È morto Bruno Segre, ricco di giorni, a 105 anni, ebreo, proprio il Giorno della memoria, 27 gennaio. Avvocato e militante, amico da molti decenni nel giornalismo democratico, tessitore di contatti tra le persone e i gruppi nei vari rami dell’impegno civile laico. Singolare la sua figura e azione, come tutta la sua vita lunga e morte breve.
Scampato alla persecuzione antiebraica nazifascista, e anche a un colpo di pistola, si ispirava a Giordano Bruno e al libero pensiero, così ha tessuto fili di amicizia con ogni spirito libero e altruista, nel lavoro di pace. Perciò, da avvocato, fu il primo a difendere gli obiettori di coscienza, invitato da Aldo Capitini. Per settanta anni, prima di noi, pubblicò L’Incontro, e fu amico estimatore del nostro il foglio.
Fino all’ultimo, con energia, fece vivaci interventi pubblici per il 25 aprile, dal palco in piazza Castello, e per altri ricordi civili. Raccontava la sua esperienza di resistente, e, alludendo alla sua età, era solito citare Orazio: Non omnis moriar (Odi, III, 30, 6), non morirò del tutto. Fino agli ultimi tempi, incontrandoci, ci riconosceva per nome e ricordava il foglio, dispiaciuto che abbandonassimo la carta anche noi, come toccò al suo L’incontro.
Una bella memoria umana, una vita semplice e chiara, che solo questa tappa del tempo umano ha fermato, un’amicizia che dimostra l’unità cordiale nelle sincere differenze. Ecco una eredità da tenere preziosa.





