L’immagine di Matteotti è divisa in due da una data: il 10 giugno 1924, giorno del suo rapimento e del suo assassinio. Cento anni fa. Da quel momento la sua figura è stata schiacciata su quella dell’eroe e del martire (o meglio dell’eroe in quanto martire), che ha per certi versi fatto dimenticare quella del Matteotti vivo, dove va rintracciato l’eroismo di chi ha combattuto per le proprie idee in un paese in cui la libertà veniva via via soffocata. Se la morte è diventata preponderante nella celebrazione eroica di Matteotti, difficilmente si comprenderebbe quel tragico epilogo senza entrare dentro la vita e decostruire il mito di un eroe patriottico che rappresenta un’idea astratta di italianità. Al tempo stesso questo sguardo deve procedere lungo il crinale della doppia memoria che si lega alla figura di Matteotti: da un lato c’è la vita esemplare di una grande personalità, assassinata dal fascismo non solo perché ne era oppositore, ma perché in quella ferma opposizione vi immetteva la lucidità e l’acutezza propria di uno degli intellettuali più significativi di una generazione di notevole levatura. Dall’altra c’è il viluppo di violenza, bassa criminalità legalizzata, affarismo, corruzione, menzogna istituzionalizzata rappresentato dal fascismo.

Non è questo il contesto per articolare la biografia intensa dell’«eroe tutto prosa», come lo definì Carlo Rosselli. Numerosi sono i testi dove questa può essere riletta. Mi limito a proporre sette direzioni da considerare. Innanzitutto vi è il socialista che sceglie non solo la militanza di partito, ma una classe diversa da quella di provenienza. Il socialismo è per Matteotti una scelta di giustizia, ma nell’interpretare la collocazione politica del partito elabora una posizione peculiare, al tempo stesso riformista, gradualista e rivoluzionaria. Egli rifiuta il compromesso al ribasso, che porterebbe i socialisti a perdere l’anima e manifesta un’intransigenza morale disposta a pagare di persona la propria coerenza. Tuttavia allo schematismo del massimalismo preferisce un approccio tattico, purché non sia alieno dalle ispirazioni profonde. È disposto al dialogo con la parte più illuminata della borghesia e vede le scissioni che attraversano il mondo socialista come una sciagura che cerca, invano, di scongiurare. Il secondo aspetto è la fibra morale. Matteotti incarna una politica dalle mani nette e non disposta a negoziare su alcuni valori, per i quali sacrifica la libertà personale e anche il proprio corpo. Questa dimensione integerrima esalta con ancora più forza l’immagine sporca e corrotta del fascismo. «Io non avevo fatto il mio dovere e per questo mi avevano lasciato stare», scrive Gaetano Salvemini, in una lettera a Velia, moglie di Matteotti, dopo l’assassinio. Il terzo carattere è quello dello studioso: la denuncia delle violenze e della corruzione del fascismo è sempre precisa, circostanziata. Ha alle spalle quella possibile carriera universitaria dedicata al diritto penale a cui Matteotti rinuncia per la vita politica, ma che è centrale nella sua formazione e ne imprime la forma mentis. Il suo testo sulla recidiva, studiata in chiave comparata con altri Paesi costituisce una pietra miliare per quella branca di studio. Come scrive Enzo Fimiani, la capacità di Matteotti di «basarsi su fatti, dati, prove piuttosto che sulle lusinghe e i trucchi dell’eloquenza» è all’origine della sua capacità «chirurgica» di ribattere e mettere in difficoltà Mussolini. In quarto luogo vi è l’amministratore: come scrive Mirko Grasso per Matteotti «la trafila politico-amministrativa deve essere accompagnata dalla formazione continua». Al contrario di molti politici dell’epoca, padroneggia i bilanci e ritiene che insegnare la conoscenza di questo strumento sia un aspetto importante per tutti i militanti socialisti che si candidano a una carica pubblica. In Matteotti il riformismo è interconnesso con la competenza. Il quinto aspetto da ricordare è quello dell’antimilitarista, strenuo e coerente oppositore della partecipazione dell’Italia alla guerra di Libia e poi alla prima guerra mondiale. Da un lato egli vede in questo conflitto il pericolo di un vulnus della democrazia, soprattutto se l’obiettivo finale fosse stato quello di abbattere la Germania. A questa prima preveggenza se ne aggiunge un’altra che viene dall’incontro con gli studi keynesiani: ovvero l’impatto della guerra sul disavanzo. Avrebbe pagato queste sue posizioni con la condanna a tre anni di confino, fino al marzo del 1919. Contigua alla dimensione antimilitarista vi è quella internazionalista ed europeista: proprio di fronte allo sfacelo della guerra e al pericolo dei nazionalisti vede come unica prospettiva per il continente la nascita di uno spazio sovranazionale degli Stati uniti d’Europa. Tutti questi aspetti che precedono la sua opposizione al fascismo convergono e forgiano l’antifascista integerrimo che contrasta il fascismo con enorme tenacia. Essere antifascista è una forma di coerenza rispetto alla sua biografia e ai suoi valori. Vi è forse un ottavo aspetto che andrebbe ricordato: la sua solitudine in vita, anche dentro il Partito socialista unitario nel quale militava. Celebre è la definizione di «pellegrino del nulla» che Gramsci riservò a Matteotti dopo il suo assassinio, che in realtà ci dice molto sulle molte incomprensioni del fenomeno fascista da parte del Partito comunista, persino tra i suoi esponenti più lungimiranti. Quella solitudine lo avrebbe indebolito di fronte al regime e avrebbe contribuito all’appiattimento della sua figura sulla sua morte: Matteotti sarebbe divenuto un eroe archetipico e si sarebbe dimenticato quanto la sua figura fosse stata scomoda.

Contestualmente, la storia di Matteotti, nella sua poliedrica capacità di iniziativa, va collocata dentro l’esperienza che l’Italia ha del fascismo, potere che vede agire sullo scenario politico attori ben precisi. Lo scontro tra Matteotti e il fascismo ha una dimensione locale e nazionale e dura, di fatto, dal momento in cui i fasci imperversano nel rodigino, fino al suo assassinio. Raramente la storia permette di dividere in maniera tanto netta e inequivocabile da una parte la corruzione, la violenza, il turpiloquio becero e dall’altro la rettitudine morale, la competenza, uno smisurato senso di giustizia, la coerenza, la tenacia. Nonostante il fascismo rodigino lo avesse sottoposto a una violenza efferata e al bando della città, Matteotti non lascia mai che l’intimidazione lo riduca al silenzio. Alla violenza subita risponde con il testo Un anno di dominazione fascista, che costituisce una fondamentale ricostruzione dei crimini attuati dal fascismo nel dopoguerra, in una guerra civile senza quartiere, fatta di bande armate che si presentano nelle case dei contadini e dei capilega e li sequestrano e uccidono. Rappresenta una denuncia di straordinaria lucidità, ma anche un monito a quella componente della Cgil, sensibile a un accordo con il fascismo.

L’omicidio di Matteotti è una decisione premeditata dal capo del fascismo per fermare un accusatore che avrebbe potuto recare seri danni alla reputazione del fascismo. Mauro Canali ha individuato tra i moventi, oltre alle ripetute denunce della violenza fascista, anche le prove raccolte dal deputato socialista circa una massiccia opera di corruzione in cui il governo era invischiato (non va dimenticato che il tasso di corruzione sotto il fascismo è il più alto della storia dell’Italia unita). Nell’aprile del 1924, nonostante gli fosse stato ritirato il passaporto, Matteotti si reca clandestinamente nel Regno Unito. Qui riceve notizie circa la scelta del regime di Mussolini di sacrificare gli interessi italiani per poter finanziare la sua permanenza al potere. Aveva infatti liquidato la direzione generale dei carburanti che si sarebbe dovuta occupare della ricerca di petrolio sul territorio nazionale per affidare la concessione per il monopolio della ricerca petrolifera nelle due regioni più promettenti a una compagnia americana, la Sinclair Oil, già coinvolta in uno scandalo in patria, garantendo impressionanti agevolazioni fiscali. Alla base vi era un finanziamento occulto al Partito fascista. Le informazioni raccolte da Matteotti avrebbero dovuto essere oggetto di un intervento nella discussione sul bilancio alla Camera, che si sarebbe dovuta tenere l’11 giugno 1924, ovvero il giorno seguente a quello del suo rapimento.

Mauro Canali ha altresì dimostrato come l’omicidio non possa essere spiegato quale reazione al celebre discorso del 30 maggio, dove Matteotti denuncia i brogli e le violenze commesse dal fascismo durante le elezioni appena trascorse. L’eliminazione di Matteotti sembra decisa anteriormente. In quei giorni il governo restituisce a Matteotti il passaporto limitatamente all’Austria, dove egli aveva intenzione di recarsi per il Congresso socialista: è assai probabile che l’omicidio fosse stato pianificato in terra straniera per addebitarlo alle formazioni di estrema destra austriaca.

Sul coinvolgimento diretto di Mussolini nell’omicidio non vi sono ormai dubbi. La Ceka, l’organizzazione, che mette in atto il rapimento e l’assassinio, era un organo voluto dal Duce per operazioni illegali e organizzato da Cesare Rossi, capo dell’ufficio stampa di Mussolini. I suoi componenti, a partire dai responsabili esecutivi, ovvero Amerigo Dumini e Albino Volpi, erano stati ingaggiati al «Corriere italiano» di Filippelli come copertura alle loro azioni. Tutti erano delinquenti con precedenti penali per rapina e reati comuni. Mussolini l’aveva creata per centralizzare la repressione e l’aveva usata già prima dell’omicidio Matteotti: per conto del regime aveva condotto azioni all’estero contro il fuoriuscitismo antifascista e organizzato le violenze ai danni di Ulderico Mazzolani e dei dissidenti fascisti Cesare Forni e Alfredo Misuri, la devastazione della casa di Francesco Saverio Nitti. Tutti i componenti avevano un passaporto regolarmente rilasciato dalla questura. L’assassinio di Matteotti è pianificato già prima del 30 maggio e prevede il coinvolgimento del capo della polizia e della Milizia volontaria alla sicurezza nazionale De Bono. Se poi i componenti della Ceka e i fascisti di alto rango coinvolti come De Bono, Cesare Rossi e Filippelli non avrebbero più ricoperto cariche apicali, questo fu dovuto alla volontà di Mussolini di insabbiare la cosa, dopo che lo scandalo era esploso. Eppure il fascismo avrebbe continuato a pagare a peso d’oro il loro silenzio e avrebbe garantito loro l’impunità per tutte le soperchierie che avrebbero continuato a commettere in Italia e in Libia. L’ipocrisia del dittatore sarebbe stato un leitmotiv che accompagna il seguito della vicenda. Quando il 12 giugno Mussolini interviene in Parlamento per affermare che «solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualcosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione» aveva già avuto tra le mani il passaporto insanguinato di Matteotti. Il 13 giugno, ad appena tre giorni dall’assassinio a cui mancava ancora un corpo, il presidente della Camera Alfredo Rocco approfitta della situazione per sospendere i lavori della Camera, la cui riapertura è rinviata sine die. In seguito Mussolini avrebbe partecipato all’organizzazione del ritrovamento del corpo, alla falsificazione delle prove, ai depistaggi e alle manovre per spostare il processo a Chieti e affidarlo a una corte addomestica: la sconcertante sentenza finale è l’esempio di uno Stato dove il diritto è già asservito alle esigenze del fascismo. Le pene, già molto miti, sono cancellate dai successivi provvedimenti di amnistia. Forse però l’atto in assoluto più vigliacco fu quello di usare un amico di famiglia, infiltrato dal fascismo, per circuire Velia, la moglie di Matteotti, fragile, sola e malata. Dopo averne ottenuto la fiducia, De Ritis la spinge ad accettare il sostegno economico garantitole da Mussolini sotto forma di credito, necessario per il mantenimento dei figli, facendo opera di convincimento per allentare i suoi legami con i fuoriusciti antifascisti e costringerla a una dipendenza e riconoscenza verso il regime che gli aveva ammazzato il marito. Si tratta di una missione preparata dal capo della polizia Arturo Bocchini, per far passare dentro la famiglia Matteotti la falsa convinzione che Mussolini fosse estraneo all’omicidio e giungere a una riappacificazione con la vedova che annullasse le possibilità di espatrio.

Approfondire Matteotti significa dunque tanto confrontarsi con quelle virtù democratiche che furono alla base della storia della Resistenza e della Costituzione, ma anche penetrare quel coacervo di violenza, ipocrisia, corruzione, viltà e infamia che fu il regime fascista. La bibliografia saggistica è abbondante. Mi limito a suggerire quattro libri per riscoprire Matteotti: L’oppositore. Matteotti contro il fascismo di Mirko Grasso (Carocci), Il delitto Matteotti di Mauro Canali, Il nemico di Mussolini di Maurizio Breda e Stefano Caretti e Un’idea di Matteotti. Un secolo dopo di Enzo Fimiani.