Il fatto che un leader spirituale (né il primo né il solo) come papa Leone, sulla scia dei predecessori, offra presentandosi per la prima volta dopo l’elezione questo talismano «pace disarmata e disarmante», valore guida del necessario nuovo cammino politico vitale, è un sollievo e un impegno profondo personale del cittadino di vita spirituale. La pace annunciata dal vangelo di Cristo è così: disarmata e disarmante. È basata sul credito di fiducia, coraggioso e incoraggiante, trasformativo. Un suo chiaro codice di relazioni umane creative lo vedo in Luca 6, 27 ss. La pace non si fonda sull’equilibrio delle forze contrapposte ma sul dialogo, cioè la prassi di ascoltare le parole e le ragioni dell’altro, e la disponibilità a modificare le proprie convinzioni, per incontrarsi. Il dialogo è relazione non armata. Politica e spiritualità sono terreni diversi, ma non incomunicanti: ogni terreno dell’azione umana è terreno umano, e prospera di qualità umana, non della sua negazione.
Una pace vera, effettiva e duratura, che garantisca, alle due o più parti, una buona sicurezza, tale da potersi tutti dedicare senza paura allo sviluppo delle qualità di vita, è una relazione senza minacce. Ogni arma, con la sola sua esistenza, è minaccia, violenza sospesa, oppressione sul respiro quotidiano e sulle prospettive di vita. Ogni arma trasmette e incute paura. La paura soffoca respiro, pensiero, progetti, e incrina il terreno sotto i piedi del minacciato, nella sua stabilità e cammino. Abbiamo letto più volte quel passo di Simone Weil che illustra bene come la semplice minaccia trasforma l’essere vivente in cosa, oggetto, che non dispone più veramente di sé, ma è tutto posseduto dalla opposta volontà minacciosa, che può annichilirlo quando vuole.
La residua possibilità, per lo più vista dal minacciato come unica, è gareggiare in distruttività col distruttore, ricambiare l’influenza annichilente, e allora siamo all’escalation nichilista e nichilizzante, della guerra sospesa o dispiegata: è il fallimento dell’umanità sulla terra, oscenità del genere umano sul vivace giardino terra-mare-cielo della natura: la quale è fermento di vita pur attraverso i cicli naturali del tempo.
La natura, sulla quale e dalla quale siamo comparsi noi, vive anche di tensioni e alternative, ma ricomprese in uno sviluppo di vita (per quanto è a noi visibile): invece l’uso del mezzo concepito e costruito per distruggere vite e strutture umane di vita, è quanto di più innaturale sia comparso sulla terra: la guerra degli umani contro gli umani. I topi ci superano in sapienza: nessun topo ha mai costruito gabbie per topi, dice Einstein. La falce che stacca il grano dalla madre terra, compie un’azione che presto si fa vita e non morte, perché la falce cede il compito alla farina, pasta, forno, fino al pane di vita e la ripresa del ciclo terra-vita. È l’opposto della guerra, che culmina nei cimiteri di massa, e nei semi di odio, ad avvelenare il futuro. Il ciclo ecologico è equilibrato, duraturo, mentre il ciclo dell’economia dell’avidità infinita conquistatrice, è divoratore e distruttivo, teso ad un sempre più che ricade nel nulla.
Il futuro, l’avvenire, sono orizzonte e respiro di noi fragili umani, e la guerra ne è il soffocamento crudele. Ma l’umanità può compiere un balzo di umanizzazione, a passi parziali ma decisi: rinunciare alle armi mortali. Per decidere di vivere.
La relazione disarmata è pace. È scambio, anche dialettico, ma costruttivo e non distruttivo. È anche confronto di valore, ma non svaluta, non disprezza, non annichila. La relazione disarmata è disarmante. Questa espressione ha attirato l’attenzione, fra le prime parole del nuovo papa Leone. Il disarmo come valore fecondo di altro disarmo, e quindi di pace, è concetto provocatorio e alternativo nel clima attutale, ipnotizzato nell’ossessione armista come unica via di salvezza dal pericolo, che verrebbe sempre e solo dall’altro armato, aggressivo, e ulteriormente minacciante.
«Pace disarmata e disarmante» è un distintivo originale e provocatorio per le relazioni tra le grandi formazioni umane culturali-politiche-economiche, facilmente ripiegate nella follia di ultra-primeggiare e non di stare insieme, di convivere, ognuno col suo contributo. Il primeggiare scatenato minaccia e riduce. L’essere scavalcati in una gara ossessiva al primato spaventa e spinge ultimi e penultimi alla rincorsa spregiudicata.
La relazione umana amicale e familiare, fino alla tribù, con una pazienza che sa vedere il valore umano dietro i limiti, ammette e conferisce parità di valore essenziale, all’incapace, all’inintelligente, al pigro, pur richiedendo a ciascuno di fare tutto quel che può. La relazione politica, imperniata sulla gara al potere, sia essa più spregiudicata o più regolata, porta invece all’assurdo dell’uno contro l’altro nel cuore della struttura necessaria al vivere l’uno con l’altro. In questo senso la guerra è nel cuore della politica, di fatto, non di necessità naturale. Lo stato è nato storicamente sposato alla guerra (Krippendorff), e la nostra Costituzione lo intuisce e lo dichiara (quasi inconsapevolmente?) col «ripudio» dell’art. 11. Ma il passo è lungo e profondo, impresa tanto chiaramente necessaria per sopravvivere, quanto pesante come rimuovere un masso dalla via del cammino umano. Impresa che richiede e richiama le forze più alte e pure. L’umanità diventa umana per passi di umanizzazione.






