Uno spettro si aggira per l’Europa… l’Europa! Si riscalda il clima elettorale in vista delle Europee, i candidati esternano, le polemiche crescono, i dibattiti si infiammano. I temi sono sempre gli stessi: l’immigrazione, il carovita, la giustizia, le riforme, ecc. Manca l’Europa. Non è solo un fenomeno italiano: Meloni contro Schlein; la destra si compatta, la sinistra si divide. È così dappertutto. In Francia le Europee sono un test delle future Presidenziali: Le Pen contro Macron. In Germania si farà la conta nella traballante Ampelkoalition di Scholz e nella destra minacciata dall’ultradestra. In Spagna il governo già minoritario di Pedro Sanchez gioca la partita della retrocessione. Candidati ed elettori (quei pochi che andranno a votare) si posizionano come in un referendum pro o contro il governo nazionale. Idee e progetti per l’Europa non ne circolano.

Le destre non parlano di Europa perché non ci credono, da sempre. La vogliono semplicemente demolire, pezzo per pezzo. Una maggioranza di destra in Europa retrocederebbe, a poco a poco, molte competenze agli stati nazionali, lasciando sussistere un simulacro di struttura sovranazionale (una specie di unione doganale) del tutto paragonabile a quella definizione ossimorica di Csi (confederazione degli stati indipendenti) che comprende la Federazione Russa e alcuni stati ex-sovietici. Le forze di sinistra potrebbero coraggiosamente riproporre la strada dello Stato federale, ma non lo fanno apertamente, per timore di perdere altri voti, visto il prevalente vento di nazionalismo che spira da ogni punto cardinale in Europa. Stato federale significa decisioni a maggioranza e non all’unanimità, potenziamento del Parlamento e della Commissione (il Governo), riduzione dei poteri del Consiglio europeo, che spesso sabota l’attività degli altri due organi, invocando l’interesse nazionale degli stati membri. In una parola Stati Uniti d’Europa, a partire da politica estera e difesa comune, con tutto ciò che segue. Qualche barlume in questo senso s’intravvede nella lista radicale di Maggi e Bonino, con Renzi e, forse, Calenda, ma ci pare di scorgere più ambiguità e opportunismi che chiarezze. Per il resto l’Europa si è fermata a Maastricht (1992). 32 anni sono passati, e anche una bella fetta delle nostre vite. La speranza iniziale, visto lo stallo politico e tutte le questioni derivanti dalla riunificazione tedesca, era quella che l’integrazione economica e soprattutto la moneta unica, trascinasse l’unificazione politica. Così non è stato, anzi il progetto di costituzione europea (testata d’angolo) è naufragata miseramente in seguito all’esito negativo di due referendum (in Francia e Danimarca).

Alcune sfide capitali

Da allora non si sono fatti passi avanti, ma parecchi passi indietro. Il momento, invece, è decisivo per la casa comune. Sfide capitali per il nostro futuro ci attendono nei prossimi cinque anni.

Le nostre democrazie sono minacciate dal Grande Fratello: i nuovi mezzi di comunicazione. Sono in mano a pochi individui privi di etica: Shou Chew (TikTok); Elon Musk (X ex-Twitter); Nikolaï e Pavel Dourov (Telegram); Mark Zuckerberg (Messenger, Instagram, WhatsApp, Facebook). I virus della menzogna, della falsificazione dei fatti, della riscrittura della storia, del complottismo, del fanatismo religioso, vi sono abbondantemente riversati, con particolare diabolica intelligenza dagli esperti manipolatori al servizio delle autocrazie. L’Unione Europea è la prima, e per ora la sola, struttura geopolitica ad essersi dotata di un regolamento di contenimento dell’intelligenza artificiale e di protezione dell’informazione: AI act e European Media Freedom Act – 13 marzo 2024. Altri paesi censurano e bloccano, o promuovono e foraggiano, secondo che convenga al regime. L’Europa ha posato la prima pietra di un processo democratico a garanzia di una delle nostre libertà sostanziali: l’indipendenza della stampa e la veridicità dell’informazione. I futuri deputati europei spenderanno giorni interi a discutere e concordare i passi successivi. Ci stanno pensando?

Le guerre per l’egemonia continentale si avvicinano, mentre altre più lontane si intensificano. La Russia ha cominciato in Ucraina a occupare territori verso l’Ovest e semina il terrore negli stati baltici che ce l’hanno alla frontiera. Turchia, Iran (ben presto potenza atomica), Arabia Saudita, Siria e Egitto continueranno a armare milizie varie (tra cui Hamas) fino a quando l’una potenza prevarrà per sfidare definitivamente Israele. La Cina, che si è già impossessata diHong Kong, delle acque territoriali del Vietnam, della Corea e delle Filippine, prepara l’invasione di Taiwan. L’India sta criminalizzando l’islamismo per fare pulizia etnica in casa, e legittimare le mire sul Pakistan. Trump, se – come sembra probabile – verrà rieletto, trascurerà la Nato per concentrare l’egemonia americana sul suo continente, a cominciare dal Messico con il pretesto del controllo dei flussi di migranti, ed eventualmente sul Pacifico, finché non sarà riuscito a riportare in casa la produzione di microprocessori (oggi concentrata in Cina + Taiwan + Vietnam). Nuovi rapporti di forza si mettono in gioco e si stabilizzeranno con vincitori e vinti. Ma sempre rapporti di forza. E l’Europa?

Bastano gli appelli alla pace per rassicurare Estoni, Lettoni e Lituani (e Polacchi) che già sentono l’odore di bruciato? Ma d’altra parte, il riarmo, le Forze armate Ue, la minaccia atomica francese, sono l’unica deterrenza possibile? Esistono per l’Europa strumenti alternativi da far valere nei rapporti di forza presenti e a venire? Forse sì, bisogna lavorarci.

L’Unione Europea è il più grande, e sostanzialmente omogeneo, sistema sociale sanitario integrato del mondo. La speranza di vita alla nascita (80,1 anni media UE) è superiore a quella in Usa (79,8), in Cina (78,8), in Russia (74,6 – prima della guerra!). I due vaccini più efficaci contro il Covid sono stati sviluppati in laboratori europei. Mantenere e ottimizzare i sistemi sanitari a ripartizione, incentivare la ricerca medica e le start-up collegate, stimolare l’industria farmaceutica europea, sono vettori su cui costruire punti di forza da far valere negli scontri geopolitici a venire.

Analogamente, nell’impervio cammino verso la decarbonizzazione, l’Unione Europea, sola area mondiale a ridurre costantemente da un decennio le emissioni di gas a effetto serra, ha sviluppato un’innovativa capacità di gestire una rete complessa di scambi di energia elettrica. Da pochi produttori e molti consumatori, a molti produttori e consumatori; da reti nazionali chiuse a reti internazionali interconnesse. Ne è prova l’aggancio dell’Ucraina alla rete europea in soli pochi mesi, per compensare le centrali regolarmente bombardate. Per capirci, negli USA della Silicon Valley, la California non scambia elettricità con il Nevada, né l’Illinois con l’Indiana. Ma è nella nostra direzione che va il futuro, e le conoscenze nella distribuzione di elettricità sono da proteggere come i segreti militari e da usare come armi nei rapporti di forza.

Abbiamo indicato un paio di esempi di possibili strumenti da sviluppare, e di cui dotare una diplomazia europea, che possa farsi rispettare senza necessariamente brandire l’arma nucleare. I futuri deputati europei saranno capaci di sporcarsi le mani con i tecnicismi di questi temi? Avranno la curiosità di scoprire come fanno gli altri? La pazienza dei piccoli passi per avanzare insieme?

Sono solo modeste piste di riflessione, che purtroppo non sembrano interessare i – pochi – elettori né il dibattito politico.

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