Molti della mia generazione, e maggioritariamente nel cosiddetto Occidente, hanno creduto di riuscire a riprodurre la Pangea. Un mondo globalizzato, soffuso degli stessi valori (quelli della Carta dei Diritti dell’Uomo), capace di risolvere i conflitti all’Assemblea dell’Onu, di muoversi liberamente oltre le vecchie frontiere nazionali, di scambiare merci attraverso terre e oceani, di comunicare istantaneamente con qualsiasi punto del pianeta. Ci abbiamo ancora più creduto con l’insperata caduta del Muro e fine della guerra fredda. Evidentemente non siamo riusciti a convincere le generazioni successive alla nostra, poiché in pochi anni, dall’inizio del nuovo millennio, il mondo ci ha drasticamente riportato alla realtà: la tettonica delle placche! Il mondo multipolare di oggi e di domani è diviso in continenti, aree geo-politiche separate, in ciascuna delle quali potenze dominanti si affrettano a prendere il controllo di popoli e territori reputati loro appartenere. Siamo tornati indietro di due secoli? Qualcuno non solo lo crede, ma lo rivendica: Russia, Usa, Cina. Altri si stanno preparando: in Medio-Oriente, in Africa, a sud dell’Himalaya. Dunque non è cambiato niente?
Deterrenza nucleare. Penso invece che siamo entrati in uno scenario inedito, con rischi e opportunità. La deterrenza nucleare si è propagata: siamo passati da due contendenti a nove, e almeno un altro si aggiungerà a breve. Ha anche cambiato ruolo: da sistema di puntamento su un unico nemico (Usa-Russia e viceversa), a corazza che consente conquiste territoriali con armamenti non-nucleari. Le testate nucleari non sono più monodirezionali, ma puntate su chiunque abbia l’impertinenza di impedire di accaparrarsi un territorio o un popolo. La deterrenza nucleare è all’opera nella guerra in Ucraina, apertamente brandita dalla Russia ogni volta che le operazioni militari sul terreno incontrano più difficoltà. È all’opera nell’occupazione navale cinese del Pacifico, di cui Taiwan è l’obiettivo più noto, ma non meno definito che il Vietnam e le Filippine. È all’opera in Medio Oriente nella colonizzazione israeliana della Cisgiordania, del Golan, del sud-Libano. Sarà all’opera tra il Mar Rosso e il Kashmir, dove nuove dominazioni si imporranno appena l’Iran ufficializzerà di possederla.
Non ci sono segni che l’Europa voglia lanciare le proprie divisioni alla conquista di Mosca. Già fatica, persino con qualche rimpianto, a integrare i Paesi dell’Est che hanno chiesto e ottenuto di aderire all’Unione Europea. Ma tant’è, cosa fatta capo ha. La minaccia che incombe su Romania, Polonia, Lituania, Lettonia e Estonia può essere ignorata? Si può rispondere ai timori di quei popoli con un’alzata di spalle, dal momento che siamo lontani? Fino a ieri lo si è fatto, contando sull’art. 5 della Nato che per primi impegnava gli americani a intervenire. Il dito sul bottone lo doveva mettere il Presidente Usa. Oggi la Nato non esiste più, di fatto. Gli europei sono stati mollati dagli Usa e devono difendersi da soli. Non sorprende quindi che chiedano alla Francia di estendere la deterrenza nucleare agli altri membri dell’Unione, se aggrediti, né che, dopo tanti anni, la questione di una difesa comune sia rimessa sul tappeto.
Elettroshock. L’ostilità ormai manifesta degli Usa verso l’Ue ha avuto l’effetto positivo di un elettroshock: a dispetto dei nazionalismi, i popoli dei Paesi membri hanno realizzato che da soli non esistono nella nuova tettonica delle placche geo-politiche, come si costruisce a tappe forzate. L’opzione di una maggiore integrazione è l’unica possibile. La difesa europea assume un alto valore simbolico in questa direzione, in quanto delega una sovranità nazionale scolpita nelle costituzioni di tutti gli stati europei. Senza una difesa europea non ci sarà processo di pace in Ucraina: non saranno certo i marines a pattugliare i 12.000 km2 di zona demilitarizzata, prevista nelle trattative di armistizio in corso, ma necessariamente una versione paneuropea di Eurofor (oggi composta solo da Italia, Francia, Portogallo e Spagna).
Senza una difesa europea forte non ci sarà negoziato con la Russia per una pace duratura. La Russia tratta con chi le è pari in termini di forza: Cina e Usa. L’Unione Europea non lo è ancora. Di un nuovo trattato con la Russia abbiamo gran bisogno. Per il rispetto delle frontiere dell’Ue: estoni, lettoni, lituani, polacchi e rumeni hanno diritto di dormire sonni tranquilli. Per sviluppare il dibattito politico interno senza interferenze di fake-news distribuite ad arte. Per proteggere i nostri ospedali, le nostre amministrazioni, i nostri cittadini da cyberattacchi che fanno vittime bianche. Per sperare di cooperare nella lotta comune contro il maggior nemico dell’umanità: la catastrofe ecologica.
Il quanto e il come. Sperare in una pace garantita dal disarmo bilaterale dall’Atlantico allo Stretto di Bering è una bella utopia che serve come zenith da tenere presente in una navigazione fatta di virate di bordo e di babordo. Farne l’unica insegna inalienabile e ritirarsi in quella torre d’avorio produrrebbe il risultato di lasciare completamente in mano ad altri la ricerca del quanto e del come nella costruzione della difesa europea. Una difesa europea non può essere solo la somma delle difese nazionali, ma, per cominciare, richiede una autonomia nei sistemi di informazione e comunicazione satellitari, che ancora l’Ue non ha, sebbene possa almeno contare sul Gps europeo Galileo, completato appena l’anno scorso. Come finanziare l’indipendenza dalla Nato è una questione su cui si sono già scatenati gli schieramenti politici e delle scelte andranno fatte. Apprezzo dunque l’utile lavoro, nelle assemblee nazionali e in quella europea, di quei politici che, avendo a cuore la pace ora e nel futuro come ideale ultimo, pazientemente negoziano compromessi sul “quanto” e il “come”, per consentire ai popoli dell’Unione Europea di continuare la più lunga epoca senza guerra che mai i loro Paesi abbiano conosciuto.






A differenza della tettonica a placche, l’escalation militare o il disarmo bilanciato sono una decisione della quale siamo responsabili noi umani
https://www.corriere.it/digital-edition/CS_ND/2025/03/20/20106851.shtml
scienziati contro il riarmo