Di nuovo un cuore mi cade ai piedi

nuovi occhi che fissano il mio viso

il mio amare di nuovo nella lotta

pronto a dominare un cuore gelido.

Di nuovo un assetato si disseta,

si disseta alla fonte delle mie labbra.

Nuovamente un passante si addormenta,

si addormenta nel letto del mio abbraccio.

Maliziosa lego gli occhi agli occhi suoi

senza sapere cosa cerco in lui:

voglio un amante che per rapida follia

dica addio a soldi, onore e faccia.

Da me vuole il vino dei miei baci

cosa dire al cuore colmo di speranza?

Lui pensa al piacere, ma non sa che io

cerco solo un eterno godimento.

Io da lui esigo purezza d’amore

per poi immolare la mia esistenza.

Ma lui vede in me un corpo infuocato

perché incendi la sua angoscia.

Lui mi dice: “Ascolta, abbraccio caldo

inebriami di malizia, sono pazzo,”

e io gli dico: “Ascolta, sconosciuto

dimenticati di me, ti sono estranea”.

Misero cuore, ah,

misera coppa di speranza infranta,

senza che alcuno ne colga il segreto

diventa liuto nelle mani degli estranei,

eppure, ahimé,

nessuno lo accorda al canto.

(Forugh Farrokhzad, io parlo dai confini della notte, Bompiani capoversi, 87-9)

Affine a suo modo al linguaggio erotico di Darwish, oltre ai richiami al Cantico dei Cantici, la poesia di Forugh Farrokhzad è un caso inedito di scrittura femminile nella cultura islamica risalente a tempi che oggi ci appaiono lontani nel passato e tanto più nel futuro. Conosciamo queste terre anche per la repressione della parola libera che, qui come altrove, sembra trovare nei versi l’unico spazio accessibile. Poetessa persiana vissuta tra il 1934 e il 1967, Farrokhzad rappresenta una libertà oggi inaccettabile in quelle latitudini. E per questo la si è ricordata durante le manifestazioni per Mahsa Amini (uccisa il 26 settembre 2022), così come viene ricordato Mahmoud Darwish nelle prigioni israeliane rigurgitanti palestinesi o Ol’ga Sedakova in Russia durante le prime manifestazioni contro la guerra in Ucraina (a cui lei stessa ha preso parte attivamente – vedi “Versi per resistere”).

C’è una carica sovversiva nella poesia, se da un lato viene repressa e dall’altro diventa veicolo di salvezza per i resistenti. Una carica tutta da indagare e ricomprendere, giacché la parola poetica conosce soprattutto la fatica di essere considerata una lettura impegnativa in tempo di pace, mentre possiede il potere inaudito di intimorire i potenti e donare forza agli oppressi in tempo di guerra. Tanto più allora merita la nostra attenzione – che si viva in tempi di guerra o di pace, di passione o di tregua dai sentimenti forti.

Forugh Farrokhzad ha avuto una vita breve ma intensa. Ha potuto accedere a un’istruzione (non scontata per le ragazze iraniane del tempo) grazie al padre colonnello; giovanissima sposa un vicino di casa che è anche suo lontano parente, ma dal quale presto si separa; una scelta che le costerà la perdita del figlio che non potrà più rivedere e in seguito alla quale avrà un esaurimento nervoso e un ricovero in ospedale psichiatrico, per concludere la sua parabola a soli 32 anni in un incidente d’auto. Per la sua gente Farrokhzad è stata “poetessa del peccato”, ma i suoi versi raffinati e brucianti non perdono la loro carica sovversiva neppure alle nostre orecchie assuefatte a linguaggi e immagini ben più esplicite. Si capisce quindi perché la sua voce si levi oggi a nome delle donne (e dunque di tutto un popolo) umiliate da un regime che si arroga il potere di dettare norme assurde per affermare una virilità fuori controllo e per questo anche giunta al capolinea.

I suoi sono testi audaci, scritti in linguaggio passionale, frutto di una tempra ardita. Leggerli ci fa accedere a vicoli e talami di gusto orientale, inebriati dal profumo di spezie ma anche soffocanti, e non solo per la calura intollerabile. O almeno è così che da occidentali riusciamo a immaginare l’ambiente nel quale cercano rifugio gli amanti, un riparo sempre incerto dalla curiosità altrui. Come nel Cantico biblico, la focalizzazione è femminile. È la donna a cantare il proprio desiderio e l’insoddisfazione a cui è sovente destinato: Io da lui esigo purezza d’amore / per poi immolare la mia esistenza. / Ma lui vede in me un corpo infuocato / perché incendi la sua angoscia.

Difficile incontro quello con un cuore appassionato dalle grandi aspettative, come la gran parte delle poesie d’amore di Farrokhzad sembra mostrare (Io parlo dai confini della notte, Bompiani capoversi). Ma forse la delusione è persino parte del gioco: Lui mi dice: “Ascolta, abbraccio caldo/ inebriami di malizia, sono pazzo”, / e io gli dico: “Ascolta, sconosciuto / dimenticati di me, ti sono estranea”. Soprattutto non può sfuggirci in binomio sconosciuto-estranea, molto distante dal dialogo con la straniera che Darwish non smette di considerare tale a dispetto della più grande intimità condivisa (sebbene dobbiamo pure ammettere che questa interpretazione si basa sulla traduzione visto che, a dispetto del testo persiano a fronte, non abbiamo la possibilità di accedere all’originale). Dove è in gioco il punto di vista femminile, si fatica a cogliere la percezione di un perfetto connubio di anime e corpi, mentre le spigolosità trovano più facilmente spazio, dando nerbo alla tensione amorosa.

Di nuovo un cuore… Di nuovo un assetato… Un nuovo amore compare all’orizzonte di un cuore gelido, forse raffreddatosi dopo un precedente incendio amoroso – il mio amare di nuovo nella lotta. All’inizio non ci sono aspettative (lego gli occhi agli occhi suoi / senza sapere cosa cerco in lui), solo il desiderio di un legame assoluto e totalizzante (un amante che per rapida follia / dica addio a soldi, onore e faccia). Per questo, inevitabile, subito si conosce la prima rottura (Lui pensa al piacere, ma non sa che io / cerco solo un eterno godimento) e quel cuore colmo di speranza non ha possibilità di successo, come suggellato dalla strofa finale: Misero cuore, ah, / misera coppa di speranza infranta.

Sono versi degli anni Cinquanta del secolo scorso, ma il linguaggio è antico come la Bibbia: Da me vuole il vino dei miei baci pare quasi richiamare l’incipit del Cantico dei Cantici – Mi baci con i baci della sua bocca, / poiché migliore del vino è il tuo amore (1,2). Eppure in Iran la spregiudicatezza espressiva di Farrokhzad bruciava (e brucia) come il fuoco, tanto da portarla a chiedersene la ragione: «Io mi chiedo sempre per quale motivo la musica della mia poesia risulti così estranea alle vostre orecchie. Perché sono tanti quelli che non possono digerirla agevolmente? Forse perché mi accusano di contribuire con i miei versi alla diffusione di dissolutezza e corruzione? Forse a una donna non è permesso di comunicare in poesia la verità del proprio sentire rispetto a qualsiasi oggetto di desiderio?» (Prigioniera, 1955). Ed è attorno a queste domande che l’Iran potrebbe e dovrebbe ripartire un giorno, quando riuscirà a liberarsi dal regime soffocante degli ayatollah, indesiderato “miracolo di Dio”.

L’eros e la parola si librano in un unico atto di libertà inaudita. La sfrontatezza della sessualità, quando esibita da parte femminile, fa pendant con il desiderio che le donne abbiano pari diritto di esprimersi, muoversi, mostrarsi. La provocatorietà di Farrokhzad è dunque duplice e doppiamente inaccettabile: «Nella poesia di oggi non si parla mai dell’amore come uno dei sentimenti umani più belli e puri. Il legame e la fusione tra due corpi, questa bellezza sacra che è come preghiera e celebrazione, è stata ridotta a necessità e bisogno primitivo. Il sesso, questa forma di espressione folle del volere e del desiderare, crea la più elevata e più oscura forma di unione tra le totalità di due anime. È infatti una finestra che si apre su quello che chiamiamo Dio e la sua verità sentita esclusivamente nella carne, nella pelle e nel cavo delle vertebre della schiena, e non al di là dell’esistenza esteriore, che si sazia rapidamente e scivola nel sonno fino a dimenticare che è possibile diventare una sola cosa» (Bavandpur).

Una perversione della morale, che detta legge in nome di Dio, sceglie di controllare almeno i corpi quando non è in grado di persuadere le coscienze. Ed è in quel sacrario di segretezza e intimità che nascono anche i versi di Farrokhzad, che definisce l’Iran «una terra in rovina, colma di morte, di umiliazione e di vacuità» quando ancora non può conoscere le successive devastazioni della rivoluzione khomeinista. Così, se i suoi testi sono stati naturalmente banditi dal regime, quel divieto è stato capace di erigerne la figura a culto – come appare evidente dalla pubblicazione di un’altra raccolta, Tutto il mio essere è un canto (Lindau, 2023) a un anno esatto dalla morte di Mahsa Amini e mentre le donne iraniane continuano la loro battaglia coraggiosa. I suoi versi sono un canto di lotta, indignazione e invito a non arrendersi. E se questo vale per le donne iraniane non può che valere anche per le donne occidentali, dato che questi temi sembrano non aver perso cogenza a dispetto della maggiore parità di diritti che sulla carta ci vengono riconosciuti – ufficialmente negati solo nella chiesa cattolica, ma di fatto lontani da una loro adeguata realizzazione in molti contesti vitali.

Come non ricordare a conclusione il bellissimo romanzo di Azar Nafisi, che da vent’anni ci invita a entrare nella “stanza tutta per sé” che un gruppo di studentesse universitarie condivide con l’ex insegnante di letteratura, dove leggere opere letterarie diventa un atto di sopravvivenza al mondo che ne sta censurando l’esistenza: «È meglio per lei se nessuno la nota, la sente, la vede. Non cammina ben eretta, procede a testa bassa senza guardare nessuno negli occhi. Il suo passo è svelto, deciso. Le strade di Teheran e delle altre città iraniane sono pattugliate da miliziani armati, drappelli di quattro uomini e donne, su fuoristrada Toyota bianchi, a volte seguiti da un minibus. Li chiamano il Sangue di Dio. Loro compito è accertarsi che le donne come Sanaz si vestano in maniera consona, non si trucchino, non si mostrino in pubblico in compagnia di uomini che non siano i rispettivi padri, fratelli o mariti. […] Se decide di prendere l’autobus, Sanaz non può sedersi dove vuole. Deve salire dalla porta posteriore e mettersi nelle ultime file, quelle destinate alle donne. Eppure nei taxi, che accettano fino a cinque passeggeri alla volta, uomini e donne viaggiano pigiati come sardine, e lo stesso succede nei minibus, dove tante delle mie studentesse lamentano di aver subito molestie da parte di uomini barbuti e timorati di Dio» (Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Adelphi 2004, p. 43).

Nel frattempo il romanzo è diventato un film, appena presentato al festival del cinema di Roma, perché come sappiamo purtroppo il racconto non ha ancora perso la sua attualità: «Nel corso di una ventina d’anni le strade si sono trasformate in zona di guerra, e le giovani donne che disobbediscono alle regole vengono caricate a forza nelle auto della polizia, portate in prigione, frustate, multate, umiliate e costrette a pulire i gabinetti; poi, appena escono, tornano alla vita di sempre. È consapevole Sanaz del proprio potere? Si rende conto di quanto possa essere pericolosa, visto che ogni suo gesto può recare disturbo alla quiete pubblica? Pensa mai a quanto sono vulnerabili i guardiani della rivoluzione?» (p. 44).

Queste donne coraggiose, poetesse e scrittrici, ci invitano a capovolgere la prospettiva, dalla vittima al carnefice. Perché spesso la parte psichicamente debole non è quella su cui si riversa la brutalità del potere oppressivo, ma di colui che è incapace di dominare la propria animalità. Per questo vale sempre il monito divino delle prime pagine di Genesi: «il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo» (Gen 4,7b). L’animale è in agguato, ma tu sei un uomo e puoi dominarlo. Allora fallo, se sei un uomo.