Pubblichiamo questo intervento, frutto della discussione in redazione, pubblicato su «La Voce e il Tempo» del 26 ottobre come Lettera al Direttore con il titolo redazionale «Non basterà accorpare le parrocchie».
Le chiese si svuotano, dicono. E i preti sono sempre di meno, e più anziani. La diocesi di Torino punta ad accorpare le parrocchie, con un certo scontento dei fedeli e dei preti (vedi Adista Notizie, 11 ottobre, pp. 12-13, e Repubblica, ed. torinese, 28 settembre). Parrocchia vuol dire, in greco, «vicino a casa»: se diventa da andare a cercare, come gli ambulatori medici, o gli uffici amministrativi, la partecipazione, specialmente per gli anziani, diventa più difficile.
Inoltre: già la chiesa sembra, per molti, un servizio pubblico anonimo: in una parrocchia che accorpa più parrocchie l’Eucaristia domenicale rischia di essere sempre più una riunione di sconosciuti ed estranei, come il cinema, invece di essere un’esperienza di fraternità nella preghiera e nell’impegno, che è lo scopo dell’ascoltare insieme il vangelo per viverlo, con aiuto reciproco. E i pochi preti dovranno correre da una chiesa all’altra, senza il tempo di conoscere i presenti e partecipare a quel tentativo essenziale, primario, di essere una realtà di fraternità e impegno, cioè di vangelo vissuto.
Si potrebbe pensare a incontri domenicali, nelle parrocchie attuali, in cui, quando non è possibile l’Eucaristia, si fa una liturgia della Parola, partecipata da tutti, guidata da diaconi o da laici e laiche incaricati ed educati a questo servizio, che è veramente di fede e di preghiera. Gesù ha promesso di essere presente «dove due o tre si riuniscono nel suo nome» (Matteo 18,20). L’Eucaristia sarebbe attesa come un atto di grazia e di gratitudine, non un obbligo e un’abitudine. Così è per tanti cristiani nel mondo e nella storia. Ci chiediamo se conta di più la quantità o la qualità spirituale.
Secondo alcuni cristiani, merita riflettere in questo ordine di idee. Senza dire che a Torino, tra le chiese cristiane, vive una tradizione ecumenica piccola ma bella, da circa venti anni, di «ospitalità eucaristica»: una delle chiese riceve cristiani delle altre chiese per vivere insieme la parola di Gesù: «Fate questo in memoria di me».






