Incomincia con la cronaca della fine dell’anno scolastico 22-23 per proseguire con il 23-24 questa rubrica che abbiamo affidato a un nuovo collaboratore, Savio Simoncini, a cui diamo il benvenuto.

8 maggio

Rimpianto. Incontro dopo anni Marco, sui trenta anni, ha vissuto molto fuori d’Italia, in diversi paesi, e fatto diversi lavori. Siamo rimasti in contatto da quando faceva il liceo, è un amico di un mio allievo, un bravo ragazzo ‒ secondo me. Inquieto. Parliamo di lavoro. Mi chiede del mio. Prova una grande ammirazione per quel che faccio, e perfino qualcosa di più: «Provo sana invidia nei tuoi confronti e un po’ di dispiacere per non aver saputo fare le scelte giuste. Purtroppo “la vita si scrive in brutta copia e non c’è tempo di copiarla in bella”: è forse l’unico mestiere che avrei intrapreso volentieri». Lui ora fa l’analista, insomma lavora sul computer, da casa, mi dice di avere molto tempo libero, che gli piace gestire come vuole, guadagna bene, ma non è il lavoro della sua vita: vorrebbe lasciare qualcosa di sé, sentire di fare qualcosa di utile per gli altri. Forse alla lunga cercherà altro, per ora va bene così. E mi guarda invidioso. Marco non sa come è diventata la nostra professione. O forse ha ragione.

15 maggio

Tre anni, e basta. Un formatore di cui mi fido sostiene che un dirigente scolastico è un funzionario dello Stato al servizio dell’istituzione, non il “proprietario” dell’istituto assegnato. Dunque tre anni di dirigenza nello stesso istituto bastano e avanzano. Il “carattere” di una scuola deve essere costruito dalla comunità degli operatori di quella scuola e non da una persona, se si vuole una scuola democratica. Nove anni servono a controllare quella scuola e plasmarla a propria immagine e somiglianza. In un certo senso vale la stessa cosa al contrario per i docenti. come si può prestare servizio in una scuola per decine di anni consecutivi? Alcuni addirittura si vantano di non aver mai cambiato scuola, dopo essere entrati in ruolo (cosa che tempo fa succedeva molto presto). Per me sono come quelli che non sono mai usciti di casa: brave persone, ma il loro metro di paragone è la loro scuola, il resto… non esiste. Ma, più grave, è inevitabile che si creino delle consuetudini che sconfinano inevitabilmente in “privilegi” acquisiti, difficili da scalfire. In fondo anche i parroci bravi vengono spostati. Due cicli da 5 anni, dieci anni? Secondo me bastano e avanzano, e poi cambiare, obbligatoriamente (salvo comprovate motivazioni). Aria, aria… Abbiamo sempre tanto da imparare, e da insegnare. E i ragazzi sono ragazzi ovunque.

17 maggio

Bocciatemi, per favore. «Buon pomeriggio, professore! Volevo comunicarle che dopo una lunga riflessione, anche con l’aiuto dei miei genitori, ho deciso di ritirarmi da questo anno scolastico e di cambiare scuola il prossimo anno. Da domani non frequenterò più e andrò a lavorare da mio padre. Può sembrare una decisione azzardata ma penso sia la soluzione migliore per il mio futuro. Le volevo chiedere se sarebbe disponibile per un colloquio perché mi farebbe piacere salutarla e spiegarle meglio la situazione dal vivo». Anche se non è l’unico allievo in crisi in questa quarta, il messaggio di whatsapp mi arriva inaspettato. Pietro ha alcune materie “sotto” (come dicono loro), ma secondo me, e secondo i colleghi, penso, non rischia l’anno. Con lui ho sempre avuto un buon rapporto, a partire da un brutto episodio successo in terza. Certo, si capisce che sopporta a fatica certe materie umanistiche, ma studiando un po’ alla fine se la cava. Suo padre è meccanico, e fa la revisione delle auto. Ovviamente, come da lui richiesto, ci parliamo, eccome. Ma la decisione è presa: non ci sono margini. Vuole fare una scuola dove possa studiare meccanica, che è la sua vera passione. Certo, poteva pensarci prima, ma un po’ il covid (che ha di fatto inibito ogni riorientamento, come diciamo noi), un po’ l’attendismo… lo hanno fatto arrivare fino in quarta. E non nega che una bella responsabilità ce l’ha anche il latino! «Ma guarda che probabilmente ti avrei promosso!». Non basta: si vede che al centro dei suoi pensieri c’è la sua vita: non gli va di continuare a studiare e nello stesso tempo vuol fare il lavoro che fa suo padre, che gli piace.

L’assurdo è dunque che un allievo, che probabilmente avrebbe avuto un paio di debiti, dovremo bocciarlo, se no non potrà sostenere nella sua nuova scuola a settembre gli esami delle materie tecniche che non ha ancora fatto. Non può infatti dare gli esami per il debito e quelli nella nuova scuola! Ma una volta bocciato, su sua pressante richiesta, lui resterà con l’ammissione alla classe quarta, cioè in un colpo solo perderà due anni. Infatti nella nuova scuola lo inseriranno in un terza. E lui è un omaccione. Ma non è questo che lo preoccupa.

Questa situazione mi ha mandato in crisi. Fino a che punto un insegnante può sapere cosa cova nel suo intimo un/a allievo/a? Fino a che punto può insistere nel farlo proseguire il corso che sta facendo? (Che a volte, come nello scientifico, presuppone di fatto la ulteriore continuazione all’università) In modo ancora più radicale e secco: che cosa è la vocazione? Perché se ne parla così poco? È quello che mi sento di fare? Quello che riesco a fare e basta? Quello che mi dicono i miei professori («Puoi farcela!»)? Si possono forzare i limiti? La vocazione è una voce che mi arriva da dove? Come si fa a sapere se è quella la tua vocazione? Non posso far altro che augurare a Pietro di aver fatto la scelta giusta, che solo lui può sapere. Solo lui?