingranare”, in particolare in inglese, in cui ‒ secondo il collega ‒ non spiccica parola. Ma la madre al primo colloquio, oltre a elogiare le qualità della scuola paritaria in cui il figlio ha frequentato la quarta, mi ha detto che era talmente bravo che dava “ripetizioni” ai suoi compagni di classe. Verrebbe spontaneo mettermi a ridere, ma naturalmente mi sono trattenuto. Comunque l’allievo, al di là dei voti, sembra sveglio, speriamo che ce la metta tutta. Gioca in una squadra di football americano, ed è ambizioso. Nessuna differenziazione. Oltre a lui, è arrivato anche un altro allievo, molto più riservato. A volte lo forzo durante l’intervallo a uscire, ma non c’è verso, bisogna cavargli le parole dalla bocca. Non sarà facile.
12 novembre
Tutte storte. Giovanni insegna filosofia, ma è una delle persone più versate in molti altri campi che io conosca. Anzitutto l’informatica: sa programmare, sa i trucchi che possono servire, usa internet in modo smaliziato, sa usare molti programmi. La filosofia c’entra e non c’entra. Sono competenze che ha acquisito per conto suo. Ma si diverte anche a restaurare violini e mandolini: li compra in rete e poi trova i pezzi di legno necessari per ripararli, i pezzi di ricambio ecc. A casa deve avere una specie di officina con attrezzi di ogni genere. E poi sa fare tante altre cose…
Quando finalmente ci consegnano il nuovo bagno (ci sono andati alcuni anni per finirlo), possiamo usarlo senza dover attraversare tutta la scuola, perché hanno riservato una delle turche «ad uso dei docenti». Ma nel bagno qualcosa non funziona. Ad esempio se ti lavi le mani l’acqua viene per 2 o 3 minuti: è necessario? Pare che i tecnici abbiano risposto di sì: è così. E poi, mentre utilizzi la turca osservi che non c’è una piastrella messa dritta. La turca ha un bordo profondo in cui, dopo aver tirato l’acqua, rimane l’urina senza andare via, perché è stata posizionata in modo maldestro. Viene da chiedere come sono assegnati i lavori. Credo col solito criterio del massimo ribasso: vince chi si fa pagare meno. Che poi facciano un buon lavoro, importa meno. Il mio collega tuttofare, che ovviamente sa anche piastrellare, commenta sconsolato: «Se le avessi messe io, le avrei messe meglio…».
5 novembre
Giocare alla guerra. In occasione del 2 novembre rivedo quasi sempre i miei cugini. Uno di loro ha un figlio, Giorgio. che fa prima liceo, l’età dei miei allievi. In un momento conviviale mi fa vedere orgoglioso le sue foto mentre gioca a soft air: un “gioco” in cui ci si veste da militari e si sparano e ricevono colpi ad aria compressa (di qui il nome) che al massimo ammaccano (se sei protetto, con tanto di maschera di ferro sugli occhi). Mi racconta dei lividi che gli hanno procurato i suoi amici, e dei nuovi vestiti che il padre, mio cugino, gli ha comprato. Mi spiega le epiche azioni compiute: è una attività che lo attrae molto. Purtroppo trova in me un ascoltatore scettico. Non c’è giorno che in tv non sentiamo parlare di guerra: non simulata, ma vera. Questo sport non mi entusiasma per niente, anche se so che va per la maggiore. Provo a mettergli qualche dubbio, ma vedo che fatica a capire: per lui l’aspetto ludico prevale su quello realistico, e tra gli aspetti positivi del “gioco” accampa anche il contatto diretto con la natura, dato che il soft air si deve svolgere in un ambiente aperto, possibilmente non frequentato. Ma forse sono io ipersensibile? Lo racconto a un amico che ha una certa età. Mi risponde che anche lui, da bambino, giocava coi fratelli a nascondersi e a simulare la guerra. Gli obietto che secondo me le cose stanno in modo diverso: qui ‒ a osservare le foto ‒ la simulazione è volutamente iperrealista. Mi chiedo: questa acquiescenza alla guerra, molto diversa dal menare i bastoni di 70 anni fa, non è forse parte di quella naturalizzazione della guerra (in fondo: ammazzarsi in guerra è normale, no? si è sempre fatto) in cui tristemente siamo immersi? Alcuni dei morti in Ucraina e a Gaza (ma non solo) hanno l’età di Giorgio.
28 novembre
Sgamare stanca. Doveva capitare, prima o poi. Però quando càpita poi ci stai male. A inizio novembre assegno come prova scritta l’analisi di una poesia di Montale, L’arca (da La bufera). Sara, allieva con Dsa, usa il pc per scrivere il tema Sono molto lento a correggere. Ma a un certo punto viene il tempo di correggere i temi: di solito lo faccio nel fine settimana, quando sono più tranquillo. Il tema di Sara è scritto in modo molto fluido, è un buon tema. Conosco bene la scrittura di Sara e non ci metto molto a capire che non può essere stato scritto da lei. Ma da dove avrà preso ispirazione – o volgarmente: da dove ha copiato? La mia logica è rimasta ferma al vecchio antiplagio che segnala i siti da cui certe stringhe di testo sono state copiate. Perdo parecchio tempo a cercare indizi, eppure non c’è neanche una stinga copiata. Ma che non sia scritto da Sara è certo. Gradualmente si affaccia l’ipotesi corretta: ha usato chat Gpt, ecco perché con l’antiplagio non risulta niente! Chat Gpt è stato reso disponibile nella versione gratuita da novembre 22, se ne parla da mesi, e ho già anche fatto alcuni esperimenti, ma non avevo fatto 2 + 2: non avevo pensato che il modo più ovvio di usare chat Gpt a scuola è per creare un testo e passarlo come tuo! Quanto sono ingenuo.
Ma come farò a dimostrare che è “copiato” da chat Gpt?! Vado alla ricerca di informazioni in rete: dire che è “copiato” non ha senso, dato che Gpt crea testi sempre “nuovi” per ogni utente e per ogni richiesta (prompt). «Lasciagliela passare liscia» ‒ mi suggerisce un amico collega. Neanche per sogno. E quindi? Pensa che ti ripensa… devo darle una lezione esemplare, se no di qui in avanti a chi non viene voglia di provare? L’unica è imitare l’inquisizione: fare confessare l’eretico. Creare un contesto in cui il responsabile si autoaccusi o ceda all’accusa. Ma come? Quando consegnerò la verifica, la farò alzare in piedi, le farò rifare davanti a tutti la parafrasi/commento e poi cercherò di inchiodarla alla sua incapacità di articolare un commento sensato, senza però offenderla. Il risultato non è garantito e il tutto, se va bene, mi farà perdere un’ora di lezione! Purtroppo devo spostare tante volte il redde rationem: a volte perché mi dimentico i temi a casa, a volte perché Sara è assente (e quelle volte ovviamente io ho i temi!). Ma arriva il giorno: come previsto la faccio alzare e le faccio fare la parafrasi/commento. Si arrabatta, non sembra capire il testo, io cerco di non aiutarla, di non suggerire come tendo invece sempre a fare. Lei sta per cedere, ma non cede. A salvarmi è una magnolia. Montale nella poesia dice che «li protegge in fondo la magnolia». Da quanto dice riesco a capire che lei non si rende conto di cosa sia una magnolia. Ma nella sua parafrasi ha scritto: «La menzione della magnolia come elemento di protezione sottolinea la fragilità della vita e delle relazioni umane. La magnolia è un simbolo di bellezza e delicatezza, ma può essere facilmente sconvolta da un soffio. Questo richiama l’idea che le cose preziose possono essere vulnerabili e che dovrebbero essere preservate e protette». Le obietto che nel suo tema lei ha parafrasato bene questo passaggio, come mai ora è così confusa? Provo con la domanda diretta: «Che cos’è una magnolia?». Risposta: «Un animale». Non occorre aggiungere molto. Le prometto che la sanzione sarà pesante. «Quanto?» «Due». Alla fine, come già altre volte che ho individuato una scorrettezza, avverto un senso di repulsa e allo stesso tempo di stanchezza: sgamare stanca (e infastidisce per le energie utilizzate per dimostrare la verità, che potrebbe essere meglio usate per altri fini).
Racconto il fatto a un collega, che mi guarda meravigliato: «Che cos’è chat Gpt?». Va bene non seguire le mode, non diventare schiavi dalla tecnologia, ma quando la scuola è così distante dalla realtà che le sta intorno forse c’è qualcosa che non funziona.






