Se dovessimo sintetizzare con una immagine la situazione di guerra (e di guerre) nel mondo e le discussioni e le contrapposizioni in cui siamo coinvolti (direttamente o indirettamente) diremmo che siamo su un pavimento dove le piastrelle si stanno muovendo rapidamente sotto i nostri piedi: alcuni riferimenti che pensavamo stabili diventano improvvisamente scivolosi e siamo alla ricerca di luoghi, persone e parole che riescano non tanto a ricreare la situazione di prima, ma che ci aiutino a capire,e soprattutto a vivere dentro ciò che oggi sta accadendo.
La scelta compiuta da chi ha richiesto di celebrare (e da chi ha guidato) la preghiera islamica dentro Palazzo nuovo dell’Università di Torino si colloca lungo una linea sottile, ancora più sottile in questo momento dove nessuna valutazione è facile, in particolare per chi è lontano dai luoghi del conflitto mediorientale o per chi non conosce esattamente tutte le questioni in gioco. In più, i piani si sovrappongono e il rischio di far confusione è grande. Proviamo a fare ordine per noi, innanzi tutto.
1) Guerra in Palestina (per semplificare): è una tragedia, che purtroppo ha radici lontane. La fase acuta di questi mesi è iniziata con un’azione criminale di Hamas, alla quale il governo di Israele (bisogna individuare i soggetti per non generalizzare) sta rispondendo in modo sconsiderato. La tragedia nella tragedia è proprio questa: per rispondere all’azione criminale e destabilizzante condotta da Hamas, il governo di Israele non ha un progetto politico capace di togliere consenso ai gruppi estremisti e di portare stabilità nell’area. Non tutto si limita a questo, ma quello che sta accadendo ora è l’esplosione di quanto si è accumulato in decenni di non-risoluzione del conflitto, dove molti hanno responsabilità.
2) Proteste contro la guerra in Palestina. La miscela di pregiudizi e semplificazioni è il dato evidente di alcune (molte?) dichiarazioni di questi mesi: passato e presente, interessi particolari ed equilibri internazionali si incrociano in questa guerra e non tenerne conto significa guardare il conflitto da una sola parte e, alla fine, non trovare una via di uscita. Dentro alcune (molte?) di queste proteste vi è però una richiesta di cessazione del conflitto che non possiamo non condividere. Le domande sono molte: è possibile non schierarsi oppure schierarsi nella difesa dei principi ed evitare di valutare i casi concreti? È possibile riflettere e valutare senza ridurre tutto a un giudizio dove semplicemente a una parte è attribuito tutto il bene e all’altra tutto il male? Perché non protestare contro tutte le violazioni nel mondo dei diritti umani e del diritto internazionale? Anche perché i cortocircuiti che si creano rischiano di essere controproducenti per la stessa causa dell’autonomia delle popolazioni palestinesi: durante la fiaccolata a Torino del 24 aprile per la festa della Liberazione, alcuni sostenitori pro-Palestina hanno contestato alcune ragazze iraniane che contestavano il governo liberticida di Teheran. Dunque, in questa logica irrazionale, «i nemici degli amici dei miei amici diventano i miei nemici»… (Fa pensare anche la lettera inviata dall’ayatollah Khamenei agli studenti che occupano le università americane).
3) Occupazione delle università. L’occupazione nasce dalla richiesta rivolta alle istituzioni universitarie di cancellare gli accordi con le università israeliane. Lasciamo da parte la questione della inaccessibilità di aule, studi e biblioteche e del diritto allo studio (data la situazione di Palazzo nuovo, per esempio, le lezioni sono svolte a distanza, con tutti i problemi e i limiti che questo comporta). Se la logica è che si sospendono gli accordi con uno Stato perché ritenuto responsabile di violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, a questo punto, per coerenza, le università italiane devono sospendere gli accordi con tutti quegli Stati che non rispettano i principi della Costituzione della Repubblica italiana e i documenti fondamentali delle Nazioni unite, dai diritti delle donne alla pena di morte e si potrebbe continuare. Se iniziamo la lista, rimangono soltanto i paesi europei (non tutti) e pochi altri. Le università non sono mai state delle torri di avorio, e tanto meno oggi. Ci sono interessi scientifici e interessi economici. Si tratta comunque di scelte che hanno una ricaduta politica. Garantire la continuazione di alcuni accordi è problematico, ma può essere il modo per coltivare occasioni di comunicazione e di dialogo con le parti di società dove sono presenti forme di pensiero critico e di critica al potere: si tratta di compromessi, come sempre, tra principi e realtà. Fin dove però ci si può compromettere? Le contraddizioni non mancano.





