100 anni fa (1924) venne scoperto in Sud-Africa il primo cranio fossile di Australopithecus (che significa appunto “scimmia australe”), ma soprattutto 50 anni dopo (1974) più a Nord, nella Rift Valley etiopica, il 24 novembre fu ritrovato lo scheletro di una giovane femmina di Australopithecus, chiamata Lucy perché alla sera i paleo-antropologi hanno festeggiato mettendo a tutto volume l’omonima canzone dei Beatles. Lucy gioca un ruolo chiave nel nostro albero genealogico per la sua combinazione di tratti scimmieschi e umani, che ne fa la progenitrice di tutte le specie umane successive. Essendoci separati dallo scimpanzé circa 6 milioni di anni fa, Lucy, vissuta 3,2 milioni di anni fa, è proprio al centro, quasi uno spartiacque nel bel mezzo della lunghissima evoluzione degli ominidi.
Come è stata ottenuta tale attendibile datazione della nostra progenitrice? È ormai conosciuto il metodo del radio-carbonio, ma esso non va oltre le migliaia di anni; è stato infatti usato per datare la Sindone di Torino che è appunto medievale. Ma coi milioni di anni è particolarmente utile il potassio (19 protoni nel nucleo atomico), che decade sui tempi lunghi in argo (18 protoni), un gas quasi inerte che tuttavia lascia dei segni nelle ceneri vulcaniche, come quelle che hanno sepolto e conservato il 40% dello scheletro della nostra australopitechina (47 ossa di un unico individuo): alta appena poco più di un metro, tra i 27-30 chili di peso, ma non era una bambina perché aveva già il dente del giudizio e le cartilagini di accrescimento già saldate nelle ossa degli arti, quindi un’adulta mingherlina.
Lucy ci testimonia pure il cosiddetto bivio adattivo, quando in quel periodo, sotto la spinta di un progressivo inaridimento del clima, si è aperta la savana. Alcune specie come Australopithecus anamensis, con l’alluce divergente molto efficace nell’arrampicarsi, sono rimaste nell’ambiente arboricolo-forestale, mentre Australopithecus afarensis (il nome tecnico della nostra Lucy poiché rinvenuta nella regione dell’Afar in Etiopia), con l’alluce allineato con le altre dita come il nostro, più adatto per il camminare, ha affrontato coraggiosamente col suo cervello di 390 cm3 (il nostro è di 1400) la pericolosa savana coi predatori felini; con la statura eretta, un piede umano moderno e quindi l’andatura bipede obbligata ed esclusiva, che ha quindi ampiamente preceduto lo sviluppo del cervello di grandi dimensioni.Anzi il fatto di assumere un’andatura sempre più eretta favorì la strutturazione della corteccia prefrontale, che è la sede delle capacità intellettive superiori.
Non discendiamo dagli australopitechi più robusti (come l’africanus, il rudolfensis o il Paranthropus boisei; non siamo il frutto della forza bruta), con molari enormi e mascelle forti, con addirittura una cresta (sic) in cima alla testa che serviva ad ancorare i muscoli masticatori possenti, la quale fra l’altro impedisce un ampliamento del cranio-cervello. Il metodo della termoluminescenza applicato alla selcite ci consente pure di ricostruire la dieta dei nostri antenati gracilini.
Le ricostruzioni fotografiche di Lucy oscillano: a volte rappresentata pelosa, o semipelosa, o addirittura… seminuda con in evidenza la pelle biancastra, come tutt’ora nello scimpanzé sotto il pelo, a parte il muso arroventato dal sole abbronzante. La cosa è giustificata, perché proprio ai tempi di Lucy si è avuta la perdita del manto pilifero (dovuto anche ai pidocchi che lo infestavano), con la pelle nuda che consente una sudorazione più efficace e una miglior regolazione del calore corporeo.
Per quel che può valere il colore della pelle, i nostri lontani antenati, tutti africani, erano in origine “bianchi”. Poi però dovettero sviluppare in Africa la pelle nera per favorire il vitale acido folico che sarebbe eliminato dall’intensa radiazione ultravioletta (UV) se gli individui non avessero una pelle molto scura. Ma una volta emigrati alle nostre latitudini, essendosi notevolmente ridotta la forte radiazione UV tipica dell’equatore, non riuscivano più a sintetizzare la vitamina D; per acquisirla “ripristinarono” perciò l’originaria pelle chiara.
Tutto questo è spiegato bene dalle cause genetiche, in particolare dai due alleli del gene SLC24A5, per la precisione nell’amminoacido 101 che in un allele è l’alanina, specificata dal codone ACA, per cui ne consegue la pelle scura. L’altro allele ha invece la tripletta GCA (con la guanina iniziale al posto dell’adenina), che specifica per l’amminoacido treonina, con la conseguenza della pelle chiara. Ora gli africani hanno solo il doppio primo allele (con l’adenina), per cui hanno inevitabilmente la pelle nera; gli europei analogamente hanno il doppio secondo allele (con la guanina), per cui la pelle sarà necessariamente bianca. Invece i nord-africani e gli afro-caraibici (in parte anche gli afro-americani) hanno una copia di ciascun allele (diverso), per cui la loro pelle ha una tinta intermedia. Detto ai sovranisti e razzisti odierni, nel genoma la differenza tra un bianco e un nero è di una sola “lettera” (la base azotata sulla doppia elica del DNA) su un’enciclopedia di migliaia di volumi (3 miliardi di basi).
Per quanto concerne la linea monofiletica che ha portato sino a noi, in seguito alle continue scoperte di nuovi fossili, essa è modificata rispetto a quanto stava scritto nei vecchi testi: Homo abilis, erectus, sapiens. L’habilis è un ramo (morto) a noi collaterale: ce lo dicono i denti, ossia la morfologia (diversa dalla nostra) della giunzione smalto-dentina, oltre al fatto che era ancora un abile arrampicatore. Riducendo in scala i tempi immani dell’evoluzione a quelli nostri più familiari per comprendere meglio, Lucy sarebbe la nostra trisnonna che ha dato origine al nostro bisnonno Homo ergaster (600 cm3 di volume endocranico), il cui fossile più famoso è il ragazzo di Turkana.
Parte di tale popolazione ha effettuato la prima grande uscita dall’Africa verso est, modificandosi leggermente nei nuovi ambienti e climi: l’abbiamo chiamato Homo erectus, una linea quindi a noi collaterale, diciamo il fratello più giovane del nostro bisnonno- ergaster, e quindi… più coraggioso nell’avventurarsi nel Sud-est asiatico, tuttavia con l’ausilio circa 2 milioni di anni fa della produzione e controllo del fuoco (senza il quale non si esce dall’Africa). La variante, probabilmente già nell’erectus, dell’allele EDAR-V370A è all’origine del fatto che gli asiatici orientali abbiano i capelli spessi e lucidi e il cerume auricolare secco, diversamente dagli europei che hanno i capelli più sottili e il cerume umido; così pure le donne dell’Asia orientale hanno in genere il seno più piccolo.
Ma è stato il nostro bisnonno Homo ergaster africano a originare il nostro nonno, ossia l’Homo antecessor, anch’esso uscito dall’Africa seguendo le orme dello zio erectus, ma “fermandosi prudentemente” in Spagna (ad es. il reperto di 800 mila anni fa nello strato TD6 della Gran Dolina nella Sierra di Atapuerca), il cui clima era simile a quello caldo africano-tropicale. Fece solo qualche sporadica “escursione” lungo la costa atlantica della Francia e quasi sicuramente in terra italica, allora ancora attaccata alla Gallia-Francia meridionale: solo in seguito ha effettuato una torsione verso la costa dalmata “lasciandosi indietro” la Sardegna (Corsica) e la Sicilia, e raggiungendo così l’attuale conformazione peninsulare. Infatti il fossile più antico ritrovato in Italia è la calotta cranica di Ceprano (nel Lazio, di 700 mila anni fa?), un antecessor evoluto.
Le grandi scimmie antropomorfe (scimpanzé, gorilla, orango) hanno 48 cromosomi, mentre noi 46: due cromosomi ancestrali si sono fusi confluendo nel nostro cromosoma 2. Si ritiene che tale cruciale mutazione macroevolutiva, importante per la mente-cervello, sia appunto avvenuta circa 900 mila anni fa nel nostro nonno antecessor, che poi l’ha trasmessa al nostro padre, l’Homo heidelbergensis (così chiamato perché il primo fossile, la mandibola di Mauer è stata trovata nei pressi di Heidelberg in Germania; qualcuno era già uscito dall’Africa). Nostro padre fu un abile lanciatore, per cacciare e difendersi con le lance: una cosa fisicamente non banale e non scontata per quei tempi, poiché richiese l’accumulo tensionale sui muscoli dall’avambraccio alla spalla per poi rilasciarlo in brevissimo tempo (uno scimpanzé, pur addestrato, lancia come un bimbo di 4 anni). Homo heidelbergensis ha dato poi origine circa 400 mila anni fa all’uomo di Neanderthal, il nostro fratello maggiore, e intorno ai 200 mila anni fa a noi sapiens nel continente nero: siamo giovani e africani!






