Le cucine della poesia
non sono banchetti,
non hanno tavole apparecchiate
né liste degli invitati,
non hanno il servizio buono
né segnaposti sulla tovaglia.
Le cucine della poesia
sono luoghi umili,
con una tazza sbreccata
e due bicchieri spaiati.
Le cucine della poesia
lottano con le nostre vite in affitto,
coi pochi metri quadri
con scrivanie improvvisate.
Le cucine della poesia
hanno lampadine sfarfallanti,
gatti freddolosi
e ciotole di cibo sparso.
Le parole della poesia
non usano l’inchiostro dei regnanti,
sono preghiere alla vita minima
intessute negli inciampi quotidiani,
non nascono in un altro mondo
ma in questo, divorato e sofferto.
Gianluigi Gherzi, Solare, AnimaMundi ed., Otranto (LE) 2024, pp. 60-61
«Le cucine della poesia» non ci introduce solo in una splendida metafora, ma anche nell’universo poetico attraverso lo sguardo privilegiato di chi quel mondo lo vive come possibilità stessa di comprendere e comprendersi.
Prima di Gherzi, il poeta teologo e psicanalista brasiliano Rubem Alves ci aveva aperti all’associazione della parola con il cibo in Parole da mangiare (Qiqajon, Bose 1998): «non mi rapporto più alle parole come “cose da usare”. Ma come “cose da godere”. Non sono più un insegnante. Cerco di essere un poeta. Le mie parole non sono rivolte alla mente. Sono rivolte al corpo. Parole da mangiare… Ogni lectura è una festa, un pasto eucaristico. “Prendete, mangiate, bevete, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue…”. Sembra che il mio posto non sia in classe, ma in cucina. Tratto le mie parole come il cuoco tratta il cibo che prepara…» (p. 22). La cucina – ci ricorda Alves – è luogo di trasformazione, dove gli alimenti da crudi diventano cotti perché l’atto di alimentarsi doni soddisfazione ai sensi e non solo un senso di sazietà. La cucina è così il territorio della fame e del desiderio, dove l’istinto alla vita si trasfigura in banchetto.
Proprio perché le parole sono «cose da godere», un insegnante sa di dover stimolare la fame dei suoi studenti, apparecchiando per loro un banchetto. Lo scrittore e docente americano Frank McCourt in Ehi, prof! racconta a questo proposito l’esperienza di una «lezione di cucina» in una delle sue classi quando, non riuscendo in altro modo a stimolare la lettura, chiede ai suoi ragazzi di portare a scuola le ricette di famiglia. E la cosa funziona: «− Io lo so perché vuole che leggiamo queste ricette. – Ah, sì? – Perché a leggerle sembrano una poesia e certe sembrano una poesia anche quando si leggono ad alta voce. Cioè, sono addirittura meglio di una poesia perché si possono anche assaggiare. E mamma mia, quelle italiane sono una musica» (Adelphi, Milano 2006, pp. 251-52).
Seguendo l’associazione parola-cibo, potrei proseguire con l’immagine del «nutrire con la parola», richiamando la doppia tavola liturgica rappresentata da Parola ed Eucarestia, ma già ben presente agli autori delle sacre scritture – nel rito di investitura e di missione profetica di Ezechiele (2,9-3,3) o nel libro di Apocalisse quando l’angelo dice al veggente non di leggere, ma di mangiare il libro (10,9-10) −, per proseguire con i padri della Chiesa che parlavano di ruminatio, il «masticare» appunto la parola per tornare sui testi, richiamarne le parole, consolidarne il senso spirituale.
Torniamo invece alla poesia, di cui qui intendiamo occuparci. Non meno spirituale della parola ruminata, la «cucina della poesia» secondo Gianluigi Gherzi − che è poeta, attore e regista teatrale − è un luogo provvisorio e imperfetto, laboratorio di vite improvvisate, quasi casuale e più che modesto. Eppure miracoloso perché sa dare vita alla parola poetica, preghiera di vita minima. Non allestisce banchetti, come piacerebbe all’insegnante che è in noi, ma molto più umilmente dispone di una tavola disadorna con vecchie stoviglie di recupero, di chi sa di non attendere ospiti di riguardo (non hanno il servizio buono / né segnaposti sulla tovaglia… una tazza sbreccata / e due bicchieri spaiati). La stanza poi non è più decorosa della tavola: ristretta, misera e caotica. Fatta della stessa sostanza di questo mondo, appunto, divorato e sofferto.
Se usciamo dalla metafora, un po’ didascalicamente, potremmo dire che la poesia è frutto del quotidiano vivere (non è un banchetto), fa uso dei medesimi strumenti di cui ogni comunicazione umana è dotata (tazze e bicchieri sono consumati dall’uso), nasce senza solennità (sotto una luce che sfarfalla e in mezzo a ciotole di avanzi) e senza la presunzione di rivelare il senso inarrivabile dell’universo (è preghiera delle piccole cose). Questo almeno è quanto sembrerebbe pensare Gherzi, che ha scritto anche raccolte dai suggestivi titoli come Ti aspetto nella mia casa a disordinare, A che pagina è la nostra fortuna o A che cosa serve la poesia.
Non si tratta infatti di una visione necessariamente condivisa, già che in diversi scrivono invece della poesia nei termini di sublime e di arte mirabile: La poesia è ricerca del fulgore. / La poesia è una strada regale (Adam Zagajewski); «Se leggo un libro che mi raggela al punto che non vi sia fuoco sufficiente a scaldarmi, so che quella è poesia. Se mi sento come se mi avessero staccato la testa, so che quella è poesia. Questi sono gli unici modi per appurarlo. Ce n’è forse un altro?» (Emily Dickinson).
Per altri poi la poesia è qualcosa che si fa strada in modo misterioso nel poeta: Dove mi porti, mia arte? / in che remoto / deserto territorio / a un tratto mi sbalestri? […] Oh mia indecifrabile conditio / mia insostenibile incarnazione! (Mario Luzi); «Ciò che fugge dal mondo è la poesia. La poesia non è un genere letterario, è l’esperienza spirituale della vita, la più alta densità di precisione, l’intuizione accecante che la vita più fragile è una vita senza fine» (Christian Bobin); Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente: / sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse (Czelaw Milosz).
Non potendo spiegare in modo coerente la nascita della poesia, ciascun poeta esprime a suo modo l’esperienza personale con cui vive l’atto della scrittura. Qualcuno in versi, altri in prosa, è curioso che in tanti vi si siano cimentati, proprio a dispetto dell’inevitabile scacco a cui si sanno destinati. Ma che questo aiuti la nostra comprensione da lettori resta tutto da verificare. Forse contribuisce all’aura di irraggiungibilità dell’ars poetica e aggiungo, meglio azzardo, un «per fortuna». Se tutti potessimo essere poeti, la poesia verrebbe relegata al rango di un messaggino di whatsapp, ma soprattutto se tutti volessimo essere poeti, saremmo sommersi da quantità di pagine insopportabilmente e fintamente auliche – come ben sintetizza un personaggio di Marilynne Robinson: «aveva cominciato a gongolare malignamente prevedendo la mediocrità, nella migliore delle ipotesi, di quel tentativo di poesia, convincendosi a tal fine che lei fosse come la maggior parte della gente. Forse una rivista dozzinale si era tenuta quel frammento di lingua martoriata abbastanza a lungo da instillarle delle speranze, orgoglio addirittura» (Jack, Einaudi, Torino 2021, p. 155). Così, restando nell’ignoranza di cosa sia e di come nasca la poesia, possiamo continuare a godere della bellezza di una parola di cui non avevamo ancora mai colto tutta l’estensione. E preserviamo il vantaggio di chi a quella tavola si può accostare a degustare.






