Commento al Vangelo della 25ª domenica: Luca 16,1-13
Quanto abbiamo sostenuto domenica scorsa sulle parabole che vogliono dare un’idea sola, è fondamentale per capire quella dell’amministratore avveduto. Essa è ben evidenziata nella conclusione di 16,8: «Il padrone lodò quell’amministratore perché aveva agito con fronimôs», che significa appunto avvedutezza, perspicacia, e non scaltrezza [come nella versione CEI] nel senso di furbizia intrallazzatrice fraudolenta; il fattore infatti reagisce a una situazione critica (perdita del lavoro) cercando di uscirne con sagacia e intelligenza. E non bisogna allegorizzare: qui il padrone non rappresenta Dio.
La parabola fraintesa. Le scene escogitate nelle parabole non vanno “eticizzate” perché esse non sono racconti esemplari (cfr. quella successiva di Epulone/Lazzaro in cui si presenta chiaramente il male); la trama non deve essere per forza moralmente valida, buona: come il giudice iniquo di Lc 18,1ss che non temeva Dio (lo leggeremo fra un mese). Gesù oggi potrebbe narrare una rapina in banca per evidenziare la sua unica idea ad es. del comportamento dei rapitori e degli impiegati bancari.
Gesù poteva prendere spunto dalla cronaca nera, come ha quasi sicuramente fatto in questo caso rifacendosi a un risaputo evento successo. È fondamentale l’assoluta irrilevanza etica del racconto, a parte l’idea centrale costituita dall’insegnamento “parenetico” (cioè di esortazione o ammonizione).
Comunque, anche se non c’entra, quanto combinato dall’amministratore non è poi moralmente così grave, perché i fattori avevano delle percentuali altissime; nel secondo caso con uno sconto del 20% (da 100 a 80) ha praticamente rinunciato alla sua percentuale in favore del debitore.
Col primo debitore invece lo sconto del 50% è molto alto; supponendo che la sua percentuale fosse almeno di un terzo, del 33%, l’amministratore, rinunciandovi, non ha guadagnato (o rubato) nulla per se stesso, ma ha certo defraudato del 17% il padrone (a cui ne vanno 50 anziché i 67 dovuti) dimezzando comunque il debito per ottenere favori in futuro. Tuttavia la parabola, ripetiamo, non vuole entrare nelle faccende economiche: è solo funzionale a evidenziare l’idea unica dell’avvedutezza perspicace nell’uscire dall’impasse.
Ciò contrasta chiaramente con l’idea che il cristiano debba essere un sempliciotto buonista facilmente raggirabile; anzi il v. 16,8 suggerisce che i figli della luce (credenti) debbano essere altrettanto perspicaci dei figli di questo mondo.
Ma la parabola originaria non è stata capita da sùbito; dato che nel contesto seguente compaiono i farisei, attaccati al denaro, che deridevano Gesù (16,14), e poi segue Epulone (che tratta veramente della ricchezza opulenta), la sezione si chiude con la frase ironico-sarcastica: «Procuratevi amici con la mammona dell’ingiustizia [e non con “la disonesta ricchezza”, come nelle versioni consuete], perché, quando verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne» (v. 9). Qui, con lo sferzante attacco, finisce la sezione originaria di prima mano.
Mammona. Ciò tuttavia ha determinato un trascinamento inerziale del termine “mammona” nei detti che vengono dopo (10-13), di seconda mano in una nuova serie di pensieri, con aforismi fra l’altro sconclusionati e confusi, tanto che i vv. 11 e soprattutto il 12 sono quasi incomprensibili (anche a causa di traduzioni infelici).
Innanzitutto si parla sempre di mammona, che nel testo greco ricorre tre volte: vv. 9, 11 e il celeberrimo 13: «Non potete servire a due padroni… a Dio e a mammona»; nelle vecchie traduzioni almeno qui nel 13 conclusivo era stato conservato, mentre oggi nella versione CEI e nel lezionario è scomparso, sempre sostituito con “ricchezza”.
Ma la questione è l’ambivalenza ambigua del testo: premesso e scontato che la mammona dell’ingiustizia sia abominevole presso Dio, per uno dei due redattori lo è solo essa [con la traduzione “ricchezza disonesta” si suggerisce che ve ne possa essere una onesta] come nei vv. 9 e 11. Mentre per l’altro redattore è riprovevole agli occhi di Dio la ricchezza in sé, in quanto tale (più o meno opulenta), come nei vv. 13 e 15: «ciò che esaltato fra gli uomini (denaro) è cosa detestabile davanti a Dio» [così pure a p. 24 della Cultura sulla «Stampa» del 16 settembre l’articolo (estratto dal suo libro San Francesco, Laterza) di A. Barbero S. Francesco, un estremista della povertà (per il poverello d’Assisi il denaro è raccapricciante come lo sterco)]
Chi dei due glossatori ha ragione? Sarebbe molto importante dirimere tale questione anche per noi nell’attuale società, pervasa dall’idolo dell’accumulo di ricchezza danarosa.
Parla invece molto chiaro la splendido passo del profeta Amos (8,4-7 che ben si inserisce nel contesto della mammona dell’ingiustizia, per cui è stato scelto come prima lettura): «Voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano”». Qualsiasi commento è superfluo.
Il direttore risponde. C’è spazio per ritornare alla segnalazione sulla Sindone (articolo della «Stampa» del 28 agosto), inserita nel commento al vangelo della dom. 23 (Lc 14,25-33) “Chi non odia i genitori…” , perché finalmente dopo ben 15 giorni si è fatto vivo su «Avvenire» di dom. 14 settembre (p. 23, con apertura in prima) il direttore del Centro internazionale di studi sulla Sindone, Gian Maria Zaccone.
Egli cita la notizia [ma non il testo del grande Nicola d’Oresme] ammettendo la possibile origine medievale della Sindone, per poi arrampicarsi sugli specchi col solito ritornello dell’icona venerabile.
«Milioni di persone a cui dobbiamo rispetto si sono inchinate di fronte a quell’immagine meditando sull’incarnazione, morte e resurrezione di Cristo…»; cioè sostenerne l’origine medievale (e fraudolenta come fa d’Oresme, ossia la verità storica) sarebbe mancare di rispetto a milioni di persone? Sarebbe come dire che sostenere oggi la teoria dell’evoluzione (verità storico-scientifica) significa essere irrispettosi nei confronti dei milioni che almeno fino a Darwin hanno creduto (ciecamente) nel creazionismo.
Il direttore Zaccone conclude: «Un oggetto di straordinaria potenza comunicativa ed evocativa…una realtà unica dal punto di vista religioso….ma anche capace di suscitare l’interesse intellettuale degli studiosi di tante discipline».
Appunto tra le discipline esiste anche la fisica sub-atomica, con la datazione tramite il radio-carbonio effettuata nel 1988 su iniziativa dell’allora card. di Torino Ballestrero. Ne riassumiamo i dettagli significativi, non conosciuti da tutti, relativi soprattutto al metodo in cieco. Esso significa che più tessuti di varia provenienza ed epoca sono stati consegnati a tre laboratori diversi non comunicanti fra loro: a quello di Tucson (Arizona), Oxford e Zurigo. Ossia quello sindonico (ma i laboratori non sapevano qual era) più alcuni campioni di controllo, uno dei quali era costituito da un pezzo del bendaggio di una mummia egizia del II secolo d. C. (datazione certa già ottenuta con documentazioni tradizionali). Il compito dei laboratori era datarli tutti, senza sapere qual era quello prelevato dalla Sindone.
I laboratori hanno centrato l’età di quelli già conosciuti, e per quello sindonico Tucson ha fornito una data di (meno) – 646 ± 31 (anni fa; era il 1988, quindi il 1342), Oxford – 750 ± 30 (quindi il 1238), Zurigo – 676 ± 24 (perciò il 1312). La media pesata è risultata di 689 ± 16 che, tenendo conto degli scarti e delle deviazioni, corrisponde al periodo 1262-1384 (arrotondato al 1260-1390). Forse gli addetti ai laboratori avranno pensato che il tessuto sindonico fosse quello da loro correttamente datato al secondo secolo (la mummia), in quanto compatibile nella tipica oscillazione di 130 anni con l’epoca della crocifissione di Gesù.
La croce esaltata. Ci è sfuggita la festa dell’esaltazione della Croce il 14 settembre, per cui impropriamente la settimana scorsa (il 12 settembre) abbiamo inserito nel blog il commento al vangelo lucano della 24ª domenica fra l’anno, anziché quello giovanneo della suddetta festa che ricorderebbe (così si narra) il ritrovamento nel 327 da parte di S. Elena, la madre di Costantino, della (presunta) croce di Cristo durante gli scavi appunto costantiniani del IV secolo sul calvario.
Anche qui la verità storica è molto sub iudice: ma quel che disturba di più è il termine trionfalistico “Esaltazione”, in cui la croce ha subito un’involuzione di potenza sino a rappresentare la divisa, la gloria del cristianesimo e le sue vittorie, come sugli stendardi dell’esercito di Costantino al ponte Milvio contro Massenzio, e poi i famosi “crociati”: così ci chiama ancora qualche ayatollah.






