Non è soltanto un grande film di denuncia, ma è anche una straordinaria ricognizione sull’umanità alle prese con la fatica del vivere e del morire, questo film della regista svizzera Petra Volpe che condensa in un’ora e mezza il ‘turno’ giornaliero di una giovane infermiera professionale impegnata a gestire quasi da sola un intero reparto ospedaliero. Novanta minuti ad alta tensione – nell’unità di tempo e di luogo – che tengono col fiato sospeso lo spettatore, coinvolgendolo nello stress crescente della protagonista tramite la tecnica dei piano-sequenza.

Da un lato, costantemente presente, c’è lei – competente, esperta, disponibile – magistralmente interpretata da Leonie Benesch. Dall’altro – ma a lei accostàti in un vortice incessante di contatti fisici e verbali – i malati oncologici del reparto: l’immigrato africano che patisce la solitudine e la lontananza dalla famiglia in Burkina Faso; il paziente terminale in cerca di qualcuno su cui scaricare nel modo più aggressivo la propria rabbia; i familiari ansiosi o sgomenti che domandano informazioni; i parenti cui occorre comunicare un improvviso decesso; la tabagista incallita che trasgredisce alle regole, ostinata sino all’ultimo nella sua dipendenza.

E c’è pure la preoccupazione del proprietario di un vecchio cane, che cerca qualcuno cui lasciarlo perché non finisca nel canile. E la battuta triste di una mamma, invitata a non stancarsi intrattenendosi troppo con marito e bambini: “Non importa, presto riposerò… in eterno”. E ancora – da parte della medesima mamma – la domanda rivolta all’infermiera: “Ancora un intervento, poi di nuovo chemioterapia… Ma ha senso?”. Domanda che rimane senza una risposta, sostituita da un gesto silenzioso di affetto e di comprensione profonda.

Una piccola odissea, dunque, nell’oceano delle umane sofferenze, in cui i migliori sentimenti coesistono con le fragilità e le contraddizioni di ognuno. E in cui l’intervento della protagonista sembra catalizzare questo distillato di umanità – sebbene neanche lei sia esente da angosce segrete e fragilità – al punto che qualcuno, forse a ragione, arriva a definirla un angelo. Quasi che il vertice dell’umano sia di là dall’umano.

Tuttavia, prima che scorrano i titoli di coda, alcune scritte richiamano all’attenzione dello spettatore la valenza sociale del film: “Nel 2030 in Svizzera mancheranno 30.000 infermieri qualificati”, “In Svizzera il 36% del personale infermieristico abbandona il lavoro dopo appena quattro anni di servizio”, “Secondo l’OMS nel 2030 mancheranno nel mondo 13 milioni di infermieri”. A questi dati, nelle sale italiane se ne potrebbero aggiungere altri: da noi, secondo la Corte dei Conti, nel 2024 mancavano 65.000 infermieri, secondo i sindacati molti di più. E la carenza è destinata ad aggravarsi rapidamente.

In buona sostanza, qualcosa di metaforico traspare nella frenetica concitazione che dall’inizio alla fine accompagna la corsa contro il tempo di Leonie Benesch. Una corsa ai limiti dell’impossibile, che nonostante tutto rischia a volte – come si vede – di arrivare tardi. E che appare come il generoso ma quasi disperato tentativo di sopperire con l’impegno personale a un deficit strutturale: quello di una società e di una politica che sempre più spesso guardano altrove. Al business finanziario. O al grande riarmo. O ad entrambi, visto che vanno così bene a braccetto.