REGISTRO DI SCUOLA / 1
Ricominciano le nuove puntate del «Registro di scuola», che si riferiscono all’anno scolastico 2024-2025.
24 settembre
Porte aperte. Il mondo va avanti senza che ce ne accorgiamo. Il progresso, signora mia! In una mia classe la porta non si chiude bene perché raspa per terra. Lo segnaliamo. Un giorno il collega forza il movimento e rischia di stare chiuso. Si decide di toglierla. Ora giace là, in corridoio. Prevedo che ci resterà settimane e forse mesi. Del resto una lima da legno è un attrezzo di raffinata tecnologia che non può essere impugnato impunemente. Tanto meno posso farlo io − mi venisse voglia: sarei denunciato! Quindi si fa lezione così, a porta aperta. Poco male. Ma il problema è che di questi giorni le giornate sono buie, specie alle 8, e i temporali fanno disastri Nella nostra manica è anche saltato il salvavita. Strumento di sofisticatissima tecnologia, che non può certo esser sostituito da un giorno all’altro, e così bisogna procedere a tentoni, si fatica anche a leggere. Ma il progresso va avanti. Ad maiora. E poi la bidella si lamenta perché ho unito tre banchi invece di tenere i banchi a coppie come li avevo trovati, per evitare che essendo in numero dispari un allievo stesse isolato tutta la mattina. Eh no: lei che ha solo minuto per “fare” la classe mica ha tempo di spostare il banco! Insomma. Dal che ricavo che il setting della classe è dettato dai bidelli: ecco le classi dinamiche, polifunzionali, flessibili di cui tanto si favoleggia!
28 settembre
Matteo, chi? Leggo la morte di Orlando, le Chanson de geste! Dice il commento del libro di testo: i segni premonitori della sua morte sono una chiara allusione al racconto della morte di Gesù in Matteo. Più semplice di così! Ma avranno capito? Faccio riformulare a loro, i miei allievi di terza. Matteo chi? Parecchia fatica a risalire ai nomi dei 4 evangelisti… Detto questo, ma come sarebbe morto Gesù, dunque? Beh, fin che diciamo in croce, ancora ancora, ma ’sti segni premonitori? Insomma, diventa fatica anche trovare il passo preciso (e dire che sono la generazione digitale!), inserendo appropriate parole chiave. A fatica arriviamo a Mt 27,51 che faccio leggere estesamente. Il libro che abbiamo non ha nessuna inflessione religiosa, è della Loescher! Ma dà per scontato quanto ai nostri giorni non va più dato per scontato: che i ragazzi sappiano che cosa sono i vangeli, chi sono gli evangelisti, come è morto Gesù. Perché… Gesù è morto?!
18 ottobre
Un azzardo (riuscito). Un amico a fine settembre mi chiede se ho una seconda classe da portare al Festival dell’accoglienza organizzato dall’Ufficio Pastorale Migranti che si svolgerà a metà ottobre. Ma sono 2 settimane!!! Si stratta di scegliere una «parola dell’accoglienza» e di presentare un lavoro multimediale, di qualunque tipo. Con una prima classe riciclo un lavoro preparato l’anno scorso sul rapporto tra informazione e migranti. Ma quale altra classe posso portare? E con cosa? In modo azzardato provo a pensare alla mia nuova prima: la conosco da neanche un mese, eppure mi pare di avere davanti ragazzi svegli e interessati. Ma c’è un’altra difficoltà: insegno latino! E devo sottrarre ore a una materia che non è facile ed è pure poco pertinente. Non importa. Cercherò di non stare indietro (una collega si è raccomandata!) e allo stesso tempo di preparare in un tempo record qualcosa che possa essere presentato di fronte a molte persone. Ebbene: in due settimane circa abbiamo preparato una presentazione in power point per cui molti ci hanno fatto i complimenti. Prima abbiamo democraticamente scelto la parola: ne sono venute fuori tante, tutte interessanti, ma a un certo punto una ragazza ha proposto la parola «salvagente». Una parola che ha un immediato riscontro visivo, ma poi ragionandoci ci viene in mente che ha anche un significato concettuale. Si tratta di evitare il patetico, certo. Decidiamo di condividere un drive in cui ciascun allievo si impegna a postare un articolo, una foto, una poesia, una canzone, una idea… sul tema. Poi insieme dobbiamo vagliare: preciseremo, monteremo e cercheremo di trovare un filo logico. Anche io faccio la mia parte, ma senza prevaricare. Io non li conosco bene, ma l’intuizione che avevo avuto si rivela valida: i ragazzi si mostrano molto sensibili sul tema, anche perché molti ci avevano già lavorato alle medie, e forniscono molti spunti. Non capita spesso di trovare questo entusiasmo. Smettiamo di fare latino solo per due o tre lezioni: non possiamo fare diversamente. Poi c’è chi si prende il compito di preparare i testi, chi di preparare le slide, chi di montare le musiche sulle slide (anche se la cosa non andrà in porto, per motivi tecnici!), ecc. Direi che nel complesso quasi tutti hanno messo qualcosa di loro. Si tratta infine di scegliere due presentatori: bisogna avere una bella faccia tosta per parlare di fronte a circa 250 allievi, provenienti da diverse scuole. (Specie se, come scopriranno, loro sono di fatto in più piccoli in quell’Auditorium!). Ma poi è successo una sorta di miracolo: per la prima volta nella mia vita abbiamo coinvolto un bidello! Ci ha disegnato lui la copertina della presentazione, prendendo lo spunto da una vignetta di Mauro Biani, in cui si vede un gruppo di politici su una zattera che guarda indifferente verso il mare dove stanno annegando dei naufraghi. Siccome avevamo visto che il bidello del piano disegnava dei fumetti sulla tavola elettronica, abbiamo provato a chiedergli, e lui ce l’ha mandata in un week end! L’altra meraviglia è la riflessione che abbiamo messo nell’ultima slide di una ragazza della prima fila, sempre molto riservata ma riflessiva, che secondo me mostra una maturità che va oltre i suoi 14 anni: «Un salvagente non è solo quello che può salvarti in mare, ma è un appoggio anche per quando si è arrivati a destinazione. Avere un salvagente non è solo un augurio per chi, tristemente e coraggiosamente, intraprende viaggi di cui non si sa se avranno fine, ma è un augurio per chiunque. A quelli che riescono a raggiungere la meta, auguro di continuare ad avere questo salvagente… perché il viaggio non è finito. A chiunque abbia problemi auguro un salvagente: una persona, un pensiero, un posto che ti faccia andare avanti e ti salvi. A tutti i ragazzi che sono in cattive mani auguro un salvagente. Che sia una palestra per scoprire qualcosa che gli piace molto fare, che siano persone che aiutano questi ragazzi: sono tutti salvagenti. Potremmo essere noi salvagenti. Magari lo siamo già, magari stiamo già aiutando persone in difficoltà, anche solo stando loro accanto, senza accorgercene. Perché una cosa è certa: con impegno, tutti possiamo essere salvagenti. Insieme possiamo fare la differenza».
19 ottobre
30 anni dopo. All’incontro sulle migrazioni trovo un signore che mi guarda e mi fa: «Sei tu?! Io sono Luigi!». 49 anni, è stato tra i miei primi animati a scuola (prima di fare l’obiettore di coscienza ero andato come volontario a fare un po’ di animazione per vedere come funzionava…). Aveva 17 o 18 anni nel 92 o 93, era un ragazzo turbolento, inquieto, adottato, sudamericano… Non posso credere che abbia 49 anni!!!!! Ci siamo abbracciati. Non lo vedevo da oltre 30 anni. Incredibile.
In un incontro precedente sulle migrazioni, a cui ho portato la prima, invece ho visto un mio ex studente di ripetizioni. L’avevo avuto quando faceva prima, ora ha i baffi! Che bello rivedere persone che non vedi da tempo.
22 ottobre
Come valutare uno scherzo. Oggi ci colleghiamo dalla prima dove sto facendo latino con l’auditorium dove i candidati rappresentanti di istituto si presentano, e presentano i loro “programmi”. Faccio gestire il pc, dopo aver messo il mio account, da un allievo. A un certo punto una collega mi avverte che nella chat a mio nome c’è scritto «Prof ti amo». Peccato che risulti visibile a tutte le classi che hanno la chat visibile! Non ci faccio proprio una bella figura… Oltretutto sembra che me lo sia scritto da solo! Chiedo all’imputato, un ragazzone magro magro alto un metro e 92, di confessare senza tentennamenti. Gli faccio una bella rampogna sul fatto che non si deve permettere di mettermi in ridicolo davanti a tutti, e gli dico – scherzando − che se proprio vuole manifestare il suo affetto per me lo deve fare in privato! In realtà, scherzi a parte, questo fa riflettere su come i ragazzi si affezionano in fretta (li conosco da un mese) e poi all’interno di questa confidenza non riescono a distinguere i piani. Devono imparare a comportarsi in modo appropriato coi loro vari insegnanti, che peraltro si comportano anche in odi parzialmente diversi con loro: forse con me possono anche prendersi più libertà (a patto che studino!), mentre con altri colleghi devono essere più formali. È il bello di avere personalità diverse con cui relazionarsi.
28 novembre
Odio La Scuola. Dopo una bella discussione in classe, chiedo a Luigi, un allievo di prima, di mettere per iscritto le sue riflessioni. Dopo pochi giorni mi scrive questa mail: «Buonasera Professore, Le invio una riflessione, come da Lei richiesto, sul discorso che mi ha fatto martedì. La scuola è il luogo in cui passo la maggior parte delle mie giornate e non riesco a viverla in modo del tutto positivo ma comunque so che non potrò ottenere mai nella vita qualcosa di totalmente positivo. Martedì Le ho detto che uno dei motivi per cui non sopporto andare a scuola è stare seduti per così tanto tempo, Lei mi ha risposto che è una questione di disciplina e ordine. Crescendo ho capito quanto esse siano importanti: non sopporto il disordine e comprendo quanto se ne creerebbe se non si stesse seduti. Tuttavia, come Lei ha detto, si potrebbe cambiare disposizione dei banchi e rendere la lezione più coinvolgente.
Un’altra cosa che patisco sono i compiti, dovrebbero essere facoltativi se la consegna è in breve termine e obbligatori solo se la consegna fosse in lungo termine. I facoltativi li si fa se si ha buonsenso, dopotutto la verifica un giorno arriverà.
Può darsi che io la scuola la odi per principio, forse a causa delle elementari: da una scuola in cui si fa tutto ciò che si vuole in una in cui devi stare seduto tutto il tempo a fare cose di cui non capisci il motivo. Alle elementari: “Per le medie…”, in prima e seconda media: “Per la terza…”, in terza: “Per l’esame…”; non capivo il senso. Poi ho capito che prepararsi per il futuro è molto importante, anche se mi rimane questo odio per la scuola.
A scuola ci sono gli amici, impari cose interessanti, ti prepari per il futuro, impari la disciplina. Non c’è nulla di brutto, è il sistema ad essere brutto. Io non odio la scuola, io odio La Scuola. Luigi».
Gli rispondo così: «Carissimo Luigi, sono molto grato di questa discussione, un po’ dal vivo e un po’ per iscritto. È giusto trattare gli allievi come persone che hanno le loro idee, e comunicarsi reciprocamente le idee. Mi piacerebbe anche un giorno, potendo, che questa discussione potesse coinvolgere tutta la classe. Magari in una giornata di uscita si potrebbe pensare a qualcosa del genere…
La routine scolastica ammazzerebbe anche un morto. Anche per me in un certo periodo (il liceo, la quarta!!!) è stato un incubo. Però porto della scuola ricordi bellissimi, tanto più scendo dal liceo alle elementari: bravissima maestra alle elementari, che ho ancora visto (spero non sia mancata, è molto vecchia, e amava la musica: e me l’ha fatta amare) e bravissimo insegnante alle medie (che scriveva libri e faceva il giornalista: e mi ha fatto amare la lettura e in particolare i giornali, l’attualità, e la politica, come forse un po’ si capisce!). Persone senza dubbio eccezionali. E poi il professore con cui mi sono laureato, un genio, ovviamente insegnava letteratura latina. Severo e burbero, faceva paura, ma quanto l’ho stimato! Nulla mai andava bene, per lui, sempre pronto a mettere in discussione tutto e prima di tutto se stesso.
A volte la scuola invece di stimolare, reprime. Brutta cosa. Ti auguro che la scuola che hai cominciato non ti faccia questo effetto: se ti accorgi che ti passa la voglia prendi provvedimenti! Davvero. Tu sei un ragazzo serio, a volte sembri perfino chiuso nella tua monade. Ma hai le antenne molto sviluppate. Dobbiamo insieme, a te e a tutti, fare in modo che la scuola sia una cosa bella. Da solo io non ce la posso fare, anche se… mi impegno. Col tuo e vostro aiuto… speriamo di farcela! Continuiamo la discussione. Il tuo professore.
7 dicembre
Palestina, Israele. Come parlare a scuola del conflitto israeliano-palestinese? Perché la mia impressione è che a parte alcune frange molto sensibili al tema, sono molti di più a scuola i ragazzi che non sanno cosa sia Gaza o la West Bank, che vivono nel mondo delle fate (o dei videogiochi). Il tema è delicato. Volevamo evitare le polarizzazioni. Abbiamo pensato al cinema. Un film per il biennio, I bambini di Gaza, il cui protagonista è un bambino palestinese, e Shoshana, la cui protagonista è una donna ebrea. Il primo ambientato durante l’intifada nel 2003, il secondo − destinato ai grandi – ambientato negli anni Trenta fino alla proclamazione dello Stato di Israele, il periodo del protettorato britannico, bistrattato anche a scuola, l’antefatto, per così dire, dei successivi conflitti.
Abbiamo pensato che un bel film a volte può servire a pensare. Il secondo è un film complesso per i ragazzi, ma con la collaborazione dei colleghi di storia abbiamo dissodato un po’ il terreno, condiviso i materiali. Io ho detto qualche parola introduttiva prima della proiezione. C’erano 200 allievi di quinta, e 300 del biennio avevano visto l’altro film: mezzo migliaio di ragazzi in tutto. Potevamo fare di più? Me lo chiedo tutte le volte pensando a tutti gli altri allievi che non hanno potuto partecipare (siamo in più di 1600…). Ciascuna classe poi coi singoli insegnanti ha potuto ovviamente approfondire la discussione in classe.
La grande differenza tra i due film è che in Shoshana viene rappresentato un ventaglio di posizioni, tra cui è perfino difficile orientarsi. È anche difficile dire chi ha ragione e chi ha torto. E poi non vince nessuno. Non è un film irenico, a differenza dei Bambini di Gaza. Faccio un esempio: in Bambini di Gaza a un certo punto Mahmud, il protagonista, viene costretto dai suoi amici a tirare un sasso contro il suo amichetto surfista israeliano. Mahmud, dopo un attimo di incertezza, tira il sasso contro i suoi stessi compagni, che lo picchiano a sangue. Gesto che ovviamente emoziona il pubblico e lo fa “stare bene”, dalla parte “giusta”, inducendo un comportamento virtuoso: mettersi contro le ragioni dell’appartenenza a favore delle ragioni dell’amicizia. Ma se avesse invece fatto il contrario? Come avrebbe reagito il pubblico? In Shoshana la scena finale vede la protagonista, che per tutto il film si mostra favorevole a un rapporto con gli arabi non giocato sulla violenza, che in un fermo immagine imbraccia il fucile e spara in direzione dello spettatore. In questo film i buoni perdono, i cattivi spesso vincono. Un film insomma meno manicheo, meno pedagogico. Ma è giusto, credo, ad ogni età assegnare la sua pena.






