Mentre sta per aprirsi il conclave chiamato a scegliere il successore di Francesco, può essere utile rileggere un romanzo pubblicato da Adriana Zarri presso Diabasis nel 2008 – ai tempi di Ratzinger – e intitolato Vita e morte senza miracoli di Celestino VI. Si tratta dell’ultima prova narrativa della saggista e teologa anticonformista (come viene definita nel risvolto di copertina), scritta alle soglie dei novant’anni e quasi alla vigilia della morte. E il Celestino VI di cui vi si parla è il papa che si immagina e si spera possa succedere a Benedetto XVI.
Don Giuseppe, un semplice prete (solo presbitero), designato dal conclave su indicazione di un vescovo che ben lo conosce – probabilmente ispirato dallo Spirito – riceve la notizia mentre si trova in preghiera in un monastero. Dapprima il suo stupore rasenta lo sgomento e la paura: per certi versi ci ricorda il protagonista dell’Habemus Papam di Nanni Moretti, che nel 2012 avrebbe di poco anticipato le inattese dimissioni di Ratzinger. Ma poi accetta il gravoso incarico e lo affronta con gesti che a lui (e a molti) paiono semplici e naturali, ma suscitano sconcerto negli ambienti della curia: ai cui lamenti e mugugni Zarri dà voce con trasparente ironia, evidenziando con lucidità due concezioni antitetiche della fede e della Chiesa.
Innanzitutto, il nuovo pontefice si pone varie domande: Forse che la riserva del sacerdozio ai soli maschi fa parte della fede? E il divieto (salvo sistemi inefficaci) della contraccezione? E dei rapporti prematrimoniali? E della pretesa di un riscontro civile a taluni princìpi (nemmeno sempre irrevocabili) delle norme ecclesiastiche? E le novità si fanno strada. Si trasferisce da San Pietro a San Giovanni in Laterano, rinuncia alle guardie armate e agli onori militari, indossa un abito borghese; e non vuole più saperne della sacra idolatria con cui i cattolici usano circondare il papa, o della presunta infallibilità. I vescovi – e anche il vescovo di Roma – saranno eletti dalla Chiesa locale, mentre si abolisce il cardinalato, privo di supporto biblico. Arriva addirittura a cancellare lo stato-città del Vaticano. E intanto va in soffitta anche il celibato obbligatorio (il primo papa era sposato); e si fa largo, finalmente, all’ordinazione delle donne.
Ma particolarmente efficace sul piano narrativo è il ritorno di questa ‘figura’ alla più comune umanità, che restituisce Celestino VI a una relazione spontanea e immediata con chiunque incontri: e a un sentimento autentico di comunità, che evoca il cristianesimo primitivo. Una comunità, lascia intendere Zarri, che non esclude ma comprende gli altri esseri viventi: come il gatto del papa, da lui chiamato Lutero perché in Vaticano almeno un eretico ci vuole, per ricordarci i tanti torti della chiesa e le ragioni dei riformatori (sino al giorno in cui Lutero morì e salì in cielo anche lui, ché della sua sopravvivenza il papa non aveva dubbio alcuno, in quanto egli pure era stato sposato da Dio nell’alleanza).
Da ultimo: come finisce la storia? Termina in due modi, con un doppio finale. Nel primo, Celestino VI si spegne serenamente in età avanzata, rifiutando la sepoltura nelle grotte vaticane. Ha decentrato e ridotto al minimo i poteri del papato: il papa aveva fatto un passo indietro perché il suo popolo facesse un passo avanti.
Tuttavia a questa conclusione il racconto di Zarri ne affianca un’altra. L’ultima sezione – una cinquantina di pagine – reca il titolo Ma la storia avrebbe potuto svolgersi anche così e prospetta il percorso del “fare rinuncia”, che gradualmente libera Celestino dai fasti che lo assediano e dalle luci della ribalta. E lo riconduce – sin nella morte – a non voler essere altro che uomo tra gli uomini.
Un cristiano come tutti, senza altari né aureole. Il calendario liturgico non lo citò né come martire né come confessore, sebbene avesse sopportato il martirio della suprema cattedra di Pietro e avesse confessato strenuamente la fede.
E ancora aveva chiesto a Dio: “Ti prego, non farmi fare dei miracoli”. E infatti non accadde nulla di straordinario. Le mani e i piedi non mostrarono stimmate, il suo corpo non rimase incorrotto ma normalmente si disfece, ritornando alla terra.
In tutto Dio lo esaudì.





