Nel domenicale del Sole 24 ore dell’11 maggio 25, in terza pagina ricorre l’articolo Il nuovo papa davanti al mondo in cui il card. Gianfranco Ravasi scrive: «Lo sguardo del papa e della Chiesa deve fissarsi con attenzione sulla trama di meraviglie ma anche di rischi connessi alla scienza: dal fondo cosmico primordiale fino all’elica del Dna, dalle neuroscienze alla sorprendente intelligenza Artificiale».
Interpreto i primi due come “meraviglie”, e le neuroscienze e l’IA come rischi; vorrei qui toccare la problematica neurologica, in particolare la relazione mente-cervello che sembra pericolosa per la fede tradizionale perché mette grossi dubbi sulla concezione classica di un’anima spirituale umana distinta dal corpo; più precisamente il rapporto della coscienza con la neo-corteccia a sei strati finemente articolati. Abbiamo almeno due visioni alternative, che chiameremo opzione A e B.
Opzione A (distinzione). Sin dai tempi della filosofia greca (i tre libri del De anima di Aristotele) lo spirito-coscienza umana è un’entità distinta dal corpo. In tempi più recenti e moderni la questione si può anche porre nei termini seguenti: certo per avere una mente ci vuole un cervello neo-corticale, ma la mente (software?) è distinta dal cervello anche se ne ha bisogno come supporto (hardware?).
La necessità del cibo non sottende solo l’assorbimento, il flusso e l’evacuazione, bensì una realtà ontologica più profonda. Lo scambio di materia con l’ambiente non è l’attività periferica di un nucleo persistente sempre uguale a se stesso; la “stessità” non è fissa, ma fluida. Colui che ne ha colto la natura radicale con le sue profonde riflessioni filosofiche non solo sul darwinismo, ma soprattutto sul metabolismo suddetto e le caratteristiche più proprie della vita organica, è stato Hans Jonas (Organismo e libertà, Verso una biologia filosofica, Einaudi 1999, pp. 10-12, 52-80; sugli aspetti filosofici del darwinismo pp. 107-112). L’analogia infatti con l’afflusso e deflusso delle macchine è fuorviante: in un motore abbiamo sì afflusso di carburante e deflusso dei prodotti di combustione, ma le parti rimangono sempre le stesse, ad eccezione degli eventuali ricambi; essi però avvengono fermando il ciclo di lavoro, mentre il nostro organismo, pur sostituendo tutti i propri “pezzi” in continuazione, non si può permettere di “fermare” le proprie attività e funzioni. È come cambiare quasi tutte le parti di un aereo mentre è in volo! Eppure, pur mutando di continuo tutti i nostri “agglomerati” (molecole, organi ecc.), non diventiamo “degli altri”; il che costituisce una stoccata quasi mortale per il riduzionismo, secondo cui tutto si riduce a particelle molecolari.
«La vita distingue la propria identità da quella della sua temporanea materia [che varia incessantemente; sostituiamo tutte le nostre cellule e tessuti mediamente nel giro di circa un trimestre, costruendo miriadi di proteine al secondo: la mia mano e il mio cuore di oggi non sono materialmente quelli di un paio di mesi fa]; l’organismo non è mai materialmente lo stesso e tuttavia, in quanto sé identico, persiste proprio grazie al fatto di non continuare ad essere la medesima materia (se arrivasse la coincidenza, esso avrebbe smesso di vivere)» (p. 107).
Con ciò la differenza tra materia e forma, che nel mondo inanimato è una pura astrazione (la forma di una roccia aderisce indissolubilmente alla materia che non muta; la materialità è comunque l’elemento sostanziale), si mostra come reale. La configurazione organica si presenta tuttavia col totale ribaltamento del rapporto ontologico, «per cui la forma diviene l’essenza e la materia un accidente. L’elemento materiale cessa di essere la sostanza (che ovviamente persiste nel suo livello fisico), risolvendosi in mero substrato. La vita è stacco, distacco, elevazione, uscita, tramite l’emancipazione della forma per mezzo del metabolismo, dall’identità immediata con la materia, di cui permane tuttavia bisognosa. La “stessità” è costante auto-rinnovamento mediante processo» (p. 111s).
Se la vita (anche degli animali) è già un primo stacco, con la mente abbiamo un secondo più incisivo distacco dal materialismo e meccanicismo; nulla vieta che, dopo la morte, avvenga un terza separazione più decisiva e definitiva dello spirito-coscienza-anima dal cervello e dal corpo; si apre una via per concepire la vita ultraterrena come fuori-uscita totale dell’intera informazione-memoria-affettività vitale dalla materia corporea.
Opzione B (coincidenza). Mente e cervello neo-corticale coincidono nel senso dell’identificazione. È comprensibile che si sia arrivati a ciò con le scoperte e l’analisi approfondita della neo-corteccia coi suoi grandi lobi: il lobo frontale coinvolto (o sede?) nel pensiero, nella progettazione e nelle emozioni; il lobo parietale per le funzioni logico-matematiche; quello temporale per la memoria e il linguaggio (area di Broca e di Wernicke) ecc. È quasi inerziale passare dal coinvolgimento ad una sede vera e propria; ossia la mente non è trans-fisica e immateriale situata in un’anima intesa normalmente come spirituale. Quindi non si dà la mente-spirito separato dalla materia; in pratica l’anima tradizionale non esiste.
In questo caso, pur emergendo nella vita storica dal cervello (neocorteccia, emisferi, reti neurali…) la coscienza (che possiamo anche chiamare anima/o), è quasi impossibile pensare che, quando il cervello muore, il presunto elemento spirituale possa sopravvivere al decesso dell’individuo. Se vale quest’opzione B, tutta l’escatologia classica cristiana rischia di naufragare; e non tanto per le immagini più o meno mitiche del paradiso celestiale dantesco. Non sembrano darsi le realtà che proclamiamo nel credo: la vita eterna e la comunione dei santi (e pure la resurrezione della carne).
Uno degli scienziati che più si è opposto a B a favore di A, è stato Kurt Gödel, un maestro di logica (anche simbolica) della statura di Aristotele, famoso per il teorema di incompletezza e le funzioni ricorsive [che hanno fornito ad Alan Turing gli strumenti informatici per l’invenzione del computer], nonché esperto in tutti gli ambiti della matematica, formale (teoria degli insiemi) e classica: ad es. le sue soluzioni delle equazioni della relatività generale di Einstein per un universo rotante e in espansione.
In un approccio olistico tra scienza e filosofia si è cimentato per 30 anni su una dimostrazione logico-matematica dell’esistenza di Dio [a più riprese, tenendola (nascosta) nel cassetto]. Einstein e Gödel erano soliti tornare a casa insieme a piedi dall’università di Princeton (Usa) dove insegnavano; passeggiate davvero simboliche, perché entrambi possono essere affiancati quali figure preminenti del XX secolo sia per l’importanza scientifica sia per il fascino che emana dai loro risultati. (Cfr. per quanto segue, Gabriele Lolli, Sotto il segno di Gödel, il Mulino 2007).
Una mente trans-finita e trans-fisica. La mente nelle sue manifestazioni non è statica, ma in continuo sviluppo (p. 32s): cioè comprendiamo termini astratti con sempre maggior precisione man mano che ne facciamo uso, e un sempre maggior numero di termini astratti entrano nella sfera della nostra comprensione che si amplifica a dismisura illimitata. Secondo Gödel le operazioni della mente umana non possono essere ridotte alle operazioni del cervello, che sotto ogni apparenza è una macchina finita con un numero delimitato di parti, i neuroni e le loro connessioni.
La mente inoltre si modifica. Certo si modificano anche le connessioni neurali; i neuroni sono sì plastici e possono imparare, ma il loro numero è finito. Quindi non esistono neuroni a sufficienza per eseguire tutte le operazioni osservabili della mente che secondo Gödel tendono all’infinito, escludendo perciò la possibilità di una base puramente biologica dei processi mentali (p. 110s).
Il cervello è sì un sofisticato apparato biologico [anzi l’organo di gran lunga più complesso di tutto l’universo conosciuto], ma collegato a uno spirito immateriale, a una mente che è trans-finita, quindi anche trans-fisica; perciò, in quanto non meccanica, la mente è irriducibile al cervello che invece funziona essenzialmente come una macchina (di Turing, cervelli elettronici, computer) comportandosi in modo algoritmico. Ipotizzando una mente “spirituale”, si esclude una spiegazione puramente materialista dei processi psichici e nervosi. La coscienza non è algoritmica; «l’affermazione che il nostro ego consista di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite» (p. 151).







Grazie per il bell’articolo che mette in evidenza un argomento che tocca ciascuno di noi nella propria individualità, ma che temo non potrà mai avere una soluzione certa.
Perché?
Per il fatto che se l’”anima” esiste come entità autonoma rispetto ad un “corpo” fatto di atomi, non è comunque accessibile a nessun esperimento che ne “certifichi” l’esistenza una volta che il nostro corpo sia tornato polvere. E sfido chiunque a portare prove di contatti con le anime dell’aldilà.
I contatti nei sogni non possono valere come prove!
Vorrei aggiungere una riflessione sull’anima.
La dottrina della chiesa cattolica la presenta come una “verità”, e così la vita eterna, il paradiso, etc., oltre alla risurrezione della carne.
Bene, accettiamo la “verità” dell’esistenza dell’anima, una entità singola legata ad ognuno dei singoli corpi.
La dottrina della chiesa accetta ormai anche la teoria dell’evoluzione: e come potrebbe confutarla di fronte agli studi, alle evidenze, della paleoantropologia?
La dottrina della chiesa non può confutare l’evidenza che il nostro DNA è legato a quello di TUTTI gli esseri viventi, dagli archeobatteri, alle piante, a tutti gli animali.
Ed allora? Se l’uomo ha un’anima anche TUTTI gli altri esseri viventi la possiedono, il tuo amico gatto o cane di casa, per esempio.
A meno che non si creda (creazionismo) che Dio ad un certo momento abbia deciso di insufflare un’anima nei bambini di una certa tribù: bambini con un’anima, suoi genitori senza. (Ridicolo).
Quanto poi alla risurrezione della carne lasciamola come credenza ai tempi in cui non si sapeva che siamo fatti di atomi o meglio, se volete, di quark ed elettroni.
Molto interessato al parere di tutti.
Vanni
Caro Vanni,
grazie del tuo interessamento per il mio articolo su “mente e cervello”. Condivido in pieno tutto quello che hai scritto, in particolare le tue considerazioni sull’evoluzione. Nel creazionismo non si spiega perché ad es. Dio avrebbe dovuto creare miriadi di specie di insetti, o produrre la neo-corteccia solo nei mammiferi.
Sempre nel creazionismo Dio ha creato direttamente l’anima della prima coppia umana; poi le strade si sono divise con feroci discussioni (Tertulliano, Agostino, Tommaso) che segnalano il vicolo cieco in cui si erano cacciati: Dio crea direttamente l’anima di tutti (sin dal concepimento) oppure essa proviene dai genitori (cosiddetto traducianismo), che Pio XII ha voluto condannare come eresia nel 1950 con l’enciclica Humani generis (veramente erano altri tempi l’anno in cui sono nato).
Quanto alla resurrezione, essa richiederebbe un lungo discorso [che dovrebbe affrontare tutti i problemi (anche esegetici) relativi a quella di Cristo] non fattibile in queste brevi note.
Anch’io ho usato in passato la tua bella e vera conclusione: in ultima analisi siamo fatti di quark (su e giù) e di elettroni; che da queste particelle sub-atomiche emerga la mente umana, è sicuramente una assoluta meraviglia della natura: perché il nostro cervello è indubbiamente l’organo infinitamente più complesso di tutto l’universo (per ora) conosciuto!
Pedrazzoli Mauro
caro Mauro,
ma quale sarebbe “la prima coppia umana”? Non esiste, accettata l’evoluzione!
Allora tutti noi esseri viventi avremmo un’anima, e siamo degli assassini ogni volta che mangiamo una bistecca!
Qui non vedo possibilità di sfumature, o è un sì o è un no, e mi piacerebbe conoscere la posizione della Chiesa!
Il problema è gigantesco perché tutta la struttura, l’essenza della Chiesa è basata sul fatto che esista un’anima eterna, che esista un ALDILÀ………..
Senza anima…. una impostura.
Ma il messaggio del Cristo rimane comunque un meraviglioso messaggio UMANO, che ci salva fratello verso fratello.
Un abbraccio, umano.
La posizione della chiesa oggi non è chiara (se non un’accettazione generica dell’evoluzione); ufficialmente vale ancora l’enciclica Humani generis di Pio XII del 1950, che ha aperto la strada all’evoluzione, ma l’ha chiusa in maniera contraddittoria per il poligenismo (la teoria moderna dell’evoluzione è poligenista), riaffermando un rigido monogenismo per salvare la dottrina del peccato originale che deve trasmettersi a partire da una sola coppia umana (monogenismo), un peccato che invece non si può universalmente diffondere nel poligenismo: come è avvenuto in realtà nel tempo profondo con più coppie umane, più ominidi in un’evoluzione non lineare ma a cespuglio con eventuali ibridazioni reciproche. Sono esistite almeno 7 specie da considerarsi umane.
Riducendo le centinaia di migliaia di anni alla scala dei nostri rapporti familiari abbiamo il seguente schema:
Homo ergaster (nostro Bisnonno)
Ergaster evoluto (fratello più anziano del nostro nonno)
Homo antecessor (nostro nonno)
Homo erectus (pro-zio molto più vecchio di noi)
Homo floresiensis
Homo di Denisova
Homo heidelbergensis (nostro padre)
Homo neanderthalensis
(nostro fratello maggiore)
Homo sapiens