Vangelo della 2ª domenica di Quaresima (Luca 9,28-38)
La Trasfigurazione è probabilmente un’apparizione post-pasquale retrodatata nella vita terrena di Gesù. Questi spostamenti temporali non devono stupire poiché i vangeli non sono cronache biografiche.
Un bianco sfolgorante. Occorre tener presente che era un incubo per i giudeo-cristiani la micidiale obiezione degli ebrei: «Voi dite che Gesù è il Messia-Cristo [Cristo è la traduzione greca del Messia ebraico, poi diventato un nome proprio di Gesù], ma come è possibile che sia finito in croce, maledetto e appeso al legno, senza instaurare un regno terreno e vittorioso?».
In Atti 1,6 ci sperano ancora, per non parlare del millenarismo medievale, ossia un regno storico di 1000 anni del Messia su tutte le nazioni, in un regime assoluto di cristianità ortodossa. I cristiani sono stati sì perseguitati nei primi tre secoli, ma poi sono andati alla conquista del mondo; e, pensando ai tempi bui dell’Inquisizione coi suoi roghi, sono diventati la più grande forza organizzata di persecuzione della storia dell’umanità. L’obiettivo di estirpare i movimenti ereticali è stato sostanzialmente raggiunto. Ma non è la violenza il modo di trasfigurare il mondo.
Data la crocifissione e morte di Gesù, i cristiani hanno dovuto ripiegare su un Messia-Cristo (solo) celeste trasfigurato, con il… “cromatismo” del candido colore bianco.
È chiaro che la frase originaria di Pietro era: «facciamo tre capanne-tende, una per me, una per Giacomo e una per Giovanni» (soprattutto a quote elevate fredde: un monte alto “assai” nel manoscritto Sinaitico di Mc 9,2); ossia in origine non comparivano né Mosè né Elia, che nel loro stato glorioso non avevano bisogno di alcuna tenda!
La Trasfigurazione avviene nei pressi della regione di Cesarea di Filippo (Mc 8,27ss), più precisamente sul massiccio montuoso dell’Hermon, con la cima più alta a 2800 metri. Su tali rocce permaneva la neve quasi perenne anche d’estate nelle loro profonde e scoscese fenditure, quindi in armonia ambientale con la veste bianca splendente di Gesù (Luca 9,29) e quelle sfolgoranti di Mosè ed Elia bianchissime «come la neve» [in alcuni manoscritti], tutti apparsi nella loro «gloria» (9,30-32). Risplende la luminosità della rivelazione in Cristo Gesù; significa un rapporto di tipo spirituale col risorto, per trasfigurare noi il mondo storico ricreandolo nella giustizia e nella pace.
Silenzio assoluto. Importante è pure che tale massiccio si trovi al di fuori della terra santa degli israeliti, e non abbia a che fare col Dio dell’AT. Questo suggerisce un rapporto “critico” di Gesù nei confronti dell’Antico Testamento. Per fugare tale sospetto probabilmente sono stati in seguito inseriti Mosé (la legge) ed Elia (i profeti; la dizione «la legge e i profeti» riassume classicamente l’intera Bibbia ebraica), che discorrono con Gesù per sottolineare la continuità con le Scritture e la storia d’Israele.
Nella discesa dal monte (che non è il Tabor) «essi tacquero e non dissero niente a nessuno» (stop in Luca 9,36); negli altri due sinottici c’è invece il comando esplicito di tacere. Sembra un ordine perpetuo; Luca infatti lo addolcisce aggiungendo genericamente che “in quei giorni” venne mantenuto il segreto, (sottinteso) ma non per sempre.
Altro che propaganda: Cristo non ha organizzato né una marcia su Gerusalemme, né un partito di combattenti, e neppure un… comitato elettorale per la conquista di una città o della nazione.
Ma un silenzio perpetuo non era opportuno per cui è stata inserita la prosecuzione più precisa che lo limita temporalmente: «se non quando il figlio dell’uomo fosse risorto dai morti», che è chiaramente un’aggiunta del Marco III (3ª e ultima edizione; fine anni 60?), che Matteo vede e trascrive, mentre Luca non la legge perché possiede solo il manoscritto del Marco II (2ª ed.; primi anni 60?). Così il Marco III, in un tempo in cui a Roma si annunciava e celebrava la resurrezione (nell’eucarestia), introduce già qui il Cristo-Messia risorto, di cui la Trasfigurazione è un’anteprima.
Si noti che in questo brano solo Luca usa il termine doxa,«gloria» (ben 2 volte in 9,31s), di difficile esplicazione poiché non combacia col senso consueto della parola almeno in italiano, come l’inizio del Paradiso dantesco: «La gloria di colui che tutto move per l’universo penetra e risplende…». Diciamo che la gloria biblica (e/o il suo fine ultimo) è la trasfigurazione del mondo creato e dell’umanità.
Oranti sdoppiati. Un’altra caratteristica di Luca è la preghiera all’inizio (assente negli altri due sinottici). La preghiera di Gesù è tipica del vangelo di Luca; ma qui ci soffermiamo solo sulla preghiera di domanda-richiesta, per la quale nei sinottici assistiamo a una specie di “diminuendo”: in Mc 11,24 sarà accordata qualunque cosa venga richiesta; Mt 7,11 lo limita alla cose buone, e Luca solo allo Spirito santo, e non l’accadere di eventi favorevoli salutari (Lc 11,13, che vedremo nella 17ª dom.). Ciò è importante nell’odierna marea di preghiere, messe, rosari per la salute del papa, a cui auguriamo di cuore la guarigione per una piena ripresa. È sacrosanta la vicinanza affettiva, la stima e la gratitudine; ma non è questo il problema, che consiste invece nella preghiera di domanda-richiesta (che Luca ha limitato alla Spirito santo), la cui surdeterminazione esagerata è pericolosa, se non aberrante.
Tradizionalmente si presume che l’Altissimo o il Cristo celeste possano interferire materialmente, biologicamente, a livello molecolare-energetico nella storia e nella vita degli uomini. Ma vale oggi l’assunto: Dio non interviene fisicamente nel mondo; questo faceva parte del quadro mitico del passato. Nell’esaltata e celebrata preghiera (di richiesta) si celano, si coprono dei problemi ad alto rischio. Nella valanga di orazioni per il ristabilimento del papa, si nasconde uno sdoppiamento contraddittorio nei fedeli, che risultano “dissociati”. Da una parte nel nostro mondo secolarizzato si sa bene che le guarigioni sono il frutto delle terapie mediche senza alcun influsso soprannaturale; dall’altra si spera, tramite la preghiera, di indurre un intervento dell’Altissimo. D’altronde se nelle canonizzazioni dei santi si richiedono 2-3 miracoli (in genere guarigioni), perché mai Dio o la Madonna non dovrebbero farlo per il (presunto) successore di Pietro, che dovrebbe in teoria godere di una maggior protezione da parte di Dio? Ma, come diceva Karl Rahner, non si può credere nei miracoli e più in generale nel quadro mitico antico, e poi prendere le medicine o curarsi in ospedale; come sta facendo giustamente Francesco che pare migliorato, ovviamente grazie al sapere medico e non ad un “aiutino” soprannaturale.
Il culmine tuttavia della Trasfigurazione sembra essere: «Questi è il Figlio mio, l’eletto-diletto: ascoltatelo!». Si tratta di ascoltare Gesù, non tanto di adorarlo o esaltarlo nel suo stato celeste. Gesù ha messo in guardia (vangelo di domenica scorsa) contro l’abuso del “Signore, Signore…”. Ascoltarlo significa mettere in pratica le sue parole che rivelano la vera volontà di Dio, il quale non incide fisicamente negli eventi umani (come invece nel vecchio adagio «non si muove foglia che Dio non voglia»), che non si manifesta nella forma del dominio dirigendo la storia, e men che meno “pilotando” lo sviluppo di una malattia, il momento della morte e quello del concepimento.
Si annida nei fondamentalisti il postulato che Dio presieda alla procreazione (concepimento) e alla morte, per cui l’uomo non deve interferire nella volontà divina. È tipico del pensiero mitico che gli inizi e il fine-vita siano “affar suo”… da non toccare intervenendo. Bisogna lasciar fare alla natura, considerata una manifestazione-espressione del suo volere [ci torneremo nel vangelo di domenica prossima].
Purtroppo ciò è diventato per parecchi uno dei pilastri del cristianesimo, per cui ci si batte con le crociate Pro vita (intransigenti, e per questo gratificanti): l’identità cristiana sembra risolversi in tali battaglie di retroguardia proprio perché la vera identità è andata smarrita, e quindi c’è un vuoto da colmare a qualsiasi costo per sentirsi fortemente attivi. Ma in quanto cristiani non abbiamo nulla di specifico da dire sul fine-vita: valgono i (quattro) principi filosofici della bioetica e della morale universale: correttezza, trasparenza, difesa dei più deboli (economicamente), responsabilità autonoma ecc. Possiamo (e dobbiamo) però fornire il nostro contributo nell’ambito dell’umanesimo integrale senza sbarramenti teologici.






