Riprende oggi, dopo l’interruzione estiva, la rubrica mensile di poesia scritta da Maria Nisii. A cadenza mensile, pressapoco intorno al 20 del mese, troverete un nuovo testo.
Non piangere, Harun, in questa notte d’agosto
quando le stelle cadono e la loro luce si dissolve
nel buio come la sabbia nel sonno:
se fossero sempre fisse e immutabili ti sarebbero estranee,
e il loro splendore immobile offenderebbe la tua carne.
Immagina che scendano per una compassione celeste,
incarnazione d’astri che si disfanno in polvere,
molecole di luce che si compenetrano al buio,
ricorda la storia del beduino Habib che si innamorò di una lucciola
e visse ogni istante della sua luce guardandola,
e disperò vedendola morire in una notte.
Ma dopo anni di pianto nel gelo del deserto
una notte all’improvviso lui la rivide
risplendere alta in una stella fissa:
la lucciola, l’errante, la luce fenomenica,
tornava dal cielo al beduino analfabeta.
Né tu, sultano, né il povero beduino,
avete pianto per una stella o una lucciola,
ma per la sola cosa per cui piange un uomo,
una donna: lì fu il dolore di luce persa,
premonizione astrale del tempo spegnente,
l’estinzione già inclusa nella ferita del miracolo,
e la distanza dal cielo, la morte.
Impara dal beduino, amala come si ama una lucciola,
donati a ogni suo istante di sopravvivenza,
e quando lei ti parrà persa nella notte
tu nei suoi occhi scoprirai di colpo
la luce alta delle stelle fisse,
e in lei che parve dissolversi in una notte di agosto
l’affinità mortale con te che la supplichi.
(Roberto Mussapi, da La polvere e il fuoco)
Anche se comincia a fare fresco, torniamo con l’immaginazione (o il ricordo) alle sere d’estate, alle notti agostane e alla potenza suggestiva che le stelle hanno sempre saputo suscitare in tutti noi. E persino in Kant: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». Il cielo stellato, appunto.
Nella convinzione popolare che gli astri abbiano un qualche potere di condizionare le nostre sorti, l’astrologia rivela paure e speranze che si condensano in quelli che per la gran parte di noi non sono niente di più di lontanissimi punti luminosi. Eppure l’interesse per il cielo e la sua osservazione è all’origine di tanto del nostro mondo, a partire dal modello eliocentrico. Ed è sempre perché osserviamo il cielo, che possiamo misurare il tempo. E che un tempo potevamo navigare orientandoci sulla posizione delle stelle.
Niente di strano allora che nella Bibbia la loro presenza sia un «segno» eloquente: dalla cometa che guida i magi alla stella radiosa del mattino, con cui si presenta il Cristo di Apocalisse (22,16). Nella seconda lettera di Pietro la «stella del mattino» è segno della fede, associata alla lampada che brilla nell’oscurità (1,19), mentre la «stella Assenzio» è uno dei flagelli del settenario delle trombe, che si abbattono sulla terra provocando effetti terrificanti e mortiferi (Ap 8,10-11).
Una simbologia ricca, adatta alla cristologia, la quale oltre che narrativa è necessariamente poetica. Ma l’idea che le stelle siano poetiche per «natura» ci farebbe storcere il naso e chiudere in fretta la lettura (della poesia e del suo commento), perché stereotipi come questi sono oltremodo fastidiosi e disturbanti (ma se pensiamo così, siamo affetti da Alzheimer poetico perché ci siamo dimenticati che con le stelle si chiudono le tre cantiche della Commedia dantesca!). Superiamo allora questa insana ritrosia e diamo un po’ di credito a Roberto Mussapi, che sul tema ha detto la sua:
«La nostra età segna il ritorno all’avventura galileiana nel cielo stellato (prefigurata dalle macchine volanti di Leonardo e dall’ascesa alla luna ariostesca, varianti italiche di una vocazione siderale), e all’avventura di sant’Agostino nel fondo dello spazio interiore: il cielo sopra di me e lo spazio interiore dentro di me. Questo è il campo dell’avventura, la mia memoria, quella memoria che, come diceva Shelley, ricorda in avanti: guardo in quella direzione, mentre la grande storia delle esplorazioni delle terre e dei mari è il mio passato, il mio background […] la poesia di John Donne è difficilmente comprensibile prescindendo dalla rivoluzione copernicana, rivoluzione cosmologica, anche se il poeta parla quasi sempre d’amore e circoscrive la sua cosmologia allo spazio interiore. Se ogni età ha il suo “sentimento”, che il poeta riconosce ed esprime, io mi sento compartecipe di un’età che torna a scrutare il cielo, come attestano gli angeli di Wim Wenders, peraltro anticipati a fine secolo da quelli di Rilke» (L’avventura della poesia, Roma 7 febbraio 1995).
Se quindi Mussapi sente di appartenere a un’età che torna a scrutare il cielo, a questo testo dobbiamo prestare doppia attenzione.
Non piangere, Harun
«Harun» fa riferimento alla figura storica di Harun al-Rashid, un personaggio divenuto anche leggendario, sultano liberale che proteggeva i poeti. A lui Mussapi ha dedicato un ciclo di testi, Ciclo delle notti arabe, in cui lo immagina in viaggio con la sua corte, ove ogni poesia rappresenta una sosta notturna, in cui il sultano si intrattiene con il poeta di corte. La notte del dieci agosto è una di queste notti.
In un testo precedente del ciclo, Harun parla del sentimento di mancanza che prova per la sua donna, e il discorso prosegue in questa, in cui il poeta lo invita a convertire la propria nostalgia osservando le stelle. È per il fatto che non sono sempre presenti, dissolvendosi alla luce − spiega −, che ti sono care; mentre se fossero sempre fisse e immutabili ti sarebbero estranee.
Né tu, sultano, né il povero beduino,
avete pianto per una stella o una lucciola,
ma per la sola cosa per cui piange un uomo,
Ma giustamente non si piange per una stella, bensì per la propria donna, per nostalgia della mancanza o per premonizione astrale del tempo spegnente / l’estinzione già inclusa nella ferita del miracolo. Una premonizione che non deve impedire di amare, ma al contrario potenziare lo slancio del tempo presente: donati a ogni suo istante di sopravvivenza. E quando sembrerà perduta, la luce che si è accesa nei suoi occhi ti dirà l’affinità mortale con te che la supplichi.
La tradizione poetica (tanto più quella araba) ha sempre interrogato il cielo, ma da quando il cielo è diventato oggetto di conquista intergalattica, la poesia lo ha chiuso in uno spazio interiore. Per questo il poeta ricorre a un tempo mitico: guardare al cielo gli consente così di parlare di amore e di dolore, di vita e di morte. Le parole del poeta istruiscono il sultano, che non ignora quanto gli viene detto, ma che ciononostante quelle parole desidera ascoltare. Ed essere consolato per la nostalgia dell’amore lontano, per il dolore della perdita futura, per la fine dell’estate.






