Se si sommano i voti ottenuti in Italia dai tre partiti di governo alle europee si arriva a 11.066.736, mentre quelli andati ai cinque partiti di opposizione – l’ipotetico “campo largo” – sono di più: 11.220.571. Tuttavia l’area di governo manda a Strasburgo 40 europarlamentari e le opposizioni soltanto 35, perché due liste restano sotto il 4%. E’ l’ennesima conferma della difficoltà che il centrosinistra palesa da trent’anni a organizzarsi con equilibrio e intelligenza e non – come spesso è accaduto – in modo autolesionistico.
Eppure basterebbe, in questo, imparare dagli avversari, rimasti sostanzialmente compatti dal marzo del ’94 a oggi. E capaci di costruire una coalizione in cui le differenze esistono e consentono di intercettare diverse componenti dell’elettorato, ma – specialmente alla vigilia delle elezioni – non arrivano mai alla rottura. Una coalizione in cui «non si butta niente» neanche nell’ala estrema: e Vannacci coesiste e coopera tranquillamente con Tajani per il ‘bene di tutti’ (mentre chi rischia di non raggiungere il quorum ‒ come il partitino di Lupi ‒ conclude un utile accordo elettorale). E una coalizione in cui, morto il padre fondatore Berlusconi, non ci si scanna sulla leadership ma se ne affida la scelta agli elettori: sarà il segretario del partito più votato, come nel 2022.
Speriamo ci si decida finalmente a imparare la lezione, come auspicato tante volte da Prodi. Anche perché si sta aprendo la partita decisiva: il tentativo da parte del governo di rafforzare i poteri dell’esecutivo ben oltre i limiti fissati dalla Costituzione. Già oggi i partiti di governo, con il 44% dei voti ottenuti alle ultime politiche, dispongono grazie al Rosatellum del 60% dei seggi in parlamento – di cui gestiscono l’agenda con l’abuso della decretazione d’urgenza – mentre procedono a spron battuto nell’occupazione dello stato, dagli enti pubblici alla Rai. Ma ciò evidentemente non basta: il giro di boa sarà il premierato, destinato a rafforzare definitivamente i poteri dell’esecutivo e a ridurre ulteriormente il ruolo del parlamento (e a una comparsa il Presidente della Repubblica), senza prevedere nessuno dei contrappesi o bilanciamenti che altrove caratterizzano le repubbliche presidenziali.
Saranno consapevoli, le opposizioni, della posta in gioco? Vedremo. Certo non sarà facile contrastare l’illusione salvifica dell’uomo solo (o della donna sola) al comando, che è il contrario di una democrazia viva, partecipata e pluralista. Si tratta di un virus che per molte ragioni ha ormai contagiato una larga parte dell’opinione pubblica: e spiace constatarlo nei giorni in cui ricordiamo uno strenuo difensore dell’istituzione parlamentare come Giacomo Matteotti.
Ma la partita è aperta e il risultato delle europee lo conferma. Non solo perché gli unici partiti che rispetto alle politiche hanno aumentato in cifra assoluta i loro voti sono Pd e Avs, ma anche perché il 28% di Meloni non è un trionfo, considerata la sua scelta di politicizzare al massimo e personalizzare lo scontro presentandosi ovunque capolista. Sicuramente non ha intaccato l’astensionismo, divenuto maggioritario. Forse proprio per questo (per nascondere o camuffare questa debolezza e inadeguatezza) si chiedono con urgenza sempre maggiori poteri.





